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IL PELLEGRINAGGIO:
Il grande
pellegrino
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IL GRANDE PELLEGRINO
Alcuni spunti di meditazione sul pellegrinaggio nella Bibbia
Il grande pellegrino
Lex orandi, lex credendi. Vorrei scegliere come traccia del mio intervento il prefazio comune VII del Messale Romano, che recita così:
“È veramente giusto renderti grazie, Signore, Padre santo, Dio dell'alleanza e della pace. Tu hai chiamato e fatto uscire Abramo dalla sua terra, per costituirlo padre di tutte le genti. Hai suscitato Mosè, per liberare il tuo popolo e guidarlo alla terra promessa. Nella pienezza dei tempi hai mandato il tuo Figlio, ospite e pellegrino in mezzo a noi, per redimerci dal peccato e dalla morte ...
Il Tuo Figlio ospite e pellegrino in mezzo a noi”.
Qualsiasi discorso sul pellegrinaggio dell'uomo ha come punto di origine il pellegrinaggio che si è consumato nella pienezza dei tempi, il pellegrinaggio compiuto da Cristo, pellegrinaggio che ha come punto d'origine il grembo verginale della Madonna.
Cristo è venuto ospite e pellergino in mezzo a noi perché a cuore il nostro bene, ha a cuore il nostro destino: egli è venuto in mezzo a noi per redimerci dal peccato e dalla morte e donarci il Regno di Dio, la libertà dei figli di Dio, il comandamento dell'amore (come è detto nella parte finale del Prefazio).
I punti in cui si articolerà il mio intervento sono dunque i seguenti:
1. Abramo, pellegrino verso la promessa
2. Mosè ed il cammino della liberazione
3. Il grande pellegrino della pienezza dei tempi
4. Maria e noi
1.
Abramo, pellegrino verso la promessa
Il Signore disse ad Abram:
«Vattene dal tuo paese, dalla tua patria
e dalla casa di tuo padre,
verso il paese che io ti indicherò.
Farò di te un grande popolo
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e diventerai una benedizione;
benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra».
Allora Abram partì come gli aveva ordinato il Signore ... (Gn 12,1-3)
Il viaggio di Abramo da Ur dei Caldei (proprio alla confluenza dei due grandi fiumi, di Babilonia, il Tigri e l'Eufrate) dapprima verso nord, a Carran e poi verso ovest, verso la terra di Canaan può essere situato storicamente nella prima metà del secondo millennio a.C., nel contesto dei fenomeni migratori che interessavano la cosiddetta Mezzaluna fertile (cf. nota TOB a Gn 12,3).
Ma il viaggio di Abramo non è una semplice migrazione, perché a mettere in moto il patriarca è una Parola, una Parola da parte di YHWH. Il suo viaggio deve essere dunque definito diversamente: non è una migrazione ma un PELLEGRINAGGIO.
In ogni pellegrinaggio i fattori fondamentali sono tre e devono essere compresenti perché si possa parlare davvero di pellegrinaggio: un punto di partenza (onde?), un punto d'arrivo (quo?) ed una Voce (Qui?), che è la causa del movimento, immanente ad ogni passo del movimento, ed è dunque al contempo l'Origine ed il Destino del viaggio.
Nel pellegrinaggio di Abramo più che il punto di partenza - che viene evocato con grande sobrietà - ad essere messo in forte evidenza è il punto di arrivo. È verso di esso che la Voce chiamante fissa l'attenzione di Abramo: Verso il paese che Io ti indicherò. Questo paese è il luogo in cui si compirà la benedizione per Abramo e, in lui, per tutta l'umanità: benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Il punto focale del pellegrinaggio di Abramo, dunque, non è tanto la terra, quanto la benedizione. La terra è importante, perché in quella terra Abramo riceverà la benedizione, ma è la promessa della benedizione a mettere in movimento Abramo. Il compimento della promessa ad Abramo si realizza in diversi momenti.
Per prima cosa vi è il fatto che Abramo effettivamente riesce a prendere possesso della terra non per mezzo di una conquista militare, ma per mezzo del passaggio attraverso il paese (cf. Gen. 12-6) e la costruzione di un altare dedicato al Signore tra Betel e Ai (cf. Gen 12-8).
La promessa di Dio si realizza poi attraverso la misteriosa benedizione che Abramo riceve da Melchisedek, re di Salem, nella valle di Save, cioè la valle del re (cf. 2 Sam 18,18; secondo Giuseppe Flavio, la valle del re si trova a meno di 400 metri da Gerusalemme; cf. nota BJ a Gen 14-18). Il punto decisivo in cui si realizza la benedizione promessa da Dio ad Abramo è la nascita di Isacco. Poiché infatti Abramo è destinato a divenire sorgente di benedizione per tutte le nazioni, egli deve avere una discendenza. Viceversa la benedizione morirebbe con lui e non potrebbe abbracciare tutte le nazioni. La benedizione in Isacco viene confermata solennemente dopo l'offerta che Abramo fa del figlio sul monte Moria (secondo la tradizione, la collina di Sion; cf. 2Cr 3,1):
L'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse; "Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo, e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione, e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà della porta dei suoi nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra perché tu hai obbedito alla mia voce". (Gn 22,15-18).
Proprio perché il compimento della promessa si realizza nella benedizione data alla discendenza, tale compimento rimane aperto, destinato a delle realizzazioni ulteriori, fino a quando non apparirà l'Unico a non passare mai, l'Unico nel quale tutte le genti potranno dirsi per sempre benedette.
2.
Mosè ed il cammino della liberazione
Come si è detto dianzi, in ogni pellegrinaggio si realizza la compresenza di tre fattori fondamentali: un punto di partenza, un punto d'arrivo ed una Voce che dà origine al movimento ed innerva dall'interno (è immanente) ogni passo del movimento medesimo. Nella storia di Israele, vi è un altro grande pellegrinaggio: l'esodo. Nell'esodo l'enfasi è inizialmente posta più sul punto di partenza che su quello di arrivo. Difatti, prima che essere un viaggio verso la terra promessa, l'esodo è presentato come una fuga, un cammino di liberazione dalla schiavitù d'Egitto, e dalla crudele oppressione del Faraone. I primi due capitoli del libro dell'Esodo, descrivono, in un drammatico crescendo, la durissima condizione in cui viene a trovarsi il popolo d'Israele. Dapprima appare il tiranno, un nuovo Faraone che non aveva conosciuto Giuseppe (cf. Esodo 1,8). Egli, preso da invidia per il fatto che i figli d'Israele erano numerosi e potenti, costringe i figli di Abramo ai lavori forzati e predispone un piano per l'annientamento del popolo eletto: E il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua: "Quando assisterete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è femmina, potrà vivere". (cf. Es. 1-15,16). La sorte del popolo pare così insesorabilmente segnata e, assieme al popolo d'Israele, è la benedizione di tutte le genti ad essere gravemente minacciata.
È in questo contesto che interviene la Voce che dà origine ad un nuovo pellegrinaggio. L'intervento dell'Altissimo è raccontato nel capitolo terzo del libro dell'Esodo:
Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a vedere questo meraviglioso spettacolo: perché il roveto non brucia?". Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè, Mosè!". Rispose "Eccomi!". Riprese: "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!". E disse: "lo sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Mosè allora si velò il viso perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Hittita, l'Amorreo il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo." (cf. Es. 4,3-9).
Se il viaggio di Abramo ha come punto d'origine una promessa e dunque ha il baricentro spostato in avanti, verso il compimento della promessa, l'Esodo è prima di tutto una fuga, un viaggio di liberazione da un tiranno. L'asse è così spostato verso il punto di partenza, verso il luogo da cui Israele è stato liberato.
Di conseguenza se la virtù richiesta continuamente ad Abramo nel corso del suo pellegrinaggio è la fede, la fede nell'adempimento della promessa, a Mosè ed al suo popolo è domandata la memoria, il ricordo della potente liberazione messa in atto da YHWH in Egitto (il racconto delle piaghe; cf. Es 7,8 - 11,10) e al passaggio del Mar Rosso.
Israele dovrà fare memoria per tutte le generazioni di tutto quello che il Signore ha compiuto per lui nella Pasqua: Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne (cf. Es 12,14).
Le diversità tra il pellegrinaggio di Abramo e quello di Mosè sono, per così dire, di accento: difatti è la medesima storia della salvezza che deve essere portata a compimento. Ciò è documentato dal fatto che il Signore rinnova a Mosè la stessa promessa fatta ad Abramo, come appare nel secondo racconto di chiamata in Esodo 6:
“Per questo di' agli Israeliti:
Io sono il Signore!
Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani,
vi libererò dalla loro schiavitù
e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi.
Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio.
Voi saprete che io sono il Signore, il vostro Dio,
che vi sottrarrà ai gravami degli Egiziani.
Vi farò entrare nel paese che ho giurato a mano alzata
di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe,
e ve lo darò in possesso:
io sono il Signore!"
(cf. Es. 6, 6-9)
L'orizzonte ultimo è quello dell'alleanza di Dio con Israele e, attraverso Israele, con tutte le nazioni: voi sarete il mio popolo ed io sarò il vostro Dio. Tale alleanza è talmente concreta da avere un punto di riferimento ben definito, un pegno: la terra promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Ma, come si è rilevato per Abramo a proposito della benedizione, la terra è importante perché è il pegno del compimento dell'alleanza ma è l'alleanza l'orizzonte verso cui è in cammino il popolo guidato da Mosè.
3.
Il grande pellegrino della pienezza dei tempi
Secondo la fede cristiana, Gesù Cristo è la risposta definitiva data da Dio alle attese del popolo da Dio stesso suscitate nel corso di tutta la storia d'Israele, storia di cui le Scritture costituiscono la testimonianza. La risoluzione della storia della salvezza compiuta da Dio a beneficio d'Israele e, attraverso Israele, di tutti i popoli appare come inaudita e sovrabbondante.
Dio, infatti, è entrato lui stesso, come il Messia promesso ad Israele, carnalmente, in una forma del tutto sorprendente ed inaudita, nella storia dell'umanità, capovolgendo così il metodo religioso: non è più l'uomo che cerca di stringere dei legami con Dio ma è Dio stesso che si mette alla ricerca dell'umanità, come fa il pastore con la pecorella smarrita nella parabola di Lc 15,3-7.
È il pellegrinaggio di Cristo, il grande movimento di Dio verso l'uomo a fondare il pellegrinaggio dell'uomo verso Dio.
Ecco qual è la consapevolezza dei primi cristiani, ecco qual è la coscienza che fa scrivere a Giovanni, nel Prologo del suo Vangelo E il Verbo si è fatto carne (cf. 1,14). Il Logos, cioè colui che esiste da sempre (cf., in 1,1a, In principio era il Verbo) e che da sempre è posto in una comunione perfetta con Dio (cf., in 1,1b, e il Verbo era presso Dio) e che partecipa della medesima natura di Dio, è cioè egli stesso Dio (cf., in 1,1c, e il Verbo era Dio), colui che è la ragione di tutte le cose, la loro origine, la loro consistenza ed il loro destino, questi, il Verbo, si è fatto carne, è divenuto cioè un uomo nel quale il Mistero di Dio è condotto fuori e dunque spiegato, narrato, pienamente rivelato (cf., in 1,18b). È il grande pellegrinaggio di Dio verso l'uomo, il grande Passaggio di Cristo dal Padre e noi e da noi al Padre (Lui è l'uomo-ponte come ripete insistemente S. Caterina da Siena nel Dialogo della Divina Provvidenza).
Ho trovato una lucisa percezione di questo fatto in una bellissima poesia di papa Giovanni Paolo II:
Nel tempo giusto la speranza s'innalza da tutti i luoghi
