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CORSO FORMAZIONE RESPONSABILI UNITALSI |
Si è
tenuto a Loreto un corso di formazione nazionale per tutti i componenti gli
Organi rappresentativi dell'Associazione.
Molto
nutrita la presenza, oltre 400 i partecipanti provenienti da tutta Italia,
che hanno seguito attentamente i lavori, partecipando anche attivamente alle
funzioni religiose e alle concelebrazioni Eucaristiche,
presiedute rispettivamente da Mons. Luigi Moretti, Assistente ecclesiastico
nazionale e da una cara conoscenza dell'UNITALSI, Mons. Decio Cipolloni
I temi all' ordine del giorno sono stati:
"Il segno della croce, mistero di amore e di salvezza"
relatore: don Danilo Priori
"Fare il segno della croce con Bernardetta"
relatore: padre Alfredo Ferretti
"Il nuovo statuto dell'Associazione"
relatore: Salvatore Pagliuca, vicepresidente nazionale
"I progetti dell'Associazione e il percorso dei giovani"
relatori: Giovanni Punzi e Elena Spadaro
"L'Associazione nel 2009, l'Associazione nel 2010"
relatore: Antonio Diella, presidente Nazionale
“FARE
IL SEGNO DELLA CROCE CON BERNARDETTA”
Relazione di padre Alfredo ferretti
Il
tema proposto dal Santuario di Lourdes per i pellegrini dell’anno 2010
sembra esser un piccolo frammento dell'impianto semplice e "monumentale”
del messaggio di Lourdes, Un frammento di apertura. Ma come un preludio
che si rispetti o una ouverture di un musical di Broadway, contiene in
germe lo sviluppo successivo e punteggia come responsorio, come
ritornello ogni step di avvicinamento e di approfondimento.
Il
sussidio preparato per tutti voi dalla Presidenza nazionale costituisce
già uno sviluppo ben articolato. pastoralmente e catecheticamente ricco
che lascia risuonare le armoniche infinite legate al segno della croce.
Per
questo. il mio contributo vuole semplicemente affiancarsi agli altri
(per non ripetere) e toccare altri aspetti legati a questo gesto-parola
così comune, quotidiano, a volte "laico” perché svincolato dal suo testo
esplicativo.
Non
dobbiamo dimenticare che il Segno di Croce è come un’icona che per
essere tale. e quindi venerabile, ha bisogno dell'iscrizione. La
scrittura sull'icona è indispensabile poiché conferisce ad essa la
presenza spirituale dei personaggi rappresentati e gli permette di
accedere, dopo la benedizione impartita dal sacerdote, al rango di
oggetto di culto pubblico o privato.
Anche
il segno di croce privo del suo testo può ridursi a gesto superstizioso
o scaramantico, o semplicemente devozionale.
Nei
nostro percorso mi fermerò quasi esclusivamente alla prima apparizione e
di questa guarderemo la sua dimensione di preludio, di annuncio di
alcuni temi che saranno ripresi nello svolgimento del messaggio delle 18
apparizioni.
Ci
soffermeremo su ogni elemento dell'apparizione dell'11 febbraio del 1858
domandandole la grazia di penetrarne il mistero al di là dei segni.
Una
piccola, semplice e umile mistagogia.
1 Dal racconto della
prima apparizione (11 febbraio 1858) di santa bernardetta
“Camminavo sulla riva del Gave con due altre
ragazze. Loro hanno attraversato il rigagnolo e si sono messe a
piangere, perché l'acqua era fredda. Le ho pregate di aiutarmi a gettare
delle pietre nell'acqua al fine di passare senza dovermi mettere scalza:
mi hanno risposto di fare come loro. Come ho inizialo, ho inteso un
rumore. Mi sono rivolta verso la prateria, ho visto che gli alberi erano
immobili, ho continuato a togliermi le scarpe, ho sentito lo stesso
rumore. Ho alzato la testa e ho guardato verso la grotta. Allora ho
visto una Signora vestita di bianco, aveva un abito bianco ed una
cintura azzurra e una rosa gialla su ciascun piede. Quando ho visto
questo mi sono stropicciata gli occhi: credevo di sbagliarmi. Ho
infilato una mano in tasca, ho trovato il mio rosario, volevo farmi il
segno della Croce: non sono riuscita a portare la mano alla fronte, mi e
ricaduta, La Visione ha fatto il segno della croce, allora la mia mano
ha tremato, ho riprovato a farmi il segno della croce e ci sono
riuscita. Scorrevo i grani del rosario: la Visione faceva scorrere i
grani del suo, ma non muoveva le labbra. Quando ho finito il mio rosario
la Visione è scomparsa di colpo”.
SOFFIO DI VENTO E PAURA
DI UN ABBAGLIO
Il
contesto ha il contorno di gesti quotidiani, altre volte ripetuti
(cercare legna o togliersi le calze), di bisogni primari più volte
soddisfatti (cercare cibo o ciò che ci fa vivere), di piccole paure più
volte affrontate (paura del freddo. della malattia...). Ma in questo
ripetersi quasi meccanico di gesti, una voce della natura attira
l'attenzione, chiama alla "vigilanza"_ a non fermarsi al prevedibile (un
colpo di vento e gli alberi si muovono) ma ad aprirsi all'inedito. E'
questa una disposizione dell'animo dei poeti e dei bambini ma anche di
chi ha già sentito il bruciore di una ferita e ha l'abitudine ai tempi
strani della Provvidenza. I dialoghi, soprattutto i dialoghi d'amore,
sono sempre preceduti da una voce che ti chiama, una voce che ti sveglia
e ti distrae da ciò che meccanicamente e normalmente concentra la tua
attenzione. Ti guardi intorno a cercare chi ha ferito l'ambiente
protetto che ti circondava, chi ha inferto quello strappo alla regola
che in fondo ti solletica, ti emoziona, e forse ti rende circospetto.
Non è ancora un pronunciare il tuo nome ma è un delicato bussare alla
porta. Deciso e timido, offerta concreta della possibilità di un legame,
mai violenza o sfondamento.
"Ecco
sto alla porta e busso...'' (…)
Dio
si è nascosto perché il mondo si vedesse
se
si mostrasse ci sarebbe solo lui
in
sua presenza chi oserebbe mai notare la formica
la
bella irascibile vespa sempre affaccendata
il
germano verde con le zampe gialle
la
pavoncella che depone quattro uova in croce
gli
occhi globosi della libellula e il fagiolo nei baccelli
nostra madre a tavola che ancora ieri
sollevava la tazza con il buffo manico a orecchio
l'abete che non perde le pigne ma le squame
la
sofferenza e il piacere ambedue fonti di sapere
i
misteri non più piccoli ma sempre diversi
i
sassi che ai viandanti mostrano la direzione
l'amore invisibile
non
fa schermo di sé. (Jan Twardowski)
Questo precede ogni altro nostro gesto, invocazione, liturgia. C’è un
Suo arrivo che anticipa il mio segno di croce.
La
sproporzione nell'incontro tra Dio e l'uomo fa sorgere il dubbio che
potrei sbagliarmi, la paura di prendere un abbaglio.
