SEZIONE
| SOTTOSEZIONI |
L'ECO DI LOURDES |
PASTORALE |
NOVITA' |
E ANCORA... |
FILMATI |
FOTOBOOK |
homepage
|
|
via Irma Bandiera 22 40134 Bologna T. 051436260 F. 051436371 ![]() |
Nell'Esortazione apostolica Chirstifìdeles laici,
che fu pubblicata nel 1988 come frutto del Sinodo dei
Vescovi dedicato alla "Vocazione e missione dei laici nella
Chiesa", il Papa Giovanni Paolo II scriveva che "In
questi ultimi tempi il fenomeno dell'aggregarsi dei laici
tra loro è venuto ad assumere caratteri di particolare
varietà e vivacità ... Possiamo parlare di una nuova
stagione aggregativi dei fedeli laici" (n. 29). Uno dei frutti più evidenti del Concilio Vaticano II è stata
infatti una nuova primavera dello Spirito che ha fatto
sorgere numerose nuove comunità, associazioni, gruppi e
movimenti. In questa prima conversazione cercheremo, quindi,
di comprendere meglio cosa sia un'associazione ecclesiale. È
però necessario premettere una breve riflessione sulla
figura dei laici, così come è stata delineata dal Concilio
Vaticano II e della già citata Esortazione apostolica di
Giovanni Paolo II. Cercheremo quindi di descrivere poi
l'aiuto che le associazioni ecclesiali offrono al singolo
credente nella sua vita e quale contributo possano offrire
alla Chiesa per lo svolgimento della sua missione, in
particolare di quella italiana anche alla luce delle
indicazioni che il Santo Padre ha dato durante il recente
Convegno ecclesiale di Verona. Infine tratteggeremo i
criteri di ecclesialità, ossia quelle caratteristiche che
permettono a un'associazione di essere parte della famiglia
di Dio, che è la Chiesa.
La nostra riflessione ha, dunque, come suo punto di partenza quel "dono di Dio alla Chiesa e al mondo", che è anche "l'evento chiave della nostra epoca": il Concilio Vaticano II, che si concluse nel dicembre del 1965. È importante ancora oggi a più di 40 anni dalla conclusione di quel singolare evento, fare ad esso riferimento perché, come scrive Giovanni Paolo II nel suo testamento, "ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alla ricchezza che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito". Se la Costituzione sulla Chiesa Lumen gentium ha dedicato il capitolo 'IV a una approfondita esposizione dell'identità e della missione dei laici, il decreto Apostolicam actuositatem, promulgato il 18 novembre 1965, espone in maniera più dettagliata l'apostolato dei fedeli laici e in particolare dedica i numeri 18 e 19 all'apostolato associato.
La Lumen gentium affermando che i laici sono chiamati a "contribuire come membra vive ... all'incremento della Chiesa e alla sua santificazione" (n. 33) colloca la loro presenza nell'orizzonte della missione e della comunione. Infatti, la Chiesa, e di conseguenza il singolo credente, è di sua natura missionaria, inviata alle genti, mandata per dialogare con la società in cui vive per portare il proprio contributo, originale e specifico — Cristo risorto, speranza del mondo, come è stato più volte ricordato durante il Convegno di Verona — e così partecipare all'edificazione di una società dal volto autenticamente umano. Inoltre la Chiesa, comunità di coloro che hanno in comune la ragione della vita, Gesù Cristo il Santo di Dio, è chiamata a rivelare sempre più il volto del suo Signore e la santità del singolo contribuisce al bene dell'intera comunità ecclesiale per il misterioso legame che unisce i credenti gli uni con gli altri — è quella verità della fede cristiana che noi definiamo "comunione dei santi".
A ciò il cristiano è chiamato dal sacramento del battesimo per mezzo del quale il fedele vive una speciale relazione con Cristo e diventa membro della Chiesa. Giovanni Paolo II nella Christifìdeles laici nel I capitolo, dedicato alla dignità dei fedeli laici nella Chiesa mistero, ricorre all'immagine evangelica della vita e dei tralci, contenuta nel capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, per spiegare la profonda relazione fra Cristo e i discepoli. Uniti in un modo del tutto speciale al Signore e vivendo una profonda intimità con Lui "i fedeli laici partecipano per la loro parte al triplici ufficio — sacerdotale, regale e profetico — di Gesù Cristo" (n. 14). Divenuti parte della vigna del Signore, anche i laici sono chiamati a produrre l'uva buona che il Signore si aspetta e che il profeta Isaia, nel celebre canto della vigna, afferma essere la giustizia e la rettitudine (cfr _h 5,7). La testimonianza cristiana nasce, quindi, dall'unione con Cristo ed anzi è espressione dell'autenticità della propria relazione con Cristo. Quanto più il credente vive la fede, come ha scritto il Cardinale Ratzinger, "non come ipotesi ma come la certezza che sostiene la nostra vita" tanto più egli avvertirà prepotente in sé la necessità di comunicare con la parola e con le azioni la bellezza e la ricchezza di questa relazione con Gesù Cristo, colui che "è la 'notizia' nuova e apportatrice di gioia" (Ch, n.7).