soggetti alla morte -
la speranza ne è il contrappeso
in essa il mondo, che muore, di nuovo rivela la vita.
Nelle strade i passanti dai corti giubbotti
e dai capelli spioventi sul collo
tagliano con la lama del passo
lo spazio del grande mistero
che in ognuno di loro si estende tra morte e speranza:
uno spazio che scorre verso l'alto
come la pietra di luce solare
rovesciata all'ingresso del sepolcro.
In questo spazio, la più perfetta misura del mondo
TU SEI
e dunque ho un senso, e scivolare nella tomba,
passare nella morte,
disfarmi nella polvere d'irripetibili atomi
è per me parte della Tua Pasqua
Ed alla fine:
Gli atomi dell'uomo antico fanno compatta la gleba
primordiale del mondo che'io raggiungo con la mia morte,
li innesto in me definitivamente
per trasformarli nella Tua Pasqua - che è il tuo PASSAGGIO].
È il passaggio di Cristo, il passaggio dal Padre a noi e da noi al Padre a fondare ogni movimento dell'uomo. Nella Pasqua di Cristo le due linee precedentemente considerate - il pellegrinaggio come viaggio verso il compimento della promessa ed il pellegrinaggio come cammino di liberazione - convergono ad unità (fusione degli orizzonti; cf. Gadamer). Cristo lascia il seno del Padre per venire a patire il freddo ed il gelo (Tu scendi dalle stelle o Re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo cantiamo nella notte di Natale). La sua Pasqua di morte e Resurrezione è passaggio da questo mondo al Padre. Gesù ha una consapevolezza chiarissima di ciò: Prima della festa di Pasqua Gesù sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino al compimento (cf. Gv 13,1).
E successivamente: Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado voi conoscete la via (cf. Gv 14,1-4).
E a Tommaso che gli chiede "Qual è la via", Gesù risponde: Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (cf. 14,6).
Cristo ci attrae potentemente a sé nel suo grande pellegrinaggio. Ora la meta del pellegrinaggio è Dio stesso, il seno del Padre, dal quale Lui proviene (cf. 1,18) e verso il quale egli attrae ogni cosa (cf. 12,32: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me).
Tale attrazione non ha un carattere "ideale" o "psicologico": si tratta di un fatto sacramentale, dunque profondamente reale. I Sacramenti sono i GESTI con cui Gesù ci viene accanto, ci tocca, ci salva. Tra i Sacramenti, tra le azioni di Cristo per noi, il Battesimo è quello dell'origine, è quello che fa cominciare il grande pellegrinaggio della vita cristiana, della vita in Cristo. Il Battesimo imprime il carattere, il segno di appartenenza, con il quale Cristo dice a ciascuno di noi: tu sei mio, tu mi appartieni. Nel Battesimo noi siamo inseriti nel suo Mistero Pasquale, nel Mistero del suo passaggio da questo mondo al Padre.
Non vi può essere autentico pellegrinaggio cristiano se l'impeto che ci muove non è l'amore di Cristo (cf. 2Cor 5,14), che ci sospinge e risospinge, con una forza indomabile, e ci conduce a camminare a passo spedito verso il compimento del suo disegno di salvezza su di noi e sull'intera umanità.
Alla luce di questo, chiediamoci: a cosa servono i pellegrinaggi, i nostri pellegrinaggi. Vorrei rispondere con grande brevità: a facilitare la percezione della contemporaneità con l'avvenimento di Cristo.
Vi è al riguardo un testo meraviglioso di Romano Guardini:
«La rivelazione è un evento che nasce dall'eternità, ma è entrato nel tempo. L'eterno Dio, che è semplice e perfetta Unità - e tutto il suo essere e operare è un "perdurante adesso" - pronuncia qui la sua Parola nel tempo. Questa Parola risiede nell'evento della rivelazione; nella persona e nella vita di Cristo; in ciò che egli ha fatto, che gli è accaduto, che egli ha detto e istituito. Come Parola di Dio eterno, però, non rimane racchiusa negli anni tra l'annuncio e la dipartita di Gesù, ma coesiste con ogni tempo. Dio è eterno, atemporale; ma sostiene il tempo e lo pervade. Coesiste con ogni tempo. Egli, che vive nell'aeternitas, riempie l'aevum: è l'Evieterno. Ogni tempo per arrivare a Lui, non ha bisogno di ritornare a un "allora", diciamo all'inizio, a quando egli creò il mondo; in quanto è questo tempo, è "oggi", può andare a lui immediatamente.
[i pellegrinaggi, nella loro faticosità, nelle loro dimensioni di cammino verso il compimento di una promessa e di cammino di liberazione dalla schiavità servono a prendere coscienza di quanto la nostra fatica sia una risposta al grande Pellegrinaggio dell'Eterno nel tempo, pellegrinaggio che si è compiuto una volta per tutte e che rimane contemporaneo ed immediato per noi, offerto hic et nunc alla nostra libertà]
Lo stesso vale per la sua Parola. Questa è pronunciata in un certo tempo, ma è stata pronunciata come Parola di Dio. Coesiste quindi con ogni tempo. La coscienza cristiana ha sempre ritenuto che nel suo tempo, di fronte alla viva Parola di Dio, a Gesù Cristo; al suo vivere e parlare, all'evento della redenzione e della rivelazione, l'uomo singolo si ponga diversamente che rispetto a un altro evento storico qualsiasi; ha sempre ritenuto di starle di fronte direttamente. È certo che a suo tempo Cristo è esistito Cristo è esistito come personaggio reale, storico; non è un'idea, non è un mito, non è una proiezione di un'esperienza religioso-metafisica nel passato storico. È egli stesso storia, storia avvenuta in quel tempo. Ma insieme egli coesiste con ogni tempo, poiché è il vivente Figlio di Dio, la sostanziale Parola di Dio, che proviene dall'eternità ed è vita eterna. Oggi Cristo viene partorito. Oggi vive e opera e parla. Oggi muore e ritorna al Padre. Oggi viene lo Spirito Santo: o anche oggi, o mai».
Il percorso nello spazio che è il pellegrinaggio serve non a creare ma a prendere coscienza della contemporaneità tra me e Cristo, tra il mio tempo ed il suo, serve cioè a rendermi conto che lui è qui, ora.
Come dice C. Péguy:
«Egli è qui. È qui come il primo giorno. È la stessa storia, esattamente la stessa, eternamente la stessa, che è accaduta in quel tempo e in quel paese e che ACCADE tutti i giorni».
Ecco perché il prototipo di ogni pellegrinaggio è il santo viaggio in Terra Santa, là dove tutto si è compiuto, là dove si è consumato l'evento che continua ad accadere qui ed ora.
Questa è la coscienza con cui un cristiano fa un pellegrinaggio.
Non vi è testo letterario che esprima con maggiore lucidità la coscienza cristiana del pellegrinaggio che il dialogo tra Anna Vercors e sua moglie nell'Annuncio a Maria di P. Claudel. Il contesto è questo: Anna Vercors, il capofamiglia, ha deciso di lasciare la sua terra (Combernon) e la sua famiglia per andare a compiere il pellegrinaggio in Terra Santa. Sua moglie cerca di dissuaderlo e non vuole dargli la sua "benedizione".
«LA MADRE
Io non ti scioglierò
ANNA VERCORS
Tu sai che il compito mio l'ho fatto. Le figlie son grandi, Giacomo è pronto a prendere il mio posto.
LA MADRE
Chi ti chiama lungi da noi?
ANNA VERCORS (sorridendo)
Un angelo che suona la tromba
LA MADRE
Quale tromba?
ANNA VERCORS
La tromba senza squillo che tutti odono, la tromba che convoca tutti gli uomini di tempo in tempo, perché le parti siano nuovamente distribuite. Quella di Giosafat, prima di dare suono. Quella di Betlemme, quando Cesare Augusto fece il censimento di tutto l'Impero. Quella dell'Assunzione, quando gli Apostoli furono radunati. (...)
LA MADRE
Gerusalemme è tanto lontana!
ANNA VERCORS
Il paradiso è più lontano
LA MADRE
Dio nel tabernacolo l'abbiamo anche noi qui.
ANNA VERCORS
Ma non quella gran buca nella terra.
LA MADRE
Quale buca?
ANNA VERCORS
Quella che fece la Croce quando fu innalzata. Tutto vi converge. Là è il punto che non può essere spostato, il nodo che non può essere sciolto, il patrimonio comune, la pietra miliare che non può essere strappata, il centro e l'ombelico della terra, il cuore dell'umanità nel quale tutto si regge.
LA MADRE
Che può fare un pellegrino solo?
ANNA VERCORS
Non sono solo, io. Tutto un grande popolo esulta e parte con me. Il popolo di tutti i miei morti con me; con me queste anime, l'una sull'altra, di cui non resta più che la pietra, con me tutte queste pietre battezzate che reclamano il loro strato. E poiché è verità che il cristiano non è solo, ma in comunione con tutti i suoi fratelli, ecco che tutto il Regno con me invoca e si volge alla Sede di Dio e, fisso in quella, riprende senso e direzione. E io ne sono il deputato e lo trascino meco per schierarlo di nuovo sotto l'eterno patrono».
In questo testo c'è davvero tutto: la coscienza dell'avvenimento del Grande Passaggio (la grande buca), la consapevolezza di essere parte di un popolo, di non essere mai solo nel momento in cui si compie un gesto come quello del pellegrinaggio (Non sono solo, io. Tutto un grande popolo esulta e parte con me) e, infine, la coscienza del fatto che si parte per rispondere ad una chiamata (Chi ti chiama lungi da noi? Un angelo che suona la tromba). E quella frase, Anna Vercors la pronuncia sorridendo e si tratta di un sorriso buono, quello che si ha quando si è certi di essere al cospetto di una Presenza benevola ed onnipotente.
4.
Maria e noi
Il pellegrinaggio per eccellenza, quello che si può definire come il pellegrinaggio fondativo è il pellegrinaggio a Gerusalemme, sui luoghi in cui si è consumato il grande pellegrinaggio di Cristo, il suo Passaggio pasquale da questo mondo al Padre nel mistero di morte e risurrezione. Lì infatti si è compiuta la promessa della benedizione di tutte le nazioni nell'Unico discendente di Abramo. Lì l'umanità è liberata dalla schiavitù del peccato e della morte per entrare nell'alleanza promessa a Mosè.
I pellegrinaggi servono a prendere consapevolezza del grande Pellegrinaggio che si è compiuto nella pienezza dei tempi e che rimane presente nell'Oggi della Chiesa. È la presenza di Cristo a muovere i nostri passi verso luoghi che servono a richiamarci il fatto che, con la sua Risurrezione e Ascensione al cielo, Egli è divenuto il Signore del tempo e dello spazio e che non vi è frammento della realtà che non sia abitato dalla sua Presenza.
Verso questa Presenza ci proietta la Madonna, colei che ha offerto la sua carne verginale a Dio perché il grande Pellegrino potesse entrare nella storia dell'umanità. Per questa ragione la Madonna è l'origine del Grande Pellegrinaggio del Figlio di Dio ed è anche la Meta verso cui tende il cammino nel tempo del Corpo di Cristo che è la Chiesa.
Difatti in Maria, la Chiesa ha già raggiunto quella perfezione grazie alla quale è senza macchia e senza ruga (cf. LG 65), perfezione che costituisce il compimento del pellegrinaggio del popolo di Dio.
Per questo la Madonna è di speranza fontana vivace (cf. DANTE ALIGHIERI, Paradiso, XXXII', 12), è Lei che infonde lo slancio della Speranza alla Chiesa in cammino verso la Gerusalemme celeste, la città della pace, la città del compimento del grande cammino dell'uomo e del movimento incessante della storia.
Con un riconoscente pensiero a lei vorrei concludere il mio intervento.
Don Cesare Mariano
IL PELLEGRINAGGIO NELLA STORIA DELLA CHIESA
PRIMA RELAZIONE
Introduzione
Fondata nel 1903, l'UNITALSI ha sempre concretizzato la sua opera di evangelizzazione e di apostolato verso e con gli ammalati e i disabili principalmente nella promozione di pellegrinaggi ai santuari internazionali, ma soprattutto a Lourdes, dove la fonte miracolosa, a dispetto della secolarizzazione del mondo, rimane un forte richiamo per quanti sono pronti a intraprendere il viaggio della speranza.
D'altronde, nella storia della salvezza l'acqua è stata sempre un simbolo di purificazione che consente, a chi crede, guarigioni prodigiose.
Nel secondo libro dei Re si legge che Eliseo mandò un messaggero a Nàaman per dirgli: "«Va', bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito». ...Egli, allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la