S’impone l'arte del discernimento per saper leggere con verità dove
portano i desideri del tuo cuore, dove la seduzione del potere,
dell'avere e dell'apparire prevale sulle dinamiche del servire,
dell'essere e della ricerca della congruenza nella verità.
Recita un antico detto ebraico: “Non
fare regali a un bambino fino a quando non sa distinguere un sasso da
una noce”. Potrebbe soffocare inghiottendo la noce, o cercare di
rompere il sasso per mangiarne i frantumi.
Ogni uomo. anche l’ateo ha una “sua” esperienza mistica: il
suo io tocca direttamente Dio che direttamente lo tocca. Se
sufficientemente libero dai suoi condizionamenti, non gli oppone
rifiuto. Dio lo attira progressivamente al suo amore e lo avvia al suo
cammino, che è solo suo
(1): è il suo nome, il nocciolo duro, il seme della sua realtà
che deve crescere e svilupparsi in grande albero,
Bisogna imparare a leggere
questo “tocco”, a sentirlo e distinguerlo da altri impulsi, che
partono da altra sorgente e portano altrove. Solo allora si sa “che
fare” e si trova la via verso casa, senza naufragare nel viaggio.
Bernadette si stropiccia gli occhi. L'indomani getterà dell'acqua santa
per scacciare “quella cosa lì” che potrebbe essere diabolica.
Gli
eventi che ci vengono incontro possono essere casuali, o avere il volto
di chi ci vuole bene, o la malizia di chi vuole sedurci al male. E'
importante saper ascoltare il cuore e non semplicemente correre là dove
ti porta il cuore. Imparare a conoscere e canalizzare gli impulsi e i
desideri che, avvolti dal piacere e dalla seduzione possono condurci
alla schiavitù dell'attimo che fugge.
Stropicciati gli occhi per saper discernere nel silenzio delle parole,
lontano dal vocio menzognero delle attrazioni umane, quale è la voce di
Dio nella nostra coscienza purificata da menzogne camuffate da angelo
della luce.
Da
dove viene questa parola, questo invito, questo scuotimento di cuori?
Dalla mia natura, dalle mie inclinazioni, dal Dio buono e amante degli
uomini o da Colui che fa della superbia la propria bandiera, il proprio
simbolo unificante?
Occorre cercare “nelle nostre tasche", dentro di noi. Non aver paura di
fermarci e di guardarci dentro: la disattenzione della nostra vita ci fa
perdere il nostro vero sé.
La
via che porta a Dio passa per l'incontro con me stesso, passa per la
discesa nella mia realtà.
Quanto ci sarebbe da lavorare su questo aspetto. Il primo servizio che
dobbiamo compiere, infatti, è quello verso noi stessi.
Ma è
anche il discernimento costante circa il nostro servizio, sulle
motivazioni della nostra dedizione agli altri, perché il segno della
Croce si presenta con il suo carico di ministero del senso, come vedremo
più avanti.
VOLEVO FARMI IL SEGNO
DELLA CROCE;
NON SONO RIUSCITA A
PORTARE LA MANO ALLA FRONTE,
MI E’ RICADUTA.
Non è
chiaro quali sentimenti contrastanti impedissero a Bernadette di farsi
il segno della croce. Sta di fatto che sperimenta un'impotenza della sua
potenza. Ciò che è nelle sue capacità, diventa irrealizzabile. ciò che
normalmente possiamo fare anche meccanicamente, si rivela impossibile.
E’
un'esperienza di impotenza e fragilità. Ne siamo testimoni
quotidianamente nel nostro servizio ma anche nella compagnia degli
uomini che qualifica la nostra vita.
C’è
una precarietà che alloggia stabilmente in noi e tra noi, accanto alla
suprema tentazione di essere padroni della vita fino a diventarne
manipolatori. Una precarietà negli affetti, ma prima ancora nei legami
fino a perdere la sicurezza che anche chi ci sta vicino possa difenderci
dal male. Una precarietà che mette in dubbio le certezze di sempre, i
valori costitutivi del nostro vivere sociale, dove il sovvertimento
morale e il disconoscimento di un ethos comune al nostro popolo e alla
nostra tradizione, allargano le maglie del dubbio.
“Come in ogni situazione umana si sperimenta la fragilità, così ogni
ambiente vitale è frutto di un fragile equilibrio. Nei volti delle
famiglie ci sono spesso più lacrime da asciugare che sorrisi da
raccogliere. Nella vita ci sono sofferenze che arrivano contro ogni
nostra aspettativa e ci sono anche sofferenze che nascono dai nostri
errori e dalle nostre colpe, quelle che costruiamo con le nostre mani:
quando, ad esempio, diamo la prevalenza all'avere sull'essere; quando ci
carichiamo di cose inutili; quando diamo la precedenza alle cose sulle
persone, agli interessi materiali sugli affetti.
La fragilità rimane una grande sfida: da sempre essa ha
suscitato interrogativi, problemi, dubbi. Un personaggio della Bibbia è
diventato una sorta di riferimento per coloro che hanno il coraggio di
riflettere sul dolore. Si tratta di Giobbe: con il suo nome chiamiamo
chi soffre ingiustamente e chi giustamente ha motivi per lamentarsi. Con
Giobbe ci chiediamo: perché dobbiamo soffrire e morire?
Molti non conoscono le parole che la Bibbia mette sulle
labbra di Giobbe nel momento in cui il contatto con il dolore diventa
bruciante Parole simili, forse, le abbiamo gridate noi stessi, una o
tante volte:
Perisca il giorno in cui nacqui…
Perché non sono morto fin dal seno di mia madre
E
non spirai appena uscito dal grembo?
Perché due ginocchia mi hanno accolto,
e
due mammelle mi allattarono?...
Come lo schiavo sospira l’ombra
E
come il mercenario aspetta il suo salario,
così a me sono toccati mesi di illusione
e
notti di affanno mi sono state assegnate
Ricordati che un soffio è la mia vita,
il
mio occhio non rivedrà più il bene”.(Giobbe 3.3. 11-12; 7,2-3, 7)
(Lettera ai Cercatori di Dio. 1).
Una
fragilità e una precarietà che attentano anche la nostra fede, che si
trasforma in dubbio. Troppo facilmente affermiamo che il dubbio è bene
che ci sia. Il pericolo che si trasformi in sabbie mobili che
inghiottono nella notte del non-senso la nostra intera esistenza è
sempre in agguato. Se da una parte è bene cercare sempre e non chiudere
nella gabbia della nostra presunzione ogni conquista raggiunta. così è
altrettanto pericoloso minare la fiducia, la capacità di abbandonarsi e
di credere perché potrebbe spegnere quell'apertura al trascendente che è
caratteristica dell'essere umano.
La
nostra prossimità con amici diversamente abili ci rende sempre più
attenti al dolore di questa impotenza. ci rende quasi vulnerabili di
fronte alla rabbia e alle lacrime di chi non può farsi il segno della
croce perché il dubbio gli serra le labbra, le domande diventano più
sonore delle risposte.
Sorreggiamo quelle mani pesanti che, davanti alla Grotta, cadono in
grembo senza forza, senza speranza, alleggerite solo da uno sguardo
implorante rispetto,
A
volte facciamo fatica ad abbandonare una sorta di "vocazione alla
perfezione”.