Di questa gioia, che nasce dalla certezza della risurrezione di Cristo, gli uomini del nostro tempo hanno particolare urgenza e bisogno. Non possiamo negare che tante persone sono alla ricerca di un senso per la loro esistenza e sono consapevoli che gli assoluti terrestri, proposti dalle diverse filosofie e ideologie del XX secolo, non sono stati capaci di saziare il desiderio di verità, di bellezza e di bontà naturalmente insito nel cuore dell'uomo. Oggi i cristiani laici che "vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli gli impieghi e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta" (LG, 33) sono chiamati con la testimonianza della loro vita a rendere ragione della speranza che è in loro, nei diversi ambiti: dal mondo del lavoro a quello familiare, nelle occasioni di divertimento e tempo libero a quelle della sofferenza. Il cristiano laico deve oggi mostrare concretamente che la fede cristiana ha una pgrola da dire sulla vita dell'uomo, una parola capace di fare verità, di donare bontà di rendere bella la nostra esistenza. Una parola che è "quel grande sì che in Gesù Cristo Dio ha detto all'uomo e alla sua vita" e di conseguenza come "la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo". In tal modo i laici potranno concretamente, come diceva assai recentemente il Santo Padre ai Vescovi irlandesi, "correggere l'idea che il cattolicesimo sia solo 'una serie di proibizioni”
Non possiamo, tuttavia, negare che le difficoltà che i singoli credenti incontrano in questa opera di fondamentale importanza per la vita della Chiesa, rischiano di attenuare il loro entusiasmo e il dinamismo missionario. Infatti la fede intesa come il rischio di chi getta la rete della propria vita sulla parola di Gesù di Nazareth per potere realizzare una pesca abbondante (cfr Lc 5,5) è in contrapposizione con la cultura contemporanea che nelle sue diverse espressioni sostiene e difende l'affermazione di non correre il rischio di affidare a qualcosa di non materiale la propria esistenza, dal momento che è reale solo ciò che può essere sperimentato e verificato. Inoltre una certa filosofia che ha la sua origine nel pensiero di Nietzsche è convinta che il cristianesimo con le sue proibizioni non abbia avvelenato soltanto l'amore ma tutta la vita, rendendola amara. Di conseguenza essere cristiani significherebbe vivere una vita non piena e soprattutto triste.
Per superare queste difficoltà il Concilio, raccomandando che i fedeli "ricordino che l'uomo, per natura sua, è sociale e che piacque a Dio di riunire i credenti, in Cristo per farne il popolo di Dio e un unico corpo" (AA 8), sottolinea l'importanza dell'apostolato aggregato. Così le associazioni ecclesiali costituiscono un'autentica ricchezza per il singolo credente e per la Chiesa dal momento che, come scrive don Giussani ne "Il senso religioso", "è solo la dimensione comunitaria che rende l'uomo sufficientemente capace di superare il rischio" (pag. 182). In questo modo, chi crede non è mai solo e anzi riceve dalla comunità l'incoraggiamento a proseguire nella propria adesione a Cristo. Potremmo anche dire. come ricorda il Concilio che senza un'esperienza comunitaria in cui vivere la propria esperienza di fede, e di conseguenza senza le associazioni ecclesiali, "i laici saranno spesso impari a sostenere la pressione sia della pubblica opinione sia delle istituzioni" (AA, 18). È dunque quanto mai importante che oggi le diverse comunità cristiane siano vive, siano luoghi dove è possibile incontrare il Cristo risorto e poter sperimentare che è realmente possibile la propria esistenza alla luce delle fede in Cristo sperimentando, in tal modo, una pienezza di senso del vivere quotidiana capace di riempire il cuore di gioia e di pace.
Il Concilio sostiene, dunque, il diritto dei laici ad
associarsi, un diritto naturale che deriva la sua esistenza
dalla definizione di persona, quale essere in relazione e
che viene ulteriormente sostenuto dalla volontà di Dio, che
si rende manifesto nel sacramento del battesimo. Per questo
Giovanni Paolo II nella Christifideles laici afferma
che "la libertà associativa dei fedeli laici nella Chiesa ...
è un vero e proprio diritto che non deriva da una specie di
'concessione' dell'autorità, ma che scaturisce dal
Battesimo, quale sacramento che chiama i fedeli laici a
partecipare attivamente dalla comunione e alla missione
della Chiesa"
(n. 29).