parola dell'uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovanetto; egli era guarito" (2 Re 5,10.14). E ancora nel Vangelo di Giovanni leggiamo: "V'è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. (Un angelo, infatti, in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto)" (Gv 5,2-4).
Oggi sappiamo bene che, al di là delle guarigioni miracolose riconosciute dalla Chiesa, a Lourdes o altrove, il vero miracolo al quale si assiste è quello della disperazione che diviene speranza, della tristezza che si muta in sorriso, perché l'unica acqua miracolosa, l'unica fonte capace di donare la vita eterna è Cristo, l'unico, come Egli stesso dice alla samaritana, che può dare acqua viva a chi adora Dio non in templi costruiti da mani d'uomo, ma in Spirito e Verità (Cf. Gv 4). Se dunque chi ha fede, chi incontra Cristo, può guarire ovunque si trovi, senza bisogno di recarsi a Lourdes, c'è da chiedersi perché l'esigenza del pellegrinaggio è ancora oggi così forte.
Sta di fatto che a prescindere dalla pratica ebraico cristiana, da sempre, in ogni parte del mondo, l'esperienza del pellegrinaggio ha costituito una caratteristica della tradizione culturale e religiosa di un popolo. Probabilmente le radici storiche del pellegrinaggio trovano la loro origine più in una esigenza interiore propria di ogni uomo, che nelle motivazioni specifiche di ogni religione.
Forse la pratica del pellegrinaggio, come manifestazione presente in tutte le religioni, come aspetto costante della storia umana, nasce proprio in risposta a una richiesta non ben definita di «incontro col sacro»: richiesta che certamente ogni tempo e ogni cultura esprime in maniera diversa, ma che in fondo tradisce sempre il bisogno di interrompere con il quotidiano, per ritrovare se stessi e ritornare rigenerati nello spirito, guariti nel corpo.
Aspetti psicoantropologici e spirituali del pellegrinaggio
La parola tibetana groba, «uno che va», è quella che forse meglio simboleggia l'immagine del pellegrino, indipendentemente dalle diverse tradizioni socioculturali. (Cfr. David Carrasco, Le forme e la diversità dei pellegrinaggi, in Concilium XXXII (1966), 4, 31; cfr. anche E. Bernbaum, Pilgrimage. Tibetan Pilgrimage, in The Encyclopedia of Religion, 11, Mac Millan, New York 1987, 351).
«Uno che va» è colui che racchiude in sé ed esprime gli innumerevoli aspetti sottesi all'esperienza del pellegrinaggio, alle motivazioni più o meno inconsce che spingono a lasciare ogni cosa per «andare».
David Carrasco, attraverso studi comparati delle aree geografiche sacre, del mito, dell'azione rituale, dell'immaginazione religiosa, sulla scia di Victor Turner individua una struttura soggiacente alla varietà delle esperienze e delle espressioni del pellegrinaggio che lega insieme le diverse tradizioni: dai pellegrinaggi classici come quelli a Gerusalemme, a Roma, alla Mecca, a Jeiron, a Ise (Giappone), al monte Wu-t'ai (Repubblica Popolare Cinese), ai pellegrinaggi locali e regionali diffusi in tutto il mondo.