“Ecco un fardello che posso deporre. Soffro
del complesso del santo. Credo di dover essere perfetto. Dove mai ho
trovato che si debba essere perfetti per essere amati? In realtà. questo
complesso mi priva dell'amore Per il mio essere'' (Alexandre
jollien).
Occorre davvero fermarsi di fronte alla precarietà e fragilità e
maneggiare con amore. E’ proprio quando ti cascano le braccia che
smettono di prendere, di possedere e diventano grembo, accoglienza senza
aggressività.
LA VISIONE HA FATTO II,
SEGNO DELLA CROCE
C’è
una pedagogia in questa prima apparizione che sembra costituire una
specie di laboratorio artigiano dove forgiare (o meglio lasciarsi
forgiare) la nostra struttura fondamentale di uomini e donne amati e
impastati di paure e precarietà.
Anche
qui. come in ogni storia di elezione e di chiamata. il primato spetta a
Dio. E’ il dono della Grazia di cui Maria si fa intermediario e
intercessore.
All'origine di tutto c'è Dio che si rivela. “L'intimo e inesprimibile
concedersi di Dio ail'uomo”.
Questo momento affonda le sue radici in quel gesto di creazione
dell'uomo, in cui Dio insuffla il suo Spirito nell'uomo facendolo
“essere vivente”. Una presenza-soffio che c'e (e guai se non ci fosse,
saremmo morti) ma non si impone. Vivo perché tu, Dio in me, respiro
perché tu respiri in me. Sei più intimo a me di me stesso.
Una
presenza voluta fin dall'eternità, come immagine e somiglianza, come
(dopo il peccato) nostalgia della sorgente. Questo momento affonda anche
le sue radici in quel gesto di ri-creazione del Figlio di Dio che
morendo “soffia” su di noi l'alito di vita che vince la morte, lo
Spirito Santo.
Maria
ne è testimone e depositaria privilegiata. II segno della croce è
tracciato prima su di lei.
Nel
racconto dell’annunciazione dell'incarnazione del Figlio di Dio emerge
grandiosa l’immagine di Dio. "il
Dio della gratuita iniziativa d’amore verso la sua creatura. Il Signore
del cielo e della terra che si piega verso la sua serca e in lei verso
l’intera umanità dell’attesa. Il padre della misericordia che esce dal
silenzio per pronunciare nel tempo la sua Parola, legandola all’umiltà
di un’ora, di un luogo, di una carne”.
A Dio
solo spetta l'iniziativa e il primato: la sua creatura si pone come
apertura, docilità. "Rispetto
all'assoluto primato dell'iniziativa divina la creatura entra in gioco
solo nella forma della Vergine Maria. nella forma cioè di un'umanità non
dominatrice„ non creatrice, non sovrana, ma docile, recettiva,
disponibile". Dio ha amato per primo ed è stato Lui a dare
inizio al mondo. Maria si presenta come la donna della fede. che ha
creduto "nell’adempimento delle parole del Signore”,
che accoglie nella fede la rivelazione del mistero: la sua verginità
acquista il valore di segno di consacrazione per servizio esclusivo di
Dio. segno di povertà che richiama la pienezza di Dio, segno di novità
del Regno, che viene a sconvolgere le leggi della creazione. Maria è
vergine perché è tutta di Dio, tutta di lui, terreno d'avvento per il
Regno che Egli stabilisce tra gli uomini.
In
Maria Dio opera una nuova creazione: su una terra vergine si posa lo
Spirito Santo per dar vita a ciò che ora si può definire solo "opera di
Dio": per questo Maria rivela (come una nuova creazione) la figura della
creatura secondo il progetto di Dio. La dignità della creatura umana
emerge, sotto questo aspetto, come orientata incondizionatamente verso
Dio: l'uomo rivelato dalla Vergine è uditore della Parola (secondo
l'espressione di K. Rahner), parola pronunciata dal Padre per la Parola,
il Figlio. La creatura risplende in quanto riflesso dell'eterno
splendore divino. In Maria rifulge la possibilità offerta alla creatura
di rispondere nella libertà all'iniziativa proveniente dall'amore di
Dio: nella Vergine l'umanità esulta perché è resa ormai capace di essere
non solo DA Dio, ma anche PER Dio, e quindi di accogliere, volendo, la
sua Parola di Salvezza, il Cristo.
Atto
profondamente umano è perciò quello di accogliere la Parola, che ci
inserisce nel mistero stesso di Dio: "Se
uno mi ama, osserverò la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi
verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Cr 14,23).
Tu
sei piena di grazia prima di noi: noi dopo di te andiamo a dissetarci
alla stessa fonte pasquale della grazia, alla quale hai bevuto fino a
soddisfare completamente la tua arsura di Dio.
Tu
sei la piena di grazia come una di noi: perciò sei gloria di Israele
letizia del nostro popolo. Tu sei piena di grazia per noi.
La
tua innocenza e la pienezza di grazia sono la profezia del nostro
battesimo.
Da
sempre sei accanto ai fonte battesimale testimone della nostra nascita
divina.
Il
fonte battesimale ti somiglia, Signora del nostro fonte battesimale.
Facendosi il segno di croce Maria rivela sempre di più anche la sua
umanità e la sua femminilità. Nel racconto dell'annunciazione la
femminilità di Maria appare come accoglienza feconda. Nella sua
verginità Maria, "la
donna, conferma se stessa come persona. ossia come essere che il
Creatore sin dall'inizio ha voluto per se stesso e, contemporaneamente.
realizza il valore personale della propria femminilità diventando un
dono sincero per Dio che si è rivelato in Cristo" (MD20).
Oggi,
come sempre, gli uomini danno un perché alla loro vita, agiscono sotto
la spinta di un fine da raggiungere. Nel mondo occidentale. per es.,
l'ideale che fa più presa è la piena autonomia su questa terra, della
realtà individuale. Si direbbe che vi è uno sforzo dell'umanità di
diventare autonoma, adulta: vi è una ricerca di essere, che, però, punta
di fatto più sull'avere che sull'essere. In concreto, questo modo di
vedere le cose si traduce per gli adulti di oggi soprattutto in
un'esigenza di benessere e di libertà in ogni campo. L'uomo pone in
secondo ordine e spesso trascura la dimensione trascendente della vita.
Ora,
Maria rivela che non è nell'affermazione di sé, della propria autonomia
o benessere che risiede la dignità dell'uomo, ma nel mettere al primo
posto nella propria anima Dio. Maria è vissuta di Dio, della fede in
Dio. Per lei Dio era tutto.
La
donna ha la vocazione di rivelare il primato dell'essere sull'agire, "All'agire maschile corrisponde l'essere del
femminile virginale: l'uomo è fatto per andare al di là del proprio
essere. per star fuori: la donna. che Maria rivela, dimostra che il vero
esistere è stare sotto lo sguardo creatore di Dio e lasciarsi plasmare
dalla grazia".