Le associazioni ecclesiali possono essere così considerate da un lato come il naturale ambiente nel quale il credente può maturare e consolidare la propria relazione con Cristo, dall'altro invece, come ha ricordato Benedetto XVI nell'Angelus del 13 novembre 2005 ricordando la promulgazione del decreto Apostolicam Actuositatem, sono necessarie "per incidere sulla mentalità generale, sulle condizioni sociali e sulle istituzioni". Nel suo discorso al Convegno ecclesiale di Verona l'auspicio del Papa che sia restituita "alla fede cristiana piena cittadinanza" nella cultura del nostro tempo sembra sottolineare le grandi potenzialità che hanno le aggregazioni ecclesiali per l'elaborazione di un nuovo modello culturale dal momento che, come scriveva Giovanni Paolo II nella Christifideles laici, "l'incidenza 'culturale' ... può realizzarsi solo con l'opera non tanto dei singoli quanto di un `soggetto sociale', ossia di un gruppo, di una comunità, di un'associazione, di un movimento" (n. 29). In particolare nella Chiesa italiana impegnata da alcuni anno nel "Progetto culturale orientato in senso cristiano", ossia nel presentare la fede in Cristo come capace di innervare i diversi ambiti della vita umana, le numerose aggregazioni ecclesiali, grazie alla competenza dei loro appartenenti possono offrire un qualificato apporto per risolvere "problemi divenuti enormemente complessi e difficili" (n. 29).
Come abbiamo visto le associazioni ecclesiali contribuiscono allo svolgimento della missione della Chiesa ciascuna secondo il proprio fine: quello dell'evangelizzazione, della santificazione, dell'animazione cristiana delle realtà temporale e quello della testimonianza della carità (cfr AA, 19). Questa ricchezza di esperienze non deve però, come talvolta accade, diventare occasione di conflittualità o di divisione, ma al contrario deve essere in grado di armonizzarsi dal momento che "tutti sono tralci dell'unica vite, che è Cristo" (Christ. 18). La riflessione sulla Chiesa come mistero di comunione è stata ampiamente sviluppata nel periodo post conciliare e costituisce ancora oggi una delle nozioni più usate. Tuttavia questa comunione è "organica, analoga a quella di un corpo vivo e operante ... caratterizzata dalla compresenza della diversità e della complementarietà delle vocazioni e condizioni di vita, dei ministeri, dei carismi e delle responsabilità" (Christ, 20). Non bisogna dunque pensare alla comunione come a una omogeneità informe, ma al contrario come a una pluralità che è in grado di fondersi in unità.
È dunque importante, in particolare nella società contemporanea segnata da una forte frantumazione, dal pluralismo e da una altissima velocità nel cambiamento — per il sociologo Z. Baumann quest'ultima caratteristica è talmente importante che egli definisce la società attuale "liquida" — ma al tempo stesso caratterizzata da una forte interrelazione fra le diverse componenti che le associazioni ecclesiali per offrire un efficace contributo alla missione della Chiesa siano "un cuor solo e un'anima sola". Il bisogno di un'autentica comunione è particolarmente avvertito in Italia dove la diffusione capillare della Chiesa sul territorio è sicuramente una grande ricchezza e costituisce una straordinaria opportunità per annunciare il vangelo in ogni luogo, ma allo stesso tempo questa diffusione fa sì che inevitabilmente le diverse associazioni ecclesiali non soltanto interagiscano fra di loro, ma anche entrino in relazione con altri soggetti ecclesiali, primi fra tutti le parrocchie e le diocesi. Le sfide che si presentano ai nostri occhi richiedono, oggi più che mai, un'autentica conversione verso quella che, con una felice espressione, il Cardinale Ruini ha definito "pastorale integrata", che ha la sua ragion d'essere, come abbiamo appena visto, nel mistero della Chiesa comunione.
Con l'espressione "pastorale integrata" intendiamo una Chiesa che, ponendo in rete le diverse componenti in cui è articolata, è in grado di valorizzarne le ricchezze specifiche, potendo così annunciare con maggiore credibilità la verità del vangelo e testimoniare la gratuità della carità. Ciò richiede inevitabilmente, al singolo credente come alle associazioni, di aspirare al carisma più alto quello della carità che, come ricorda l'apostolo Paolo alla comunità di Corinto, "non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, ... non cerca il suo interesse" (1Cor 13,5). Il Cardinale Ruini nel suo intervento conclusivo al Convegno di Verona richiamando la necessità della comunione fra sacerdoti e laici ricordava che "in un'ottica autenticamente cristiana possiamo solo crescere insieme, o invece decadere insieme": questo è vero anche per i rapporti fra le associazioni ecclesiali con le parrocchie e le diocesi, nelle quali esse devono essere pienamente inserite.