Sembrerebbe che nei pellegrinaggi di ebrei, cristiani, musulmani, shintoisti, buddhisti, nonostante le numerose differenze, si evidenzi una caratteristica comune e costante, il passaggio, cioè, attraverso tre fasi:
1) separazione da uno status quo spaziale, sociale e psicologico;
2) passaggio a uno spazio posto ai margini o liminale e a una serie di relazioni sociali all'interno delle quali ha luogo una teofania che comporta un profondo senso di comunità;
3) rientro del pellegrino alla comunità di appartenenza, come essere umano cambiato e rinnovato. (Carrasco, cit., 32).
Tre dunque gli elementi costitutivi del pellegrinaggio: il primo è la separazione dal contesto familiare e dalle proprie abitudini che viene sottolineata dalla collocazione dei luoghi sacri al di fuori delle aree urbane. La maggioranza dei santuari, infatti, nasce in origine lontano dai centri abitati; è il caso di Lourdes (Francia), di Fatima (Portogallo), di Czestochowa (Polonia), di Oostakker (Belgio), solo per ricordare i centri più noti alla tradizione cattolica europea, o del Messico centrale, dove i grandi luoghi di culto sono sempre separati, o lo erano un tempo, dai centri dove si svolge la vita sociale.

Il secondo elemento è una nuova coscienza del senso di comunità, che Turner definisce communitas (esistenziale, normativa, ideologica) la quale determina nei pellegrini la possibilità di vivere in maniera nuova i legami umani e divini. Ad esempio, nella tradizione indù i pellegrinaggi avvengono in aree sacre dette Ksetra ossia boschi o foreste abitate da divinità: chi attraversa gli Ksetra «si unisce agli spazi, alle azioni e alle avventure degli dèi». (Cfr. Ivi, 35; cfr. anche V. Turner, Dramas, Fields, and Metaphors. Symbolic Action in Human Society, Cornell University Press, Ithaca 1974, 196-197; S.M. Bhawdwaj, Pilgrimage. Hindu Pilgrimage, in Encyclopedia of Religion, 11, cit., 353).
I legami umani, i momenti di communitas esistenziale sono dovuti, invece, all'identità collettiva, alla coscienza di appartenere a un gruppo che condivide la stessa esperienza nei momenti di disagio, di avventura, di gioia, di spiritualità.
Il desiderio di mantenere la nuova identità determina a sua volta, in tutti e in ciascuno, l 'esigenza di ripetere certe esperienze, direi in maniera rituale, dando luogo così alla communitas normativa, dovuta anche alle effettive esigenze di organizzazione. In ogni pellegrinaggio, infatti, la guida scandisce i tempi dedicati al pranzo, al riposo, alla preghiera, alla meditazione, alla visita dei santuari, rafforzando la sensazione di un «movimento ordinato» che una parola tibetana esprime con gnas-skor, «circumambulazione dei luoghi sacri». Tutto ciò suscita nel pellegrino «la percezione diretta della forza spirituale del luogo e una profonda consapevolezza di condividere l'esperienza con altri pellegrini ». (Carrasco, cit., 35).
Tuttavia, secondo Turner e Carrasco, è la communitas ideologica, ossia l'insieme di simboli e immagini, l'aspetto più efficace di un pellegrinaggio, che rafforza il duplice legame che si crea tra i fedeli stessi e tra questi con il loro Dio. Carrasco menziona due esempi, quello della sacra immagine della Vergine di Guadalupe che in alcune parti del mondo è divenuta persino un tatuaggio, e quello dell'immagine di Avalokitesvama,

un Bodhisattva, cultore della perfetta conoscenza, che compare ovunque in dipinti e sculture della tradizione buddhista. Ma non c'è bisogno di cercare esempi lontani, basti pensare alle immagini della Vergine di Pompei o a quella di Nostra Signora di Lourdes o a quelle rappresentative di qualsiasi santuario, per comprendere quanto la simbologia, che spesso unisce sacro e profano, incida nella strutturazione di una communitas ideologica.
Questo senso di comunità esistenziale, normativa o ideologica, dovrà rendere il pellegrinaggio qualcosa in più di un viaggio, nello spazio e nel tempo: un cammino all'interno di sé, nella propria immaginazione e nel profondo del cuore, alla ricerca di quella dimensione spirituale che libera l'uomo dalle costrizioni che la materia sembra imporre.
Troppo spesso il quotidiano soffoca la sfera dello spirito senza lasciare spazio alle emozioni, ai sentimenti, ai sogni, ai momenti di preghiera e di estasi che in un pellegrinaggio vengono invece vissuti non come giochi di fantasia, di inutili evasioni, ma come elementi essenziali, costitutivi della realtà umana.
È questa ristrutturazione dell'uomo dal di dentro, questo toccare con mano l'esperienza della condivisione, della solidarietà, della comunione con persone sconosciute che riporta a casa ogni pellegrino con una nuova speranza nel cuore, guarito nello spirito, più che nel corpo. Cambiamento questo che costituisce il terzo e ultimo elemento del pellegrinaggio.
È quello che è accaduto più volte nella mia esperienza di pastore, quando ho guidato la mia comunità in pellegrinaggio verso Lourdes o in Turchia, «sulle orme di san Paolo», o semplicemente ad Assisi. Ogni volta accadeva il miracolo: più i giorni passavano, più vedevo i miei fedeli crescere come famiglia, anche se all'inizio del viaggio si conoscevano appena. Dai momenti di preghiera a quelli di divertimento, ciò che dava reale struttura al gruppo era la condivisione che nasceva semplice e spontanea.

Ciò che rendeva speciale ogni esperienza era una sorta di «consapevolezza inconscia» di essere parte di un solo corpo. Non c'erano più differenze di età, di sesso o di classe sociale. I più anziani sapevano partecipare divertiti agli scherzi dei ragazzi; i più giovani sapevano accettare le insofferenze degli adulti. La solidarietà non era più una parola vuota, ma la forza trainante del gruppo; non c'era più differenza tra chi seguiva la via Crucis con le proprie gambe e chi era spinto su di una carrozzella dalle braccia di un altro.
Nessuno si sentiva più solo col suo dramma: la compassione intesa nel senso più autentico del termine cum patire, «soffrire con», dava al dolore di ognuno un colore diverso, un significato nuovo. Ognuno sentiva che sul proprio dolore ogni giorno sorgeva il sole, ma un sole più caldo e più luminoso; nel deserto di ognuno una insperata sorgente d'acqua riportava la vita. Tutti erano capaci di ritornare un po' bambini e provare nuova meraviglia di fronte a un cielo stellato. Tutti erano capaci di gioire e di ringraziare il Signore per ciò che in quei giorni ci donava.
In questa nuova luce, lo stare insieme diventava autentica comunione; la celebrazione eucaristica, sentita e partecipata, diventava nei fatti spezzare e mangiare lo stesso pane.
Troppo spesso, invece, nel nostro quotidiano anche la vita di preghiera, o la vita spirituale, viene vissuta senza slancio, come se si recitasse un copione prestabilito, senza mai riflettere sul proprio essere, senza nemmeno essere coscienti di appartenere a una comunità sociale e spirituale che qualifica ed esprime il nostro rapporto con Dio, il nostro cammino verso la salvezza.
Forse per questo, a dispetto di un mondo che tende a relegare qualsiasi forma di espressione religiosa al rango della superstizione e del bigottismo, il pellegrinaggio rimane un'esigenza sentita da molti:
"Pensereste che ai nostri giorni i pellegrinaggi siano scomparsi. Invece sono decisamente in aumento. Essi sembrano soddisfare un bisogno dell'anima... Forse le persone trovano la vita religiosa troppo monotona e vogliono qualcosa di più forte, più solenne, più emozionale. Probabilmente la forma assunta attualmente dalla religione non risponde alla necessità della gente". (Michel de Roton, in M. Simons, Pilgrims Crowding Europe's Catholic Shrines, in New York Times (12 ottobre 1993).
In un tempo fortemente secolarizzato e in una società in rapida trasformazione che non offre più punti di riferimento, dove le stesse radici culturali spesso si perdono, l'uomo in cerca di una nuova identità ha bisogno di un nuovo fondamento. Pellegrino sulla terra, a volte straniero nella sua stessa patria, nella sua stessa famiglia, avverte l'esigenza di sentirsi parte di una «comunità umana incondizionata», (V. Elizondo, Il pellegrinaggio un rituale permanente dell'umanità, in Concilium XXXII (1996) 4, 12), in viaggio verso una meta sicura e per questo sacra.
È quanto accade non solo nelle nostre esperienze di pellegrinaggio ma anche nel pellegrinaggio alla Mecca, detto hajj, pilastro della religione musulmana. Sono più di tre milioni all'anno i fedeli che si recano al santuario, primo centro dell'unico vero Dio. La peculiarità dei riti, il forte integralismo che connota una certa parte del mondo islamico, non impedisce di vivere quello stesso senso di appartenenza a una più ampia comunità umana, di percepire gli altri come fratelli. È questa sensazione di unità che modificò la visione razziale del mondo del pastore Malcom X (secondo musulmano nero più importante degli Stati Uniti) quando nel 1964 si recò in pellegrinaggio alla Mecca. Nella sua autobiografia leggiamo:
"Il pellegrinaggio ampliò le mie prospettive. Esso mi beneficò con una nuova comprensione delle cose... Nelle parole, nei gesti e nelle azioni dei musulmani «bianchi» ho trovato la stessa sincerità che ho avvertito tra musulmani neri africani della Nigeria, del Sudan e del Ghana". (Malcom X, Autobiografia, Einaudi, Torino 1967, 344 ss.; cfr. Carrasco, cit., 37-39).
Questo superamento delle diversità, questa comunione fraterna che si crea tra i pellegrini, è in fondo il vero aspetto religioso che distingue un pellegrinaggio da qualsiasi altro viaggio.