"L'accoglienza
che la Vergine rivela nella sua personalità di donna, come icona
concreta del femminile che ogni donna può realizzare in se stessa e che
ogni uomo è chiamato a rispettare e recepire come elemento di profonda
reciprocità del proprio esistere, è questo essere in profondità, questo
spazio puro da ogni esteriorità, questo grembo capace di ospitare dentro
di sé tutto il mistero, La donna interiorizza la vita, non per
possederla, ma per ridarla: perciò può accogliere e comprendere così
profondamente come forse nessun uomo sarà mai capace di fare".
ALLORA LA MIA MANO HA
TREMATO
C'è
un timore della fede che non è il groviglio di paure che ci portiamo
dentro ma è il vero travaglio del fidarsi.
Secondo una suggestiva etimologia medioevale “credere” significherebbe “cor
dare”, dare il cuore, rimetterlo incondizionatamente nelle mani di Un
Altro: crede che si lascia far prigioniero dall’invisibile Dio, chi
Accetta di essere posseduto da Lui nell’ascolto obbediente e nella
docilità del più profondo del cuore. Fede è resa, consegna, abbandono,
non possesso, garanzia, sicurezza. Credere, perciò, non è evitare lo
scandalo, fuggire il rischio, avanzare nella serena luminosità del
giorno: si crede non nostante lo scandalo e il rischio, ma proprio
sfidati da essi ed in essi; chi crede cammina nella notte, pellegrino
verso la luce. La sua è una conoscenza nella penombra della sera, una “conitio
vespertina”, non ancora una “conitio matutina”, un conoscere nello
splendore della visione, secondo la bella terminologia di S. Agostino e
di S. Tommaso. “Credere significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro, e
udire la Voce che grida: Gettati, ti prenderò fra le mie brccia” (S.
Kierkegaard). Ed è sull’orlo di quell’abisso che si affacciano le
domande inquietanti: se invece di braccia accoglienti ci fossero
soltanto rocce laceranti? E se oltre il buio ci fosse ancora nient’altro
che il buio del nulla? Credere è esistere e sopportare sotto il peso di
queste domande: non pretendere segni, ma offrire segni d’amore
all’invisibile Amante che chiama.
Credere è abbracciare la croce della sequela, non quella comoda e
gratificante che avvremmo voluto, ma quella umile e oscura che ci viene
donata, per completare in noi ciò che manca alla passione di Cristo, a
vantaggio del suo corpo, la chiesa. Crede chi confessa l’amore di Dio
nonostante l’inevidenza dell’amore; crede chi spera contro ogni
speranza; crede chi accetta di crocifiggere le proprie attese sulla
croce di Cristo, e non il Cristo sulla croce delle proprie attese. (…)
E
allora credere è un perdere tutto? E’ non avere più sicurezza, né
discendenza, né patria? E’ un rinunciare a ogni segno e ad ogni
miracolo? A tal punto è geloso il Dio dei credenti? Così divorante il
suo fuoco? Così buia la sua notte?
Dir
di sì a queste domande sarebbe cadere nella seduzione opposta a quella
di chi cerca segni ad ogni costo; sarebbe un dimenticare la tenerezza e
la misericordia di Dio. C’è sempre un Tabor per rischiarare il cammino:
un grande segno ci è stato dato, il Cristo Risorto, che vive nei segni
della grazia e dell’amore confidati alla sua Chiesa.
(B. Forte, Piccola introduzione alla fede, p. 16-17)
Non
aver paura di questa paura: è la qualità del vero credente.
HO RIPROVATO A FARMI IL
SEGNO DELLA CROCE E CI SONO RIUSCITA
Bernadette, nel tremore di fronte all'ignoto e nella fiducia in ciò che
di più caro ha appreso fin dall'infanzia, imita quel gesto che vede fare
dall'apparizione. E' un gesto che conosce da sempre ma che ora diventa
portale d'ingresso a un di più di senso e di visione che scaccia la
paura pur lasciando il timore ma acquieta l'animo nella preghiera
“ripetitiva” e pacificante. "Subito dopo essermi segnata scomparve il
grande turbamento che provai...”
E’ un
gesto ampio che Bernadette mima di cui diventerà quasi insegnante negli
anni della sua vita. Ma guardiamo al gesto della mano che tocca la
fronte, il petto e le spalle esprimendo così il coinvolgimento di tutta
la persona nel rapporto con Dio, attraverso la croce del Figlio: i
pensieri, il cuore, la totalità dell'essere. Parole e gesto entrano in
dialogo con il Padre.
Prima
di tutto è un gesto di appartenenza e di libertà.
Gesto
di appartenenza a Dio e a nessun altro. Non abbiamo padroni su di noi,
sul nostro corpo. Non esistiamo per soddisfare le nostre esigenze o i
bisogni degli altri ma per percorrere quell'unico e originale cammino
che Dio ha voluto per noi. un segno, sigillo che (sfraghis - carattere)
si imprime nelle nostre facoltà, nella nostra libertà, nella nostra
volontà, nei nostri sensi. Una libertà che chiede rispetto da parte di
tutti, che chiede attenzione e alleanza. Nessuno può permettersi di
manipolarmi, di giocare, di fare della mia persona un oggetto, il segno
di croce su di noi è una grande benedizione che riverbera la benedizione
primordiale pronunciata dal Creatore che guardando l'uomo lo ama come
l'opera "molto buona" che Lui ha fatto.
Con
il segno di croce diciamo: «È
bene che tu esista. In te lutto è bene. Le contraddizioni non ti devono
lacerare. Tu sei in armonia con te stesso, perché sei stato reso
armonioso dall’amore di cristo. Tu sei accettato e amato, in tutto e per
tutto: in te non esiste nulla che non sia stato toccato dall’amore di
Dio” E nel segno di croce, rendiamo esplicita la promessa di Dio:
“Dovunque tu vada, io sarò con te. Io sono con te, e con te percorro
tutte tue vie, anche quelle dolorose, quella sbagliate e quelle più
lunghe” (A. Grun)
Il
segno di croce indica ancora la trama del nostro essere ad immagine e
somiglianza di Dio: una trama che congiunge l'umano e il divino in un
dono benedicente e accogliente. Nel fare il segno di croce (parlo della
forma più comune. quella ampia, che non esclude i piccoli segni di croce
che vengono apposti sulla fronte nel battesimo o cresima o ai momento
della proclamazione dei vangelo nella celebrazione eucaristica) noi
sfioriamo prima la fronte, poi il cuore o l'addome, quindi la spalla
sinistra e poi quella destra. E' un modo di esprimere la presenza e
benedizione di Dio sul pensiero, sull'intelligenza, sulla vitalità,
sull'inconscio e sulla consapevolezza. E’ confermare il nostro corpo
come sacramento di comunione e luogo di manifestazione del compiacimento
di Dio su ciascuno di noi.
Il
corpo che Dio ci ha preparato e che ci accomuna con tutto il genere
umano, è al tempo stesso l'identificazione della nostra unicità
originaria, della nostra irripetibilità, “memoriale e appello della
vocazione di ciascuno alla libertà e alla responsabilità”.
Occorre spendere una parola in più sul senso del segno della croce sul
nostro corpo.
“Entrando nel mondo Cristo dice:
tu non hai voluto ne sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato… Ecco io vengo o Dio per fare la tua
volontà” (Eb. 10,5-10).