Il valore della comunione organica dovrebbe aiutare i
credenti a non cadere nella tentazione, sempre presente
nella vita della Chiesa, di assolutizzare la propria
esperienza considerandola come l'unica autentica. Valgono
quindi anche per le associazioni le parole che il Cardinale
Ratzinger indirizzava ai responsabili dei movimenti
ecclesiali, ai quali ricordava di non identificare il
proprio movimento con "la Chiesa stessa" e di non intenderlo "come
la via per tutti, mentre di fatto quest'unica via può farsi
conoscere in diversi modi"
(47). Inoltre, nonostante le diversità che si presentano
nella configurazione esterna, nei cammini e nei metodi
educativi, nei metodi educativi (cfr Chr 29) deve essere
sempre presente "un'ampia e profonda convergenza nella
finalità che le anima: quella di partecipare
responsabilmente alla missione della Chiesa" (Chr 29). Per
Gesù l'unità fra i suoi discepoli non costituisce soltanto
un ardente desiderio per il quale ha pregato prima di
affrontare la passione, ma essa è anche una via di
evangelizzazione dal momento che Cristo stesso, parlando
della sua unità con il Padre, ha detto: "Io
in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il
mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai
amato me" (Gv 17, 23). In tal modo come ricordava il Cardinale Tettamanzi
all'apertura del Convegno ecclesiale di Verona bisogna
sempre ricordare "l'intimo
e inscindibile legame tra comunione e missione, tra missione
e comunione. Sono assolutamente inseparabili: simul stant
vel cadunt".
Se vuole essere pienamente inserita all'interna della
Chiesa, e di conseguenza essere qualificata come ecclesiale,
un'associazione deve soddisfare quei criteri di ecclesialità
che Giovanni Paolo II indicava nel numero 30 della
Christifideles laici. Il primo di essi è "il
primato dato alla vocazione di ogni cristiano alla santità":
in queste parole risuona il magistero conciliare del
capitolo V della Lumen gentium sulla "Universale
vocazione alla santità nella Chiesa" per il fato che "tutti
i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla
pienezza della vita cristiana e alla perfezione della
carità: da questa santità è promosso, anche nella società
terrena, un tenore di vita più umano" (n. 40). Questo
primato è stato ribadito anche da Giovanni Paolo II nella
Novo millennio ineunte nella quale ha definito la
santità come 'misura alta' della vita cristiana ordinaria"
(n. 31). Questo criterio è di fondamentale importanza perché
ci ricorda che l'associazione ecclesiale non è mai fine a se
stessa ma è sempre un mezzo che aiuta il credente a crescere
nella fede aiutandolo a superare quella frattura spesso
esistente fra la fede professate e la vita vissuta. Come la
Chiesa trova la sua identità nella relazione con Cristo e
nell'indirizzare a Lui gli uomini, così le associazioni
ecclesiali per essere autenticamente tali non possono
dimenticare che il loro scopo principale consiste
nell'aiutare l'uomo perché "possa imparare a vivere con Dio,
sotto il suo sguardo e in comunione con lui" (Ratz, Vi ho ch.,
99). Inoltre questo primo criterio aiuta a comprendere
meglio come la testimonianza che l'associazione ecclesiale è
chiamata a dare sia la conseguenza di una vita
autenticamente cristiana, che riceve la propria forma da
Dio. L'agire nei diversi ambiti della società nasce dunque
dall'amore di Dio e non dal desiderio di potere, come
ricorda l'Apostolo Paolo che alla comunità di Coritno
scriveva "l'amore del Cristo ci spinge" (2Cor 5,4). Configurandosi come scuole di santità le
associazioni ecclesiali possono offrire il loro contributo a
un radicale cambiamento del mondo perché, come ricordava
Benedetto XVI, "i
santi ... sono i veri riformatori. Ora vorrei esprimerlo in
modo ancora più radicale: solo dai santi, solo da Dio viene
la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo".
Il cammino verso la santità può realizzarsi solo se il credente aderisce pienamente a Cristo e affida a lui la propria esistenza — il significato più autentico di fede è infatti l'affidare a qualcuno la propria vita. È per questo che il secondo criterio richiama le associazioni alla "responsabilità di confessare la fede cattolica" che si concretizza "accogliendo e proclamando la verità su Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo in obbedienza al Magistero della Chiesa" (n.30) e di conseguenza — terzo principio — "la testimonianza di una comunione solida e convinta" con il Papa e i Vescovi, in particolare con il Vescovo della propria diocesi che nella sua chiesa particolare è "il principio visibile e il fondamento dell'unità" (LG, 23), poiché "l'unione con coloro che lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa di Dio è un elemento essenziale dell'apostolato cristiano" (AA, 23), dove interpretiamo l'aggettivo essenziale come costitutivo dell'essere e pertanto, mancando esso non si può parlare di apostolato cristiano. Infatti, per partecipare al fine apostolico della Chiesa è necessario essere nella piena comunione ecclesiale, che è anzitutto comunione nella fede ricevuta dagli Apostoli, di cui i Vescovi sono i successori. Ciò è di particolare importanza oggi nell'epoca segnata dal soggettivismo che spesso porta al relativismo che conduce l'uomo a scegliere anche le diverse verità di fede cui aderire. Questo rischio può essere corso anche da un'associazione ecclesiale che sottolinei soltanto alcuni aspetti della fede cristiana e ne ponga altri, ugualmente importanti, in secondo piano. È per questo che Benedetto XVI, parlando ai giovani dell'importanza della comunione con il Papa e i Vescovi, ha ribadito che "sono essi a garantire che non si sta cercando dei sentieri privati, ma invece si sta vivendo in quella grande famiglia di Dio che il Signore ha fondato con i dodici Apostoli". La via della santità può essere percorsa solo nella Chiesa, perché qui è possibile incontrare Cristo. Questo è di fondamentale importanza perché solo restando uniti a Lui si porta frutto mentre al contrario, come ricorda Gesù, "senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5).