D'altra parte, se è vero che da sempre i racconti epici narrano dei viaggi come l'andare incontro a tutto ciò che è sconosciuto, miracoloso, totalmente altro, le avventure mitologiche, i viaggi degli eroi hanno sempre svelato una valenza religiosa proprio perché "legano gli abitanti del cielo a quelli della terra così come avvicinano gli esseri umani tra di loro". (P. Baud, Pelelgrinaggio e letteratura, in Concilium, XXXII, 1996).
L'esperienza del pellegrinaggio verso luoghi sacri che rievocano la presenza e l'intervento del soprannaturale nella storia umana è dunque un'esigenza non solo del mondo cristiano, ma anche di altri tempi e di altre religioni.
Il pellegrinaggio consente la liberazione dagli schemi e dagli stereotipi che condizionano e imprigionano l'immagine del mondo in un'ottica limitata e riduttiva. Ma consente anche la liberazione della spiritualità, dell'anima dalle costrizioni del corpo; il pellegrinaggio può essere vissuto come passaggio dal buio alla luce, il viaggiare stesso come evoluzione verso la salvezza: "I piedi di colui che vaga sono come il fiore, la sua anima si sviluppa e raccoglie il frutto. Tutti i suoi peccati sono distrutti dalle fatiche del vagare. Perciò, vaga!". (D. Eck, Banaras, City if Light, Princeton 1983, 21, in Carrasco, cit., 40).
Per gli Indù, ad esempio,

il pellegrinaggio a Benares acuisce la capacità di vedere gli dèi. Città della luce, tirtha cosmico, cioè luogo sacro del passaggio, del ricongiungimento con l'Essere supremo, dove Buddha raggiunge il Nirvana, Benares è anche il «grande luogo di cremazione» (mahasmasana), luogo propizio per morire, rappresentativo dunque del passaggio verso la liberazione. (Cfr. Carrasco)
Nelle diverse tradizioni, un'altra caratteristica comune a tutti i pellegrinaggi è quindi l'analogia esistente tra il viaggiare, l'andare verso luoghi sacri, e la ricerca dell'anima come liberazione interiore. Questo aspetto compare in maniera evidente nelle tradizioni buddhiste della Cina, del Tibet e del Giappone dove i pellegrini buddhisti, shintoisti e confuciani da millenni si recano alle montagne, luoghi sacri di adorazione, per ritrovare il Buddha nel mondo, così come attraverso il pellegrinaggio meditativo riscoprono la natura di Buddha in se stessi:
"D'importanza centrale in questo pellegrinaggio interiore è il mandala, una parola sanscrita che significa «circolo». Usati anche nell'induismo e nel lamaismo tibetano, i mandala vengono raffigurati nella forma di un diagramma geometrico con numerose varianti, ma sempre con un centro, un asse e linee direttrici. Il mandala, in quanto elemento centrale in un pellegrinaggio di liberazione interiore, consiste in un insieme di divinità disposte in ordine gerarchico attorno a una divinità centrale. Il novizio che cerca la vera conoscenza del cosmo, la sua propria natura e la natura del Buddha deve concentrarsi, mettere a fuoco, fare silenzio, contare e visualizzare l'intima natura delle immagini che compongono il mandala.
Lo scopo della persona che medita sulla divinità e sulle loro forze è di seguire un percorso prescritto e approdare al centro del mandala, il centro della verità, e unirsi con la divinità centrale". (Ivi, 44).
Il pellegrinaggio interiore, la progressiva liberazione dell'anima in tensione verso la pienezza, di chi eterno viandante ritrova Dio dentro di sé, è un percorso non solo delle religioni orientali, ma anche del cristianesimo.
In fondo è il pellegrinaggio che Dante compie e descrive in maniera emblematica nella Divina Commedia. Il viaggio verso la montagna delle beatitudini è il cammino dell'umanità verso il volere divino nel quale solo si realizza la vera libertà dell'uomo.
La «selva oscura», come assenza di luce, rappresenta la perdita di ogni punto di riferimento, ma soprattutto di quell'armonia interiore distrutta dal peccato. Ma è anche rappresentativa della presa di coscienza di chi si accorge di aver smarrito la «diritta via» che porta all'integrazione interiore e all'autonomia spirituale. Il viaggio attraverso l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso evoca il movimento e il mutamento implicito in ogni cammino di conversione. È, quindi, il passaggio dalla schiavitù del peccato, che rende la vita infernale, alla pienezza dell'anima che in relazione con Dio impara quel linguaggio dell'amore che muove l'universo tutto.
In questi termini il pellegrinaggio spirituale del cristiano è anche e soprattutto «transizione dall'eteronomia all'autonomia», «dalla dipendenza alla responsabilità». (Cfr. P. Philibert, Pellegrinaggio verso la pienezza, in Conciliwn, XXXII, 1996, 4, 113).
Il vero pellegrinaggio, come cammino di conversione, inizia infatti quando l'uomo eterodiretto dalle ideologie e dalle seduzioni del mondo, emerge dalla massificazione per divenire autonomo e decide in maniera libera e responsabile di seguire Cristo.
«Seguimi» è l'invito che più volte ripete Gesù, perché egli stesso è la via del pellegrinaggio che riconduce alla casa del Padre.
SECONDA RELAZIONE
Introduzione
Se l'incontro con il Signore è l'unica meta di ogni pellegrinaggio, perché Cristo stesso è la Via che riconduce al Padre, l'acqua viva che zampilla in eterno, è anche vero che sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana i pellegrinaggi evocano il cammino dell'uomo dalla terra verso il cielo e sono sempre considerati come tempi forti di rinnovamento della preghiera.
Nel Catechismo della Chiesa cattolica, leggiamo: "I santuari, per i pellegrini che sono alla ricerca delle loro vive sorgenti, sono luoghi eccezionali per vivere «come Chiesa» le foline della preghiera cristiana". (Catechismo della Chiesa cattolica, 2691).
Nella storia della salvezza il pellegrinaggio è sempre stato vissuto come un'esperienza privilegiata sia per il popolo di Israele, sia per la Chiesa di Cristo, nuovo popolo di Dio.
Da Gerusalemme a Roma: il pellegrinaggio nella tradizione ebraica e cristiana
L'Antico Testamento è denso di avvenimenti caratterizzati dall'esperienza del pellegrinaggio: la storia di Abramo, la storia di tutto il popolo di Israele, che per quarant'anni cammina verso la terra promessa, sono rappresentativi della storia dell'uomo in pellegrinaggio verso Dio.
Dal II millennio a.C. gli Israeliti hanno sempre considerato sacri quei luoghi dove il Signore si è manifestato ai patriarchi. Dopo l'ingresso nella terra promessa sono usuali i pellegrinaggi ai santuari patriarcali di Sichem, Betel, Ebron, Bersabea e più tardi a quello di Golgota (prima tappa dell'entrata in Palestina; cfr. Gs 4,19; 1 Sam 7,16; 11,15) e a Silo dove si conservava l'Arca dell'alleanza (cfr. Gdc 21,19; 1 Sam 3,3), fino a quando Davide la trasferisce Gerusalemme. Da allora "questo popolo verrà a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio" (1 Re 12,27).

La città santa diviene, così, meta obbligata dei pellegrinaggi d'Israele nelle grandi feste ebraiche della Pasqua, delle settimane (pentecoste) e delle capanne: "Queste sono le solennità del Signore, le sante convocazioni che proclamerete nei tempi stabiliti" (Lv 23,4).
Il senso gioioso che connota il pellegrinaggio a Gerusalemme caratterizzato da processioni e danze, si ritrova nel termine ebraico hag che significa appunto «danzare», «girare in tondo», termine usato proprio per indicare le feste della Pasqua, delle settimane e delle capanne.
Israele è obbligato, dunque, a compiere tre volte l'anno il pellegrinaggio per il Signore, così come stabiliscono i più antichi codici dell'alleanza. Nel libro dell'Esodo si legge: "Tre volte all'anno ogni tuo maschio compaia alla presenza del Signore, Dio d'Israele" (Es 34,23).
Tuttavia è bene sottolineare che il pellegrinaggio per il popolo d'Israele non è mai stato vissuto come esperienza puramente rituale; nello spirito biblico, il sacrificio dell'andare, del movimento, è sempre intimamente legato al movimento interiore.
L'indulgenza o il beneficio non si ottengono magicamente per il solo fatto di recarsi al luogo sacro, ma è la riflessione sulla parola del Signore, sui fondamenti della religione ebraica, e il confronto con se stessi che consentono al pellegrino di avvicinarsi a Dio. Questa concezione del pellegrinaggio come cammino interiore è espressa dai canti dei pellegrini che salivano a Gerusalemme, raccolti in quindici salmi (dal 120 al 134) che costituiscono una sorta di vademecum del pellegrino. Il loro contenuto consente una «catechesi» di facile interpretazione che accompagna il pellegrino durante tutto il viaggio. Ad esempio, alla partenza il salmo 120 ricorda che ascendere a Gerusalemme significa separarsi dalle afflizioni del mondo per dirigersi verso un luogo di pace: "Troppo io ho dimorato con chi detesta la pace" (Sal 120,6). Gerusalemme infatti è detta Shalom, città della pace, Jerosòlima.
Arrivare a Gerusalemme significa ritrovare la pace dentro di sé, la certezza cioè di trovare misericordia in quel Dio che ha sempre salvato Israele. Già da allora, quindi, il pellegrinaggio è un camminare con Dio, un convertirsi al suo progetto abbandonando la propria via per seguire la sua: "Le vostre vie", dice il Signore, "non sono le mie vie" (Is 55,8).
Il pellegrino sa che lungo il cammino ogni suo passo è vegliato da Dio: "Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre... Di giorno non ti colpirà il sole né la luna di notte... Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre" (Sal 121,5-6.8). Recarsi a Gerusalemme significa, allora, abbandonarsi a Dio come al più tenero dei padri ed è in questo abbandonarsi che si avverte il sincero pentimento di essersi allontanati da lui, è nell'abbandonarsi che l'anima si apre alla speranza del perdono: "L'anima mia attende il Signore più che le sentinelle l'aurora" (Sal 130,6).
Ecco perché Gerusalemme, negli annunci profetici, viene considerata sempre più come centro del mondo; sposa e madre di Dio, essa rappresenta il popolo eletto, pellegrino verso la salvezza.
Ancora nel Nuovo Testamento, Gerusalemme è detta la città santa (cfr. Mt 4,5; 27,53; Ap 11,2). È a Gerusalemme che Cristo porta a compimento il mistero della salvezza; è a Gerusalemme che nasce la prima comunità cristiana, che inizia il tempo della Chiesa.