Tratto dal salmo 40 questo testo, applicato dall'autore della lettera
agli Ebrei a Cristo, ci dice che il corpo non vela lo spirituale e il
divino ma in esso si rimanda alla trascendenza, alla trasparenza di Dio.
"Il
corpo che noi siamo, ma che non viene da noi, è la nostra in-scrizionw
originaria nel senso della vita. Ciò che è più inalienabilmente mio non
viene da me e mi rinvia ad altri da me: cogliere il corpo come dono
significa interpretare la vita come dono, dunque predisporsi a dare
senso alla vita facendone a nostra volta un dono”
(2)
E
quando parliamo di corpo, intendiamo la totalità della persona, senza
dualismi pericolosi, senza svalutazioni in rapporto a ciò che è fisico
privilegiando una dimensione spirituale che si manifesta sempre e solo
attraverso la corporeità. Il mio corpo dice immediatamente relazione,
comunione, che, pur nella limitatezza di ciò che è creato, si apre a
dimensioni più grandi ancora. Il nostro corpo ci dice la capacità di
relazionarci con Dio, con il mondo e con l'altro anche nella differenza
sessuale. La nostra esperienza con i nostri fratelli malati o
diversamente abili è rivelatrice di questa trasparenza comunionale del
corpo.
Per
questo il segno di croce tocca gli opposti del nostro corpo.
Tocca
prima di tutto la mente e il cuore tocca gli occhi dell'intelligenza e
gli occhi del cuore. E il cuore per noi (alla scuola della tradizione
biblica) è il centro della personalità in tutte le sue dimensioni. E' la
sede della vita psichica, dell’interiorità conscia dell’uomo che Dio può
sondare meglio dell'uomo stesso: “più
fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile: chi può
conoscerlo? Io, il Signore, scruto la mente e saggio il cuore, per
rendere a ciascuno secondo le sue azioni" (Ger. 17,9 - 10).
E il
cuore oltre che la sede dell'intelligenza è la sede della volontà, della
responsabilità, nella decisione per il bene.
Il
segno della croce è il tocco di Dio sul mio cuore, per rivelare la mia
capacità di andare e ia possibilità di pregare. Anche per Bernadette il
segno di croce apre alla preghiera. Come non sottolineare come la nostra
preghiera (ma anche quella di Bernadette) si nutre di segni, dove i
sensi diventano finestre per poterci aprire al divino. Certo i sensi
dovranno essere purificati perché non siano a rischio di idolatria e il
segno di croce nasconde anche questa verità di purificazione.
Con
l'incarnazione di Gesù, di cui il segno di croce ricorda il culmine del
mistero pasquale, l'uomo è rinviato a passare attraverso la sua umanità,
il suo corpo per accedere all'incontro con il Padre.
Mi
viene alla mente quella donna del Vangelo di cui non conosciamo il nome
(così che riassume tutte le donne del mondo) che tenta di nascosto di
toccare il lembo del mantello di Gesù per essere guarita. Si vergogna e
non osa fare un gesto pubblico. Si avvicina furtiva, carica della fede
che le viene dal bisogno, con gli occhi gonfi di attesa e di fiducia,
con un carico di speranza che in lei si possa fermare quell'emorragia di
vita che le toglie le forze ma non il coraggio di osare.
"Chi mi ha toccato?"
Chiede Gesù. Molti lo toccano ma pochi lo toccano davvero. Pochi,
arrivano a toccare il Suo cuore.
Ecco
la fortuna di questa donna: ha potuto toccare il cuore di Dio attraverso
il Corpo di Cristo.
Quanto siamo fortunati anche noi che possiamo toccare il Corpo di Cristo
nell'Eucaristia.
Siamo
fortunati perché lo possiamo toccare nella carne contorta dei nostri
amici malati. Siamo fortunati perché possiamo toccare il lembo del Suo
mantello ascoltando la storia fioca e debole di chi è aggredito dalla
solitudine, dalla disperazione, dal non senso. Di coloro a cui "manca il
sangue” della forza interiore.
Siamo
fortunati perché lo possiamo toccare in tante storie che ci vengono
deposte in grembo.
Si,
la fortuna è poter toccare il Corpo di Cristo amando.
Per
questo Dio si è fatto uomo: perché lo potessimo toccare.
E
toccando il Suo Corpo nella vita dei fratelli, ci sentiamo risanati
dentro.
Noi
associamo al segno di croce la formula trinitaria: «Nel
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Questa
formula è diventata per molte persone qualcosa di superfluo, ma in
realtà noi con essa proclamiamo che Dio non è un Dio lontano e chiuso in
se stesso, ma il Dio disponibile verso di noi, che ci consente di
partecipare alla circolazione del suo amore. Si potrebbe anche spiegare
questa formula ampliandola, come fa la chiesa siriana, e pronunciandola
lentamente e in modo consapevole, mentre ci si segna: «Nel
nome del Padre. che ci ha pensato e creato, e del Figlio, che è sceso
fino nel profondo del nostro essere uomini, e dello Spirito Santo. che
volge il male in bene. e che trasforma ciò che in noi è inconscio e
sconosciuto, affinché venga rivolto verso Dio».
Con
le parole e il gesto ci immergiamo nella realtà misteriosa del Dio
trinità, del Dio relazione d'amore sollevando un po' quel velo che
avvolge l’invisibile ma rivela anche chi siamo noi alla luce di quel
mistero.
“Tu Padre, con il tuo unico Figlio e con lo
Spirito Santo sei un solo Dio, un solo Signore, non nell'unità di una
sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Quanto hai rivelato
della tua gloria. noi lo crediamo e con la stessa fede, senza differenze
lo affermiamo del tuo Figlio e dello Spirito. E nel proclamare Te Dio
vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle persone, l'unità della
natura, l'uguaglianza della maestà divina". (Prefazio della
Trinità).
Che
nuovi orizzonti ci apre questa scoperta?
Ciascuno di noi raggiunge una sua realizzazione umana in una
professione, o trova il suo posto nella società scegliendo una fra le
tante vocazioni: famiglia, consacrazione a Dio, sacerdozio ...
Quale
è ii vero progetto di Dio su di noi? Quale è la nostra vocazione?
Siamo
stati creati a immagine e somiglianza di Dio. E’ importante per noi
scoprire che siamo stati fatti a sua immagine e scoprire lo stampo da
cui siamo stati generati.
Occorre tornare nel seno
del Padre
per scoprire dove l'idea è stata concepita, Ma il Padre noi lo
conosciamo attraverso il Figlio suo Gesù. Noi siamo predestinati ad
essere conformi a questa immagine.
La
ragione profonda del farsi uomo di Dio è nel suo desiderio di divenire
uomo e fare dell'umanità una sua immagine.
E’
Dio stesso che si imprime nell'uomo come stampo sulla cera.
E’
fondamentale che l'uomo accetti di
essere amato (illuminato al pari di un negativo fotografico).
Se
l’uomo rifiuta ciò che è e non crede di essere amato è un negativo che
rifiuta di essere illuminato per fissare l’immagine.
E’ in
questo atto di credere all'amore, alla chiamata, che lo sviluppo
dell'immagine diventa realtà.
Si
tratta di credere che un Essere. che si chiama Amore abita in noi ad
ogni istante del giorno e della notte e ci domanda di vivere in società
con Lui.