Questi frutti possono essere riassunti negli ultimi due criteri che Giovanni Paolo II enuncia: "l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza" e "l'impegno di una presenza nella società umana" (n. 30) e questo a motivo del fatto che le associazioni "devono servire a compiere la missione della Chiesa nei riguardi del mondo" (AA, 19). Ciò significa che un'associazione ecclesiale non può e non deve chiudersi al suo interno, ma al contrario deve essere continuamente estroversa, capace di proiettarsi al di fuori di se stessa e di dialogare con il mondo.

LA TESTIMONIANZA DELLA CARITÀ DELLE ASSOCIAZIONI ECCLESIALI
Dopo aver delineato l'identità e la missione, con un particolare riferimento all'Italia, delle associazioni ecclesiali, in questa seconda conversazione concentriamo la nostra attenzione su quelle più direttamente impegnate nel campo della testimonianza della carità, e conseguentemente anche l'UNITALSI che, come ricorda lo Statuto, si propone di "promuovere un'azione di evangelizzazione e di apostolato verso e con i fratelli ammalati e disabili" (Stat. 1), grazie alla fede e al particolare carisma di carità dei suoi membri. In questo l’associazione è particolarmente utile alla missione della Chiesa dal momento che "poiché l'uomo, attraverso la sua vita terrena, cammina in un modo o nell'altro sulla via della sofferenza, la Chiesa in ogni tempo ... dovrebbe incontrare l'uomo proprio su questa via" (SD,3) e al contempo essa si inserisce nel solco lasciato da tanti santi e sante "che con la forza del loro amore operoso hanno . reso più umano il volto del nostro paese" (ETC, 10).
Cercheremo,
dunque, di riflettere sull'importanza che la testimonianza
della carità riveste per la Chiesa alla luce
dell'insegnamento di Benedetto XVI nella Deus caritas est
e degli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per gli
anni '90 "Evangelizzazione e testimonianza della carità".
Vedremo, quindi, l'importanza di una tale testimonianza nel
nostro contesto culturale, nel quale emerge la cosiddetta
"questione antropologica", sottolineando come l'azione
caritativa sia una via per annunciare non soltanto che Dio è
amore ma anche il vangelo dell'infinita dignità di ogni
essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio e
redento da Cristo.
Sebbene la testimonianza della carità non rientri all'interno dei criteri di ecclesialità, tuttavia essa è un elemento essenziale della vita di un'associazione ecclesiale. Infatti, come scrivono i Vescovi italiani, "la carità prima di definire l'"agire" della Chiesa, ne definisce l'"essere" profondo" (ETC, n. 26), anzi come scrive Benedetto XVI nella Deus caritas est essa "non è per la Chiesa una specie di assistenza sociale, ma ... è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza" (n. 25). Radicandosi nel mistero della Trinità, mistero di amore puro e gratuito, la Chiesa per non perdere la propria identità deve ad esso fare continuo riferimento. Tutta la missione della Chiesa è tesa, così, ad annunciare che "Dio è amore" (1 Gv 4,16) e, nella diversità delle forme comunicative e degli ambiti in cui essa si svolge, la testimonianza della comunità ecclesiale cerca di mostrare che l'amore di Dio cerca il bene integrale dell'uomo. Questo vuol dire che egli ha bisogno di ricevere quei beni, materiali e spirituali, che gli permettono di condurre una vita bella e ricca di senso essendo l'uomo "unità di corpo e anima" (GS 14), sebbene si voglia oggi negare la dimensione spirituale e ricondurre tutto l'uomo a fenomeni che la biologia, la chimica e la fisica possono conoscere e spiegare in maniera completa.