Se Cristo, incarnazione del Verbo, sostituisce l'antico tempio sacro, perché egli stesso è il luogo dove Dio si è manifestato; se Paolo preannuncia la nascita di una nuova Gerusalemme; se con la nuova alleanza la città celeste diviene la promessa, Gerusalemme continua tutt'oggi a essere meta di pellegrinaggio nell'anno santo.
La pratica del pellegrinaggio nella tradizione cristiana rimane infatti, nel corso dei secoli, a esprimere la condizione peregrinante della Chiesa. E da quando l'itinerario penitenziale dei «romei», coloro che andavano a visitare la tomba di Pietro e degli apostoli, sposta il centro del pellegrinaggio da Gerusalemme a Roma, tutto ciò che simbolicamente era di Gerusalemme diviene di Roma, segno e centro visibile della Chiesa universale.
I luoghi sacri di Roma, dove sono custoditi i sepolcri di Pietro e Paolo, già dal II secolo sono venerati dalla comunità locale e dai tanti cristiani che giungevano a Roma, capitale dell'Impero, e anche se prima di Costantino non ci sono prove attendibili di veri e propri pellegrinaggi alle tombe degli apostoli, sta di fatto che proprio le memorie apostoliche fanno di Roma il centro dell'unità cattolica.

La Chiesa nascente ritrova se stessa nel «fondamento» posto da Cristo stesso, cioè negli apostoli suoi successori. In ogni caso è certo che con la conversione di Costantino e la costruzione delle basiliche sulla tomba di Pietro e Paolo, volute dallo stesso imperatore, i pellegrinaggi cristiani a Roma hanno un grande impulso. Nel IV secolo Roma, come Gerusalemme in Oriente, è già la meta principale dei pellegrinaggi in Occidente.
Nel Medioevo, infatti, i pellegrinaggi ai santuari di Pietro e Paolo e quelli alla tomba di san Giacomo a Santiago de Compostela (Spagna) sono ormai così numerosi e popolari da essere paragonabili a quelli verso Gerusalemme, al sepolcro del Signore.

Sarà proprio la pratica del pellegrinaggio, sviluppatasi sempre più in tutta Europa e arricchita da più profondi motivi religiosi, come l'idea del pellegrinare per amor di Dio, che porterà a una prima manifestazione pubblica del giubileo con Onorio III nel 1220, per il pellegrinaggio alla tomba di san Tommaso Becket, per poi convergere, come si è visto precedentemente, a Roma nel primo giubileo della Chiesa cattolica, indetto da Bonifacio VIII nel 1300.

La tradizione cristiana del pellegrinaggio, nel corso dei secoli, ha avuto poi alterne vicende. La fine del Medioevo è caratterizzata da un forte calo dei pellegrinaggi dovuto sia all'influsso del pensiero moderno tendente a una razionalizzazione della fede, sia alle gravi problematiche emergenti con la protesta di Lutero e la conseguente diffusione della Riforma che vede la spoliazione di molti santuari. Ma immediatamente, da un lato l'evangelizzazione del nuovo Mondo, che offre alla Chiesa cattolica nuovi spazi da sacralizzare mediante la costruzione di santuari, e dall'altro proprio la reazione alla Riforma danno nuovo impulso ai pellegrinaggi. Se con l'illuminismo la credulità dei pellegrini è spesso derisa e le campagne di Napoleone distruggono in tutta Europa molti santuari, interrompendo la tradizione popolare del pellegrinaggio, con la restaurazione del 1815 molti santuari vengono riedificati e ancora una volta divengono meta di numerosi pellegrinaggi.
Il XIX e il XX secolo sono poi caratterizzati da un incremento dei pellegrinaggi ai santuari mariani: è il caso di Guadalupe in Messico, di Lourdes, di Fatima.

Ancora ai nostri giorni, sette anni fa, in attesa del 2000, la Chiesa ha riproposto secondo la tradizione giubilare il pellegrinaggio ai luoghi sacri più significativi: Gerusalemme, Santiago de Compostela e Roma, centro del cristianesimo, caput mundi.
Certo, agli uomini del terzo millennio tale pratica potrebbe apparire quanto meno obsoleta. Il concilio Vaticano II dal suo canto ci ha abituati alla nozione di Chiesa peregrinante, in viaggio verso il «cuore» del mondo dove avviene il vero incontro con Dio.
Sembrerebbe, quindi, se non altro anacronistico intraprendere un cammino come se davvero certi luoghi potessero imprigionare il sacro, la presenza di Dio. Eppure negli anni Ottanta, Giovanni Paolo II, al Convegno dei direttori di pellegrinaggi, affermava: "Voi avete nelle vostre mani una chiave del futuro religioso dei nostri tempi". (Dagli Atti del Convegno dei Direttori di pellegrinaggi, 1980).

Anche per la Chiesa conciliare, infatti, il pellegrinaggio rimane un'esperienza fondamentale per aiutare i credenti nel loro cammino di fede. D'altronde vi è ancora la necessità di proporre visivamente, nel deserto degli uomini, la via sacra che porta gli esuli dalla prigionia alla liberazione.
Ecco allora che il luogo sacro diviene la casa del Signore, dove si concentra non la presenza di Dio o della sua potenza, ma l'energia di tutte le invocazioni di coloro che in quel luogo hanno implorato misericordia rendendo presente, mai nella sua pienezza, la realtà santificante del Signore.
Ogni sana pedagogia è sempre visiva e in questo senso il pellegrinaggio ha un valore ascetico fondamentale perché è rappresentativo di un popolo che vede nell'andare la necessità e la gioia dell'incontro. Esso ripete analogicamente la storia della salvezza e quindi non è tanto un tempo di «catechesi dottrinale» ma di «catechesi del cuore», (Cfr. Elizondo, Le opportunità pastorali dei pellegrinaggi, in Concilium, XXXII, 1996, 4, 151), così come ci ricordano i canti dei pellegrini, i salmi che accompagnavano il popolo dell'antica alleanza. "Un pellegrinaggio non è teoria (ortodossia) ma azione (ortoprassi)". (R. Panikkar, Pellegrinaggio al Kailasa, in Coneilium, XXXII, 1996, 4, 76-77).
È nell'esperienza dell'andare, più che nell'arrivo al luogo sacro, che avviene la conversione del cuore. Abbiamo visto quanto un nuovo senso di comunione fraterna leghi i pellegrini durante il viaggio e quanto questa esperienza rinnovi la fede, la speranza, la carità.

Gesù stesso, pellegrino sulla terra, ci svela il significato autentico e profondo di ogni pellegrinaggio, il suo mandato in fondo potrebbe essere riscritto con queste parole: "Andate e convertitevi!".
Don Gennaro Matino
“IL PELLEGRINAGGIO COME METAFORA DELLA VITA”
Il mondo cambia volto, la società vive un radicale mutamento, gli stili di vita si trasmutano. Tutto sembra assumere la caratteristica del movimento. Vince chi va più veloce, utilizzando gli strabilianti progressi tecnologici. Le nuove vie delle relazioni, passano nelle reti telematiche. Così l'economia, la cultura, il lavoro fluiscono oltre i volti dell'umano e si disperdono nei sentieri invisibili della globalizzazione.
Allo sguardo disincantato dell'uomo moderno le varie e molteplici vie di un tempo appaiono miti e leggende. Eppure, rivelando lo sforzo di raggiungere un di più, un oltre, inteso come conquista e guadagno, permangono nella storia, ma soprattutto nella memoria, a significare un passato che ci ha generato all'intelligenza della vita.
Il viaggio dell'anima in ricerca dell'altro
Quasi a materializzare il cammino dello spirito umano alla ricerca di una verità più grande di quella posseduta, più perspicace ad illuminare la notte dell'anima, più risolutiva nel tentativo di conseguire sapienza e conoscenza, siamo di nuovo sollecitati a ripercorrere la via che testimonia nel tempo la scommessa umana al compimento di sé. E si mostra tanto persistente questa via da apparire come una sorta di messa in atto di una metafisica della itineranza orientata al raggiungimento della meta finale.
Da questa indefinita resistenza, la riflessione sul viaggio induce una diffusa consapevolezza del senso del vivere, bene espressa, anche con velato compiacimento, dal Siracide, l'antico saggio della tradizione biblica.