Come
l'uomo riflette questa immagine?
IL PADRE è
nell'amore eterno
sorgività pura.
Egli dona alla creatura di essere sorgente dell'amore. Per questo l'uomo
è capace di amare, chiamato a donare amore, è fatto per amare. E' perché
è amato prima, che l'uomo può amare. In questo suo poter amare si
riflette il principio stesso dell'amore.
IL FIGLIO è accoglienza
pura
L’uomo ha questa capacità di accoglienza fino alla più alta trasparenza
possibile. L'uomo è apertura radicale, chiamato a lasciarsi amare nella
gioia della gratitudine. Chi non sa ricevere amore non esisterà mai
veramente: dove non c'è gratitudine il dono è perso.
LO SPIRITO SANTO è
legame di unità
tra amante e amato. Nell'uomo è l'unità tra questi due movimenti: amando
si fa amare; lasciandosi amare, ama.
Il
volto di Dio rivelatoci in Gesù ci apre ad una dimensione di vita qui in
terra che è anticipazione del cielo. Non è più possibile ora che solo
una parte della nostra vita sia occupata dall'amore, mentre il rimanente
lo sarebbe in qualche altro modo. E non è neppure che solo un periodo
della vita possa essere consacrato all'amore, mentre gli altri periodi
potrebbero forse essere dedicati a noi stessi.
E'
nell'amore che troveremo la pienezza della vita: sarà nell'incontro
incondizionato con l'altro che troveremo non solo Dio ma anche noi
stessi: chi ama ha la vita eterna.
Il
Segno di croce ci apre alla compassione: sentire nel nostro cuore la
solidarietà con il mondo e con ii suo peccato: questo mi fa piangere e
questa afflizione è preghiera. Si trovano poche persone che oggi
piangono per il mondo. Ma questo dolore del cuore è disciplina profonda
che vede, ama e si offre per il peccato del mondo.
Mi
apre ai Perdono: capaci di perdonare chi ci ha offeso, stabilendo con
tutti, relazioni fraterne fondate nella gioia della relazione filiale
con Dio Padre.
li
segno di croce si fa ministro del senso, rivela chi sei, ti aiuta a
conoscerti con le tue paure e le tue contraddizioni ma ti spinge anche a
deciderti e a rischiare su questo segno.
Nello
stesso tempo il segno di croce ti offre anche gli strumenti, quattro
punti cardinali sui quali far ruotare la nostra personalità rinnovata
rendendola sempre più simile a quell'Immagine che attende la
chiarificazione della somiglianza con la nostra risposta.
Il
primo polo (e sembro ripetermi) è l'Amore
con la sfaccettatura della sollecitudine, del prendersi cura, del
rassicurare. Bernadette da quel momento si libera della paura e farà
l'esperienza di essere oggetto di sollecitudine e di cura da parte
dell'apparizione.
Questa qualità costituisce la
virtù della solitudine, un
contrassegno sicuro del cristiano che sta maturando, in contrasto con il
rassegnalo "Qualcuno ci dovrà pur pensare…”.
Il
secondo polo prende la sua linfa nella capacita di confrontarsi. di
dialogare, lontano da un’aggressività che crea dipendenza, che diventa
sospettosa e diffidente e che tende a tenere in pugno l'altro più che a
tendergli una mano. La persona che si esprime in tal modo mostra la
virtù
del coraggio. E il segno tracciato sulla persona aprirà ogni
incontro di Bernadette con Maria anche quando tutto remava contro di
lei.
Il
terzo polo su cui stende la sua protezione il segno della croce è quello
della
debolezza
e della fragilità che potrebbe trasformarsi in rassegnazione, in un
atteggiamento rinunciatario e qualche volta a voler uscire dalla scena
della vita. L'incontro con l’Altro con il Dio che si è fatto debole come
noi ci aiuta a leggere, con la
virtù dell’umiltà, i frammenti
deboli della nostra vita senza far crescere l'ansia, la preoccupazione e
avere la saggezza di accettare ciò che non possiamo cambiare ma anche di
lottare per modificare ciò che è in nostro potere cambiare.
Il
quarto polo è dato dalla
forza
che portiamo in noi, dalla capacità di esprimere tutto ii positivo che
abbiamo, tutta la potenzialità di stima di noi stessi che è la spinta
per andare sempre avanti e credere nelle infinite potenzialità nascoste
nel nostro cuore.
Il
segno di croce, come vediamo, è una sciabica che viene gettata nei
fondali della nostra persona, del nostro essere e ci fa uscire
dall'anonimato perché spinge ad una ricerca di maturità umana e
soprannaturale fondata sulla consapevolezza di essere amati.
Sanremo 2009. Gemelli Diversi, la canzone Vivi per un miracolo, ha un
ritornello che suona così: "Ce
l'hai un attimo per me? Perché c'è troppo bisogno d'aiuto. Ti prego,
dimmi, mentre il mondo piange, Dio dov'è?"
Per
chi ha orecchie per intendere questo è un grido lacerante e drammatico,
che interroga e scuote le coscienze dei credenti. C'è una "domanda" di
Dio evidente, estesa, profonda, ineludibile.
Siamo
in un tempo in cui c’è nelle persone una sorta di “vuoto spinto”. Chi ci
avvicina è invocativo, sta invocando una qualità di
relazioni che sembra venir meno. Di fronte ai piccoli passi
degenerativi (la nuova barbarie) che oggi si vivono nei rapporti
sociali, noi possiamo proporre dei piccoli passi generativi dei rapporti
interpersonali: una rimonta dalla barbarie.
E’ la
conseguenza di qualche ''piccolo passo degenerativo" anche tra il popolo
di Dio che ha indotto Papa Ralzinger a pronunciare le accorate ma lucide
parole che abbiamo letto nella sua "Lettera ai vescovi della Chiesa
cattolica" del 12 marzo scorso?
“…purtroppo questo mordere e divorare esiste
anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà male
interpretata". Non c'è qualcosa di "invocativo" nelle sue
reiterate domande con cui argomenta le sue ragioni'? Non c'è la
nostalgia di una qualità delle relazioni che in qualche misura è venuta
meno all'interno della Chiesa stessa? E che coraggio infonde in noi che
invochiamo ogni giorno dei testimoni credibili della fede!
Quante volte ci siamo sentiti chiedere da amici smarriti, da coppie in
difficoltà:
"Per
favore, dammi una mano, dimmi quello che debbo fare'', Ed
ogni volta abbiamo dovuto mordere il freno per non dare la soluzione, la
nostra soluzione ad un problema non nostro: per non imboccare la persona
con consigli sbrigativi, privandola così di quella necessaria ricerca ed
auto-comprensione che gli faccia intuire la
chance
che ha: "lo
posso!", Con infinita pazienza abbiamo cercato di abilitare
l'altro a credere nelle sue risorse, a cominciare a vedersi degno,
capace, responsabile, propositivo, fiducioso: e tutto questo senza mai
smettere di "sussurrargli all'orecchio" il messaggio essenziale: "Tu puoi!". Quelle volte poi che
dall'altra parte vedi il sollievo, il sorriso, la gratitudine per un
piccolo o grande risultato raggiunto, può accaderti l'esperienza mistica
di intuire l'agire di Cristo Gesù nei tuoi stessi pensieri dedicati,
nelle tue emozioni condivise, nel tuo agire finalizzato all'altro. Ne
rimani quasi tramortito dalla gioia ed in quel momento senti che Dio ti
sta pensando.