In questa prospettiva, grazie anche al magistero del Santo Padre, sta nascendo una consapevolezza sempre più profonda che il binomio amore-verità deve costituire l'elemento essenziale dell'annuncio della comunità cristiana. L'uomo, infatti, a motivo della sua costituzione non ha solo bisogno di aiuto materiale ma anche di un senso per la sua vita, un senso che gli può essere solo donato non essendo egli in grado di trovarlo da solo con le sue proprie forze. La Chiesa italiana ha sintetizzato tutto ciò con l'espressione "vangelo della carità". Infatti "vangelo ricorda la parola che annuncia, racconta, spiega e insegna. All'uomo non basta essere amato, né amare. Ha bisogno di sapere e di capire: l'uomo ha bisogno di verità. E carità ricorda che il centro del Vangelo, la 'lieta notizia', è l'amore di Dio per l'uomo e, in risposta, l'amore dell'uomo per i fratelli" (ETC, 10). Queste parole ci aiutano, dunque, a comprendere che la testimonianza della carità da parte di un'associazione ecclesiale deve necessariamente accompagnarsi all'annuncio del Vangelo. Non bisogna quindi assolutizzare una delle due dimensioni o porle in alternativa fra di loro, come se fossero inconciliabili. Dobbiamo invece dire esattamente il contrario, e cioè che sono entrambe fondamentali in quanto l'una riceve forza dall'altro: la carità illuminata dalla parola si rivela per quello che realmente essa è, mentre la parola annunciata trova nella testimonianza della carità la sua verifica storica, dal momento che "l'annuncio del vangelo ha bisogno di segni coerenti che lo confermino", come ha detto il Papa l'11 febbraio salutando i malati. Incontrando i partecipanti a un convegno promosso dal Pontificio Consiglio Cor unum, Benedetto XVI ha ribadito chiaramente che "Dio e Cristo nell'organizzazione caritativa non devono essere parole estranee; esse in realtà indicano la fonte originaria della carità ecclesiale".
Inoltre è il
legame con l'annuncio della verità del Vangelo che non
permette alla testimonianza della carità di essere pura
filantropia, ma invece di conservare quella purezza che le
consente di essere espressione dell'amore di Dio. Conoscendo
la nostra società una grande e varia presenza di
associazioni che si dedicano all'aiuto del prossimo e alla
solidarietà, mi sembra importante che quelle ecclesiali
mantengano la loro originalità e specificità, che è quella
di portare Dio stesso e il suo amore all'interno del mondo
sofferente, perché "è Dio stesso che ci spinge nel nostro
intimo ad alleviare la miseria" in cui tanti uomini si
trovano. Per questo motivo Benedetto XVI, richiamando gli
elementi costitutivi della carità cristiana, scrive che "l'attività
caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti e
da ideologie"
e allo stesso tempo "l'amore
è 'gratuito: non viene esercitato per raggiungere altri
scopi"
(DCE, 31), come ricorda il Signore stesso che, inviando i
discepoli li esorta a donare gratuitamente avendo essi per
primi ricevuto gratuitamente.
La purezza e la gratuità sono dunque caratteristiche essenziale dell'amore se vogliamo che la testimonianza della carità abbia una reale forza evangelizzatrice. In questo modo essa può costituire un efficace mezzo per condurre i nostri fratelli all'incontro con il Signore o all'approfondimento della loro relazione con Dio, che è amore e che "si rende presente nei momenti in cui nient' altro viene fatto fuorché amare" (DCE, 31). Infatti la carità cristiana "nella misura in cui sa farsi segno e trasparenza dell'amore di Dio apre mente e cuore all'annuncio della parola di verità" (ETC, 24). Il primato della santità, richiamato nella precedente relazione, assume adesso tutta la sua importanza: solo con una vita autenticamente santa, ossia una vita nella quale Dio abbia il primato e tutto sia a lui orientato, la nostra testimonianza può essere icona — nella tradizione orientale le icone non trattengono lo sguardo ma rimandano oltre —, dell'amore di Dio. È assai importante per un'associazione ecclesiale la coerenza fra l'annuncio di Dio e la sua vita concreta dal momento che "la testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l'immagine di Dio e ha aperto le porte all'incredulità".
Invece la
testimonianza della carità costituisce una via privilegiata
per testimoniare la credibilità della fede cristiana, specie
in un contesto culturale come quello contemporaneo che
chiede continuamente ai credenti di rendere ragione della
loro speranza (cfr 1Pt 3,15). Nei primi secoli, infatti,
spiega Jospeh Ratzinger, oltre che dal legame della fede con
la ragione, il cristianesimo convinceva anche "grazie
all'orientamento dell'azione verso la caritas, la cura
amorevole dei sofferenti, dei poveri e dei deboli, al di là
di ogni differenza di condizione sociale".
La credibilità di un Dio che è amore passa, infatti,
attraverso il dono gratuito della vita di coloro che,
affermando di aver affidato a Lui la propria esistenza, con
generosità si dedicano ad alleviare le sofferenze umane.
Vivere questo amore ha un particolare significato per i non
credenti, specie in questi anni in cui il valore della
gratuità sembra scomparire a vantaggio della ricerca del
profitto perché, come ha scritto Benedetto XVI, il cristiano
"sa
che l'amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la
migliore testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal
quale siamo spinti ad amare"
(DCE, 31). Quello che potremmo definire il valore
apologetico — ossia di difesa della fede — della carità
Sant'Agostino lo ha mirabilmente condensato l'importanza di
ciò nell'qspressione: "Se
vedi la carità vedi la Trinità".