"Chi ha viaggiato conosce molte cose,
chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.
Chi ha viaggiato ha accresciuto l'accortezza.
Ho visto molte cose nei miei viaggi,.
il mio sapere è più che le mie parole" (Sir 34,9-11).
Allora, se viaggiando si "conoscono molte cose", si cresce nell'"accortezza" quale sapienza critica della vita, si radica anche la convinzione di abitare il mondo, di edificare la pacatezza del cuore, la quiete dell'anima. Per questo un certo viaggiare raffina la percezione di sé ed evidenzia la forma antropologica più pertinente, quella di essere l'uomo un "viator", per essenza e per esistenza, un "viator" non più solitario ma in compagnia.
Rivelando la sua identità primordiale di essere mobile verso un "centro", l'uomo rivendica di essere "uomo-in-ricerca", a volte disperata e disperante, della sua origine e del suo fine, in ricerca di se stesso ma anche dell'altro di cui avverte l'assenza. Così l'uomo acquista qualità, perfeziona le sue potenzialità, guarda dentro il suo mistero nella misura della sua intrinseca mobilità, a tal punto da rischiare di misconoscere una sua necessaria stabilità e il suo essenziale rapporto con chi gli sta accanto, il suo prossimo.
Camminando con la totalità di se stesso, definisce il permanente "status" di ricercatore che lo prospetta, in una condizione di itineranza irrequieta, come insaziabile del presente, verso mete lontane. Al riguardo la celebre considerazione agostiniana sull'”inquietum est cor nostrum donec requiescat in te" (Confessioni, 1.1) riflette non solo le burrascose vicende del V secolo ma, conservando una singolare attualità, interpreta la profonda e costituiva natura spirituale dell'uomo sospinta, in un anelito senza fine, oltre se stessa verso una quiete e una pace riposante.
In tale prospettiva il fine del viaggio sembra essere l'acquisizione perfetta, nell'ambito dell'anima, dell'oggetto inesausto del desiderio, quello di un possesso della verità dell'uomo, del senso ultimo della sua vita, ma anche, evento del tutto moderno, della sua relazione di prossimità, secondo una traiettoria che si delinea saggiando i diversi "genius loti" dove il Dio e l'uomo hanno posto la loro dimora.
Si registra dunque un diffuso "tormento dell'anima", una sete di escatologia, un inedito bisogno di compagnia, che lambisce le coscienze non solo dei "poveri cristiani" ma di ogni uomo, costringendo un po' tutti al "pellegrinaggio" in vista del ritrovamento del senso della vita e della morte, della vita con l'altro, della vita oltre la morte. Sembra di poter dire che dalla solitudine ontologica ed esistenziale si intenda uscire solo in una compagnia pellegrinante, come atto liberatorio e salvante.
Il pellegrinaggio come ricerca del senso
Dal succinto scenario tracciato, l'orizzonte del "senso ultimo" dell'uomo e di Dio riporta l'intenzione della coscienza sulla dimensione trascendente dell'uomo, sulla sua intrinseca "religiosità", sulla necessità del comune destino, sulla salvezza finale. Allora lo specifico viaggiare, trasformandosi in domanda di sacro e in domanda di comunione, diventa "pellegrinaggio", cioè tempo e luogo dell'uomo teso a dischiudere il senso della vita in riferimento a ciò che sta oltre il velo della morte, considerata destino ineluttabile e universale.
E' curioso sapere che lo stesso etimo "peregrinare", tardo latino e per altro non del tutto sicuro e accolto dagli studiosi, (Cfr. C. Mazza, Santa è la via. Pellegrinaggio e vita cristiana, ed. EDB, Bologna, 1999, p. 21) rimanda al verbo "peragere" espressivo non semplicemente di un camminare ma di un "andare lontano". (Cfr. M. Sensi, Il pellegrinaggio. Storia e attualità: Roma, Santiago de Compostela, Gerusalemme, ed. EFI, Perugia, 1997, pp. 11-12). Lontano per raggiungere, mediante il passaggio catartico la purificazione penitenziale dell'anima, la porta del cielo come compimento ideale dell'esistenza umana.

D'altra parte, se davvero la meta si prospetta così gravosa di implicazioni spirituali e corporali, così investita di relazioni umane, così caricata di significati, il pellegrinaggio evidenzia l'esigenza di una particolare elaborazione culturale e di una pertinente spiritualità, in riferimento al carattere itinerante dell'uomo, alla sua dimensione trascendente, alla sua tensione comunitaria.
Le due istanze polivalenti di cultura e di spiritualità, diversamente strutturate e concatenate, dispongono una acuta consapevolezza della distanza tra uomo itinerante e meta, tra convivenza e accoglienza; manifestano una volontà di riacquisire uno stato di innocenza ma non da soli, un desiderio costante di ricongiungimento con il divino non dimenticando l'umano, soprattutto la sua storia, il suo retaggio terreno.
Sotto questi profili la dura vicenda del pellegrinaggio — variamente vissuto — rimanda alla figura storico-salvifica dell'esodo, (Cfr. A. Della Vecchia, L'Esodo permanente. L'esperienza d'Israele e di ogni credente, ed. Centro Eucaristico, Ponteranica (BG), 1997) in tutta la sua immensa epopea di fondazione, di rivelazione e di esperienza, e ancora evoca la categoria teologico-biblica della promessa, nel senso di parola divina rivelata e divenuta punto traente verso il compimento di una lunga e provata attesa. Allo stesso modo il pellegrinaggio, sotto il profilo di forma simbolica interpretativa della vita, evidenzia anche una richiesta di ritorno alle origini e conseguentemente una esigenza di approdo alla casa-patria sognata (P. Scarpi, LafZiga e il ritorno. Storia e mitologia del viaggio, ed. Marsilio, Venezia, 1992), avvertendo tuttavia che né l'uno né l'altro si rivelano privi di rischi, di fatiche o di sorprendenti e attraenti novità.
Di qui si comprende come la vita dell'uomo anche moderno può riassumersi nella metafora antica del pellegrinaggio. Significativa appare al riguardo, sia pure in forma parenetica e simbolica, la storia di Tobia. All'inizio del libro il vecchio padre Tobi confida: "Io, Tobi, passavo i giorni della mia vita seguendo le vie della verità e della giustizia" (Tb 1,3) certamente a significare il senso del tempo esistenziale.
La dichiarazione non suscita affatto stupore se ascoltata dalle labbra di un pio ebreo. Recepita poi nella sua profonda verità, si rivela emblematica per ogni uomo e ancor più per ogni pellegrino, reso edotto dei supremi fini della vita terrena.
Nella logica spirituale del racconto infatti, seguire la via della verità e della giustizia significa staccarsi da un ambiente e da uno stile di vita segnati dalla menzogna e dalle opere dell'empietà e decidersi di mettersi sulle orme di Dio, cioè della sua parola rivelata e delle opere buone. Del resto tutto il libro di Tobia assume il carattere di una ricerca della verità, in particolare della verità dell'uomo che, man mano scorre la strada sotto i suoi piedi, gli è resa manifesta la sua identità e il suo destino (Cfr. P. Stancari, Il libro di Tobia. Lettura spirituale, ed. Eubattino, Catanzaro, 2000, pp. 11-14).

Così la strada rappresenta il luogo della conoscenza e della rivelazione, cioè il luogo dove si accede alla sapienza, là dove si corre verso il centro del desiderio più elevato e della sua compiuta soddisfazione, delineando un'autentica spiritualità e una solida cultura.
Appunto come avviene nel pellegrinaggio. La vita si dischiude al suo senso più profondo, si dispiega lungo tutto il percorso nelle sue facce contrastanti, si rende più evidente e intelligibile nell'incontro misterioso con l'uomo della strada, ma soprattutto con Dio. Di qui si evince che il pellegrinaggio, costituendosi come tempo-spazio della rivelazione e della comunicazione, si esplicita nel suo essere tempo originale offerto all'uomo per la comprensione di sé, sotto il profilo creaturale e figliale, accettandosi nella propria realtà di peccato e accogliendosi nella pienezza della misericordia nella forma altissima della divina accondiscendenza.
Non è estranea a questa visione il fatto che nella storia del cristianesimo si siano formulate molteplici modalità di pellegrinaggio verso diversi luoghi santi. Ogni meta infatti qualifica la diversità implicata dal carattere originario dell'evento di fondazione, dal carisma del luogo dove si fa memoria dell'evento sacro, dalla peculiarità del messaggio custodito e trasmesso, dalla conseguente tradizione materiale e simbolica, alimentata e diffusa da segni, prodigi e opere.
Questi segni, materiali e simbolici, rappresentano complesse elaborazioni teologico-culturali orientate e finalizzate alla risposta religiosa sottesa alla universale domanda di senso propria e specifica dell'esistenza umana.
Urgenza dello spirito e senso della vita
Lo spirito dell'uomo contemporaneo, diviso tra secolarizzazione radicale e sacralizzazione di ritorno, confuso tra insinuanti "offerte" religiose e inclusioni tradizionaliste, tentato dal "fai-da-te" spirituale e dal puro evangelismo emozionale, si trova interrogato e comunque inquieto. Interrogato dalle domande essenziali dell'esistenza e inquieto rispetto alle risposte insoddisfacenti, attende una salvezza, in una rinnovata escatologia, prospettando un rinnovato cammino in ricerca di certezze svanite.
Di qui appare urgente ripresentare i caratteri salienti del pellegrinaggio come possibile aiuto a riscoprire il fatto sconvolgente di fede e la diversificata pratica della fede in risposta alle diverse istanze del cammino umano verso la verità e la salvezza.