“Per avere davvero presente qualcuno bisogna
imparare a portare il vuoto che lascia in noi la sua alterità,
accettando che sfugga al nostro tentativo di farne un possesso”.
(R. Mancini). Queste poche parole, mentre leniscono il nostro affanno,
definiscono in mirabile sintesi una verità del rapporto che instauro con
l'altro: ogni volta mi tengo un vuoto e lascio cadere un possesso.
Il
segno di croce sul mio corpo riverbera il senso del mio essere chiamato
per nome e quindi di ricevere il senso dalla relazione che instauro con
Dio e con l'altro.
"Di
fronte alla domanda: “Che senso ha la mia vita?”, qualcuno ti viene
messo accanto come risposta. Nella relazione di coppia, come pure in
ogni relazione autentica, il rapporto con l’altro, attraverso il
cristianesimo, diviene promozione dell'altro".
CONCLUSIONE
Facciamo nostro un commento di Romano Guardini sul segno di croce:
Quando fai il segno di
croce, fallo bene. Non così affrettato. rattrappito, tale che nessuno
capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè
lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra.
Senti come esso ti
abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti
i pensieri e tutto l'animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al
petto, da uno spalla all'altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, ti
consacra, ti santifica. Perché?:' Perché è il segno della totalità ed il
segno della redenzione.
Sulla croce nostro
Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce egli santifica l'uomo
nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere. Perciò lo
facciamo prima della preghiera, affinchè esso ci raccolga e ci metta
spiritualmente in ordine: concentri in Dio pensieri, cuore e volere;
dopo la preghiera, affinchè rimanga in noi quello che Dio ci ha donato.
Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perchè ci
protegga. Nell’atto di benedizione, perché la pienezza della vita divina
penetri nell'anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa. Pensa quanto
spesso fai il segno della croce, il segno più santo che ci sia! Fallo
bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso
abbraccia tutto il tuo
essere, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e
patire, tutto vi viene irrobustito, segnato, consacrato nella forza del
Cristo, nel nome del Dio uno e trino.
E’
vero che il segno della Croce all'inizio delle apparizioni può sembrare
un dettaglio marginale. eppure colora di Sapienza ogni gesto di
servizio, di preghiera, ogni sfogliare di vita davanti alla Grotta,
nell'attesa che, segnati da questo sigillo con le nostre mani
rattrappite, ci sentiamo chiamati a far parte di quel coro dei Segnati,
vincitori e non perdenti.
1)
Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 15
2)
L. Manicardi, Il Corpo, Quigaion
RELAZIONE DEL
PRESIDENTE NAZIONALE ANTONIO DIELLA
Appunti a cura di Valerio Valeri
"Vi parlerò oggi del bilancio delle attività svolte nel 2009 e di alcune
previsioni per il 2010, perché ci sarà tempo, il prossimo anno, di
affrontare il bilancio degli ultimi 10 anni.
Nel 2010 non dovremo preoccuparci solo delle elezioni, ma continuare ad
essere responsabili di ogni giorno senza rilassamenti, continuando le
nostre attività senza cambiare le scelte. Si resta nell'Associazione per
scelta e per sempre e non solo per incarico. Il 2010 dovrà essere
considerato come anno di coinvolgimento per impegnarci con maggior
forza. Lo Statuto, che faremo con copertina di diverso colore per non
confonderlo con il precedente, è un contenitore che ha bisogno di noi e
del nostro lavoro, ma non si vive di solo Statuto e Regolamento; serve
solo per dire quale è il carisma dell'Unitalsi. Tutto si può fare nella
vita e farlo diventare carità, dipende solo da come si fa! Lo Statuto
serve appunto per dirci cosa siamo (una associazione ecclesiale) e per
vivere fino in fondo le nostre scelte (credere in Gesù Cristo).
Associazione di accoglienza e non di giudizio (non si parla di
irregolarità famigliari!) Anche i non Cristiani possono farne parte,
però, se si chiede di diventare soci effettivi, allora sì che si deve
scegliere di conoscere Gesù Cristo! Dobbiamo sempre parlare a nome di
Dio! Siamo una Associazione di profeti che non devono accettare tutto
quello che capita!
La stagione 2009 era prevista complicata per varie ragioni: l'anno dopo
il Giubileo e le difficoltà economiche ed è invece rimasta in positivo
per quel che riguarda le presenze a Lourdes. Rispetto al 2007, le
presenze sono aumentate di 3466 unità pari al 5,40% in più (le presenze
dell'Emilia Romagna sono diminuite di 258 unità, n.d.r.). Più
precisamente gli ammalati sono stati 14.400 pari al 35,26%, il personale
23.874 pari al 21,97% mentre i pellegrini sono stati 29.435 pari al
43,47%. Dobbiamo chiederci perché siano calati gli ammalati (- 553 pari
al — 3,70% rispetto al 2007) e perché tanti ammalati vogliano partire
come pellegrini (+ 5,31 rispetto al 2007), mentre il personale è
aumentato del 2,56%( aumenta, però, anche la loro età media!). Smettiamo
di lamentarci dei parroci che partono per conto loro e cerchiamo invece
di fare un approccio diverso nei loro confronti senza presunzioni o
supponenze. Tanti possono essere i modi per avvicinare nuovi
partecipanti: alcuni collaborano con le Asl , altri fanno servizi di
trasporto, altri si occupano di bambini nei doposcuola etc.
Come rispondere a tutto ciò? Con la migliore qualità dei pellegrinaggi,
non solo dei mezzi di trasporto. Bisogna avvicinarli alla storia
dell'Associazione e coinvolgerli anche dopo il pellegrinaggio stesso.
Bisogna aprirsi a nuove sofferenze: anziani soli, malati terminali ed
anche a chi vuole morire a Lourdes! Modellare i pellegrinaggi a queste
nuove esigenze; rispondere sì a tutti! Tutto il resto sono chiacchiere!
Siamo l'Unitalsi e dobbiamo aprirci con coraggio a queste nuove
richieste! La carità vale per tutti e, tanto più la gente è debole e
indifesa, quanto più deve essere accolta da noi! Chi dice che i malati
non devono fare i Passi di Bernadetta? Si può e si deve fare! È iniziata
la formazione per gli Animatori dei Pellegrini, ma ci sono molte
resistenze; verrà fatta anche nel 2010, ma queste persone vanno
utilizzate! Abbiamo sperimentato gli auricolari e abbiamo visto che
funziona, sentono tutti, anche le ultime carrozzine, chiedeteli!
Liberiamoci dalle abitudini e pensiamo a fare qualcosa di straordinario,
altrimenti vi verrà imposto! Continueranno tutti i corsi di formazione;
i formatori servono per indicare un percorso unico per tutta
l'Associazione, un percorso serio! Anche a Loreto dobbiamo guardare alla
qualità del pellegrinaggio, è inutile insistere con il treno quando si
sa che non lo si riempirà mai, andiamo in pullman! Nel 2009 abbiamo
portato 6934 partecipanti, con un aumento dei volontari.