È, dunque, evidente quanto l’opera, come anche quella dei tanti che si occupano dei malati, sia particolarmente preziosa perché è proprio nel momento in cui il male colpisce le persone che l'interrogativo sull'esistenza di Dio e sulla sua bontà si presenta con maggior forza al cuore e all'intelligenza dell'uomo, avendo spesso effetti dirompenti, tanto da condurre le persone ad abbandonare la fede. Venendo a contatto con i malati e i loro familiari la vostra testimonianza può essere decisiva per aiutare le persone a credere nel Dio dal volto umano che si è rivelato in Gesù Cristo. Del resto già Paolo VI ricordava come "l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni" (EN, 41). La testimonianza della carità può così far risvegliare nel cuore dell'uomo la presenza di Dio, spesso soffocata dal dolore e dalla rabbia per una malattia che tante volte viene ritenuta ingiusta.
La
testimonianza della carità si rivolge, dunque, verso l'uomo
nella sua concretezza storica. Nel caso dell'UNITALSI essa
si indirizza verso le persone che sperimentano nella propria
carne il mistero della sofferenza e, forse mai come in
questi tempi, è necessario che le associazioni ecclesiali
siano presenti in questo ambito della vita dell'uomo. Anzi
potremmo dire che è particolarmente urgente evangelizzare il
mondo della malattia e della sofferenza, portando in esso la
speranza che la fede in Cristo, crocifisso e risorto, ci
dona. Non possiamo negare, infatti, di trovarci davanti a un
radicale cambiamento che partendo dal negare un senso alla
malattia giunge a mettere in discussione anche la stessa
vita umana. Infatti osserviamo come le dimensioni della
sofferenza e del dolore siano costantemente eliminate o
rimosse dall'orizzonte della propria o altrui esistenza,
attraverso un processo di estrema privatizzazione o al
contrario di eccessiva spettacolarizzazione che non permette
di comprenderne la reale portata. Mi sembra che ciò sia la
naturale conseguenza della tesi che la vita umana valga
soltanto se essa è in grado di assicurarmi un benessere
spirituale o mi permette di vivere tutte quelle esperienze
che un individuo sano e normale riesce a vivere. In questo
modo una vita è umana non più perché appartiene a un uomo,
ma la sua qualifica come tale dipende dal variare delle
condizioni fisiche della persona o dalle convinzioni della
maggioranza. In particolare negli Stati Uniti si stanno
sviluppando diverse correnti filosofiche che negano che la
vita di un disabile, di un feto o di un embrione possa
essere qualificata come umana. In questo modo viene posta
radicalmente in crisi la dignità della persona umana e siamo
chiamati ad affrontare quella che viene comunemente chiamata
"questione antropologica" ossia "una concezione dell'uomo
puramente naturalistica, nella quale non c'è spazio per una
vera diversità qualitativa del soggetto umano, per la sua
trascendenza rispetto alla natura di cui pure è parte". È
dunque un aspetto particolarmente urgente della missione
della Chiesa riproporre un'antropologia cristiana dalla
quale emerga la trascendenza dell'uomo rispetto al creato.
Nonostante
il progresso medico-scientifico, infatti, la sofferenza e la
malattia rimangono elementi ineliminabili dell'esperienza
umana e dai nostri contemporanei vengono, il più delle
volte, percepite come un non senso. A tutto ciò si deve
aggiungere che chi vive la sofferenza sperimenta spesso un
profondo senso di solitudine poiché, come scrive Giovanni
Paolo II nella Salvifici doloris, essa "sembra ineffabile ed incomunicabile"
(n. 5) e desta nel cuore di chi si avvicina al malato "rispetto,
e a suo modo intimidisce"
(n. 4). È, dunque, importante anzitutto stare in quella
dimensione della vita umana che il Convegno di Verona ha
definito come "ambito della fragilità" per offrire a quanti
lo vivono, direttamente o indirettamente, il contributo che
deriva dalla fede in Cristo. Il Signore Gesù, infatti, con
la sua passione è venuto a riempire di significato il dolore
umano tanto che la redenzione dell'uomo è avvenuta
attraverso la croce. Non si tratta, dunque, di dare
spiegazioni al perché del male che resta sempre un mistero,
ma di offrire una luce che sia in grado di aiutare a
comprendere diversamente la realtà del dolore. Additare
dunque il crocifisso risorto è lo specifico di un' associale
ecclesiale, che allo stesso tempo deve invitare il
sofferente a vivere il momento del dolore come Cristo ha
vissuto la passione trasformando quello che era solo
violenza e odio in un gesto di amore e perdono. In questo
modo, unito a Cristo, "ogni uomo, nella sua sofferenza, può
diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo"
(SD, 19), dal momento che "ogni prova accolta con
rassegnazione è meritoria ed attira le benevolenza divina
sull'intera umanità" (B 16. messaggio GMMa). Non possiamo
non ricordare la grande testimonianza resa da Giovanni Paolo
II durante gli ultimi mesi della sua vita e l'immagine del
Papa aggrappato alla croce durante l'ultima Via crucis.
Annunciare quindi Cristo crocifisso, scandalo e stoltezza
agli occhi del mondo ma "potenza di Dio e sapienza di Dio"
(1Cor 1, 24) è una forma eminente di carità dal momento che
l'uomo ha bisogno di dare senso, specie ciò che gli appare
più misterioso e che genera sofferenza.
A fianco della parola della croce, che non dobbiamo tacere per non smarrire la nostra identità, deve collocarsi uno stile di vita che sia in grado di esprimere la partecipazione al dolore degli uomini. Questa attenzione premurosa verso i malati e i disabili costituisce oggi, a motivo della già ricordata "questione antropologica", un aspetto importante della missione della Chiesa. Proprio la cura verso i disabili, il farsi carico di essi e delle loro necessità annuncia che l'uomo vale non tanto per quello che ha o fa, ma per quello che è. Testimoniando il primato dell'essere su quello dell'avere o del fare, le associazioni ecclesiali aiutano la Chiesa nella costruzione di un nuovo umanesimo, che sia capace di porre realmente al centro l'uomo nella sua realtà materiale e spirituale, aiutando così a riscoprire i valori essenziali per la vita umana. Infatti "dimenticare i momenti della contemplazione, della meditazione, del pensiero antieconomico, significa rinunciare a ciò che nella vita ha vero valore" (A. Vaccaro). Per chi lo dona, ma soprattutto per chi lo riceve, il valore di una carezza, di una parola, di un sorriso o di un abbraccio sono in grado di dare un nuovo senso alla propria vita, rivelando così che alla fine ciò che conta è soltanto l'amore donato.
Vorrei qui sottolineare quello che potremmo definire l'aspetto pedagogico della testimonianza della carità. Essa può aprire nuovi orizzonti nel cuore delle persone, in particolare in quelli dei giovani, aiutandoli, grazie al necessario confronto con l'ammalato, a ripensare l'ordine dei valori sui quali costruire la propria vita e a maturare anche nella scelta di fede. Le associazioni ecclesiali possono così offrire un grande contributo nel offrire una risposta alla domanda sul senso della vita che tanto spesso i giovani si pongono e alla quale i modelli culturali oggi dominanti non sono in grado di dare risposte soddisfacenti. La sfida educativa è oggi una questione "fondamentale e decisiva", come ha ricordato Benedetto XVI a Verona, che tutti ci riguarda. Infatti educare significa introdurre il ragazzo alla comprensione della realtà e di conseguenza significa offrire un criterio con cui leggere e interpretare la realtà a coloro che un giorno avranno responsabilità pubbliche e saranno chiamati a operare le scelte decisive per il futuro della collettività. L'amore, dunque, come criterio fondamentale per interpretare la realtà, per compiere le scelte della vita e soprattutto per giungere alla piena maturità poiché "creato a immagine e somiglianza di Dio, l'uomo è se stesso se ama" (ETC). Le associazioni ecclesiali testimoniando e insegnando a vivere la carità di Dio per l'uomo e quella dell'uomo per i fratelli possono offrire un formidabile contributo per un'educazione che sia autenticamente umana e porre così le basi per un futuro migliore.

Dedicandosi pienamente ai malati, con una attenzione particolare e privilegiata per quelli più gravi, le associazioni ecclesiali testimoniano di credere che la vita dell'uomo deve essere sempre rispettata e amata poichè dono di Dio. In questo modo si ribalta completamente l'idea oggi dominante di una vita che ha valore, e dunque degna di rispetto, solo se sana e si riconosce ad ogni esistenza un valore infinito. Accostandosi con grande rispetto al malato il credente sa di avvicinarsi a Cristo stesso che proprio con i più piccoli, fra cui gli ammalati, ha voluto identificarsi (cfr Mt 25,40). È anche questa consapevolezza che dona un valore infinito alla persona umana e anzi "costringe" le associazioni ecclesiali operanti nel campo della sanità a promuovere e difendere la dignità dell'uomo. È attraverso questa opera di assistenza la Chiesa testimonia visibilmente che solo Dio è il Signore della vita e della morte.
Il Convegno di Verona ha posto al centro della sua riflessione l'espressione: "Testimoni di Cristo risorto, speranza del mondo". San Giovanni nella sua prima lettera scrive: "Abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi" (1Gv 4,16). Per un cristiano la testimonianza della carità nasce da questo incontro con il Cristo risorto, che rivela la misericordia del Padre e, come scrive Benedetto XVI, "l'amore può essere comandato perché prima è donato" (DCE, 14). Questo amore testimoniato a tutti con generosità, gratuità e nella sua purezza originaria è in grado di rendere visibile il Dio vivente. Ha detto sempre il Papa: "Quanto più consapevolmente e chiaramente portiamo Dio che è amore come dono, tanto più efficacemente il nostro amore cambierà il mondo e risveglierà la speranza". È proprio a questo che mira la testimonianza della carità da parte della Chiesa e delle sue associazioni: cambiare il mondo annunciando l'avvento dei cieli nuovi e della terra nuova, donando così a chi vive il mistero del dolore, la speranza di un domani migliore.