Anche la Terra Santa è in aumento! Abbiamo cambiato le opere di carità:
senza tralasciare Suor Sophie, abbiamo rivolto le nostre attenzioni alle
suore del Verbo Incarnato. Abbiamo prospettive maggiori per il 2010;
daremo una parte delle spese generali alle Sottosezioni; bastano 26
partecipanti per fare il pellegrinaggio. e bisogna dare libertà alle
Sottosezioni di poterli organizzare!
Il pellegrinaggio dei bambini in Terra Santa è stata un'esperienza
bellissima; eravamo in 600, quanto vi siete persi! Ma ci credete alle
nostre iniziative?
I giovani a Siracusa ci hanno fatto capire che dobbiamo lasciare loro
gli spazi necessari, anche se sbagliano. Dobbiamo essere padri e non
padroni della loro esperienza! Sfidarli a vivere questo percorso!
L'incontro del 2010 sarà a Roma, aiutiamoli a vivere nella loro libertà!
(lasciamoli liberi di gioire anche all'interno del pellegrinaggio).
A Medjugorie stiamo pensando perchè molti già ci vanno, con frutti
positivi.
Abbiamo buchi di presenze a Lourdes per aver dovuto spostare alcune date
dei pellegrinaggi (o mi dai quella data o io non faccio più il
pellegrinaggio!). Dobbiamo aprirci alle necessità di tutti. Parlate di
più con la Presidenza nazionale!
Stiamo lavorando con un'agenzia per cercare di fare pellegrinaggi a
Lourdes anche nel periodo invernale.
Riguardo allo Statuto e al Regolamento, vi daremo un numero telefonico a
cui rivolgervi per chiedere tutte le spiegazioni ed anche sul sito
nazionale troverete la possibilità di rivolgercele. Faremo anche
incontri di approfondimento con tutte le Sezioni, ove richiesto. Non
accettiamo comunque critiche di stare mettendo troppa burocrazia; il
Regolamento è stato fatto così per dare risposte a tutti. Nessuno vuole
impedirvi di appassionarvi agli ammalati e di prendere delle decisioni
nelle vostre Assemblee; vogliamo solo che sappiate cosa e come farlo!
Chi, dopo i 10 anni del mandato, non avrà più responsabilità, dovrà
rimanere all'interno dell'Associazione lavorando come e più di prima!
La legge impone la firma per la privacy, altrimenti non potremmo
trattare i dati contenuti nelle schede d'iscrizione; arriveranno nuove
schede di iscrizione contenenti anche questa firma e dovrete gettare
quelle vecchie; arriveranno anche nuovi certificati medici. Ricordiamoci
che tutte le regole e le leggi vanno rispettate!
Parliamo ora di soldi! Manderemo a tutte le Sottosezioni un documento
finanziario, riguardante specialmente Lourdes. Sarà uno stimolo per
capire gli impegni che si possono prendere, ma che non è poi il cuore
dell'Associazione
Nel 2001 l'esposizione bancaria era di 13 milioni e 500.000 Euro, oggi è
di 6 milioni e 500.000 Euro. È stata abbattuta con i pellegrinaggi,
rinunciando anche a quei bei eventi con spese milionarie, che avrei
comunque usato per qualche opera di carità, se li avessi avuti. Abbiamo
pagato i debiti, ma abbiamo ancora qualche credito da alcune Sezioni. In
questo modo abbiamo potuto ridurre gli interessi passivi da 780.000 a
200.000 Euro. Grazie anche alla maggiore puntualità dei pagamenti dei
pellegrinaggi da parte delle Sezioni e delle Sottosezioni.
Abbiamo ed avete ottenuto contributi statali in base alla legge 438 ed
il 5 per mille dell'anno 2006. A questo proposito voglio ricordarvi che,
nel 2007, le firme a favore dell'Unitalsi sono scese da 25.000 a 18.000;
possibile che non riusciamo a coinvolgere quanti, tra parenti ed a miei,
ci stanno vicino?
Acquisizioni su Lourdes.
Decise per migliorare l'accoglienza ai nostri partecipanti. Viste le
aumentate richieste alberghiere di categoria media e di fraternità si è
deciso l'acquisto dell'hotel Tara per i pellegrini (al costo di Euro
18.000 a camera) con mutuo che viene pagato dal margine di guadagno.
Il Santuario ci ha proposto di acquistare il Florence al costo di Euro
1.000.000, poi scesi a Euro 700.000. la nostra prima risposta è stata
negativa poi positiva, pensando di utilizzarlo per il personale con
scarse possibilità economiche. È stato aperto un mutuo di Euro 2.000.000
che servirà anche per la ristrutturazione, già in atto. Siccome ogni
acquisizione deve reggere su se stessa, si è deciso anche l'acquisto di
Casa Italia, con il trasferimento del ristorante che era prima al Salus;
tutti gli utili vanno al sostenimento del Florence a quota bassa e,
pertanto, va vissuto! Andateci a bere la birra e a mangiare la pizza,
non riunitevi da altre parti!
Ultimo acquisto è il Lecuyer, assolutamente non previsto a causa
dell'enorme cifra richiesta di 8.000.000 di Euro. La proprietà ha
abbassato la pretesa a 4.000.000 di Euro, quindi si è deciso per
l'acquisto. È un hotel con grande capienza ed anche qui il mutuo acceso
viene pagato con gli utili.
Acquistato il Lecuyer, abbiamo però deciso di vendere il Tara e qui le
offerte sono buone perchè a fronte di una spesa di Euro 18.000 per
camera, si è arrivati a 25.000 Euro. L'importante è che vi dimentichiate
dei vostri vecchi alberghi dove avevate la camera migliore e la fetta di
prosciutto in più, ma veniate in queste strutture! Il Tara ha avuto una
occupazione media, nel 2009, del solo 75%. Il Florence sarà pronto ad
iniziò stagione (aprile), mentre il Lecuyer verrà aperto un po' alla
volta; la prima parte per il personale della quota fraternità. Le date
dei pellegrinaggi dovranno essere scandite in modo tale da avere sempre
queste nostre strutture piene! Per tutte queste spese esiste un piano di
rientro, cosa che non era stata prevista per il Salus, è vero.
Per concludere ribadisco che la nostra prospettiva di lavoro primaria
deve essere la vita di carità; senza di essa i nostri pellegrinaggi
moriranno: sono cose concatenate fra di loro! Proporsi alla persona
malata e ai familiari, fa loro bene. Interagite con tutte le Asl e i
Comuni. Studiate tutte le possibilità di coinvolgimento. Dobbiamo essere
combattenti della carità! Prestare attenzione agli anziani soli e ai
bambini emarginati, sono tutte frontiere della carità! La nostra
Associazione è una, educati dalla Chiesa alla comunione. Partecipiamo
alla Giornata dell'Adesione, alla Giornata nazionale dell'ulivo! Siamo
dunque credenti sul serio per fare spazio a Gesù Cristo!
Per ultimo vi consiglio di leggere il libro di Erri De Luca: “Penultime
notizie su Gesù."