1.
Rivelazione e salvezza
La conoscenza della rivelazione passa attraverso un ascoltare, un vedere, un toccare, un invocare, un prostrarsi. Sono atteggiamenti antichi ma sempre nuovi, carichi di profondi significati religiosi. Anche il pellegrino moderno conosce questa grammatica "sacra" e non può non essere protagonista di un'immersione nelle fonti originali della fede e della "traditio fidei" del cristianesimo.
Nel contatto diretto si ricerca una salvezza, confermando una solidale appartenenza agli eventi di fondazione della religione cristiana e una sostanziale partecipazione, dagli effetti attualizzanti, attraverso la pratica dei sacramenti e dei segni sacramentali, come dall'ascolto di parole evocative e suadenti.
Visitare i luoghi e le memorie della vita di Gesù, degli apostoli e dei martiri o incamminarsi verso santuari che testimoniano un evento di apparizione della Vergine Maria, rappresenta l'adempimento di un proposito a lungo coltivato nel segreto della coscienza e mai rinnegato o dato per scontato.
Così andare all'origine del fatto cristiano significa interpellare chi quel fatto hanno visto, udito, contemplato, testimoniato con il dono del martirio. Infatti "per i cristiani non tanto è essenziale raggiungere una determinata meta per incontrare Dio o per adempire ad un precetto quanto dimostrare la propria fede attraverso l'imitazione di Cristo". (M. R. Pardi – D. Fiumalbi, Sulla strada dei pellegrini, in AA.VV., Vie, Viaggi e Visitatori nel medioevo, ed. ETS, Pisa, 1999, p. 97).

Con l'assunzione piena del
cristianesimo viene a radicarsi la percezione che il tempo individuale è prossimo a
finire. Il senso della fine della vicenda personale e della storia acuisce il bisogno di
salvezza. Per
questo il
pellegrinaggio si
caratterizza come una domanda di certezza salvifica e di dottrina circa le verità ultime. Se santa è la meta per le vestigia dei santi apostoli e dei martiri, soprattutto santa è la grazia della fede e della salvezza qui conservate, custodite e donate come tesoro preziosissimo. (Cfr. R. Lavarini, Il pellegrinaggio cristiano. Dalle sue origini al turismo religioso del XX secolo, ed. Marietti 1820, Genova, 1997, pp. 172-173).
2.
Penitenza e conversione
Le modalità del "riconoscimento" del peccato personale dipendono, con il mutare dei tempi, dalle intime sensibilità ma altresì da credenze e visioni collettive, sollecitate dalla predicazione, dalla teologia soteriologica, dalle condizioni esterne in cui versa il mondo. Anche l'uomo moderno avverte in sé una presenza che lo assedia, una potenza che produce malessere, una volontà che dispone al male.
In tale ambito di consapevolezza la caratterizzazione penitenziale manifesta uno degli aspetti più sorprendenti del pellegrinaggio, tanto da essersi dotato nel tempo di modalità e di formulazioni assai precipue e differenziate. Sottintende un gravido timore della morte e della possibile condanna nella perdizione eterna, sentita come scomparsa annichilente di se stesso.
Il pellegrinare riprende a significare dunque non solo la confessione della stessa fede e l'affidamento alla grazia salvifica annunciata dalla parola di Gesù, ma la conformazione alla sua modalità di sofferenza in vista della redenzione, accentuando la disposizione penitenziale, riconoscendo il proprio stato di peccato.
Al riguardo ben si comprende il diffuso costituirsi nei tempi ma anche nell'oggi di confraternite e associazioni penitenziali, di movimenti e sette spirituali estremistiche che, propugnando ascesi severe per acquisire la salvezza e per rimediare le colpe commesse impetrano la liberazione da castighi, da pestilenze, da disgrazie. Tutto questo si finalizza ad una conversione radicale, raggiungibile nei racconti della passione, ma soprattutto nella viva contemplazione del Volto di Gesù mediante la devozione verso la sua umanità lacerata dalla passione e dalla crocifissione.

In questo contesto, la conversine del cuore assume un'importanza decisiva e segna visivamente il beneficio generato nel pellegrino dalle mozioni sensitive ma soprattutto dalla identificazione a Cristo attraverso il cambiamento esistenziale e una correzione pratica delle relazioni umane.
3.
Umanità e genialità
Per questo i tempi decisivi di un pellegrinaggio non sono le ore di preghiera ma i tempi di contemplazione, di silenzio, di riposo e di quiete. Nel silenzio contemplativo si prendono le misure della cose, della vita, degli affari, apparendo gli affanni e le cose del tutto relative. Così anche le caratteristiche più estroverse del pellegrinaggio si riconducono entro un alveo di un'umanità confusa e nel contempo ansiosa di ricomposizione dell'ordine originario e festivo.
Certamente i pellegrini amano la vita, forse la amano in modo svagato, ma ne sperimentano il mistero nel vissuto delle sue contraddizioni. Sono disponibili a sottostare a dure penitenze, a duri digiuni e astinenze pur di acquisire il perdono, la remissione delle colpe, la premessa della vita che preveda un futuro.
E' sì un'umanità dolente, ma sa diventare anche umanità lieta e festosa nella pienezza delle passioni come nella elevatezza dei sentimenti, mostrando come il pellegrinaggio sia un'esperienza piena della liberazione dai peccati e la certezza sicura di una gioia senza fine.
Oggi si rincorrono segni, immagini, reliquie che accompagnano i pellegrini e ridondano di scintillii e di memorie antiche e misteriose. Il genio umano trova nei santuari la sua più alta espressione e viene illustrato e testimoniato nell'ammirabile disponibilità dell'arte a servizio della fede.
Così il pellegrinaggio contiene in sé qualcosa di anomalo o meglio di originario e di unico. In forza della sua complessità semantica, storica, religiosa e culturale, induce nel pellegrino moderno molteplici apprezzamenti, mille domande, curiosità infinite, esperienze contrastanti eppure sorprendenti. Si tratta di capire, interpretare, produrre senso comprensibile e accettabile, oltre le preclusioni ideologiche ormai cadute in prescrizione.
Conclusione
I cambiamenti in atto generano un uomo nuovo, ancora in gestazione. Ma la sostanza dell'essere uomo permane, anche sotto morfologie diverse e apparentemente contrastanti rispetto al passato.
Di fatto l'essere pellegrini oggi comporta di nuovo una profonda esperienza di fede, antropologicamente ben motivata e fondata. Richiede l'apertura totale sull'uomo, sulla globalizzazione della sua vita, sull'universalità dei suoi confini. Comporta il confessare la fede, aprirsi alla speranza e fortificarsi nella carità. Comporta la conversione della mente e la gioia del cuore. Comporta l'urgenza della testimonianza in un vita contemplativa, sintesi felice tra corpo, anima e spirito.
Anche i pellegrini apprendono questo principio teologico e antropologico nella concretezza del "fare pellegrinaggio". Vivono questa itineranza come una scommessa da non perdere e da non ridurre a semplice ricordo devozionale, posticcio e inutile. Restando fedeli nell'unità della fede e nella comunione universale, i pellegrini camminano verso la salvezza.
Il pellegrinaggio metafora della vita
1.
La "peregrinatio animae" esprime un "viaggio" in terra straniera. L'etimo "pellegrinaggio" più accolto dice in sostanza due cose: il "dislocamento" e l'"estraneità".
2.
La "storia delle religioni" prospetta il pellegrinaggio come il recarsi ad un luogo sacro per adempiere riti culturali al fine di ottenere "salvezza".

3.
I verbi di azione, usati nell'universo religioso, dicono una volontà dell'uomo di attingere alla "divinità", sempreché sia stato riconosciuto l'evento comunicativo del "divino", rivelatosi in un luogo in un dato tempo (numinosum).
4.
Le "categorie" universali di spazio e tempo illustrano come il pensiero umano percepisce il suo essere-al-mondo, ma non disvelano il senso dell'esisenza.
5.
Il senso viene ricercato ed è necessitante al fine di rispondere alla questione cruciale della morte. La risposta alla domanda esisenziale del "quia" della vita presente e della futura non sta nell'orizzonte umano che "cade" inesorabilmente nel nulla.
6.
La natura dell'uomo consiste nel suo divenire, nel suo uscire da sé e di sé: stà nel pellegrinare verso la sua verità, verso la fonte-origine della vita.
7.
Il pellegrinaggio è camminare verso la vita in quanto consapevolezza della propria incapacità radicale, del limite che impedisce di "far-da-sé".
8.
Platone: "non è possibile la verità se non mediante una divina rivelazione".
9.
La tragica "corsa" della modernità: un pellegrinaggio vano, anche se nobile. Esprime il tentativo (fallito) di salvarsi da sé. Gli esiti li conosciamo.
10.
Occorre decidersi per "il santo viaggio" ... in terra straniera: la salvezza viene dal di fuori (Abramo, Mosè, Elia, Gesù ...).
11.
Pellegrinare è la condizione umana: "non habebimus hinc maneutem civitatem, sed futuram inquirimus" ... metafora della vita che si fronteggia con il "sacramentum" della vita cristiana, per una "mistagogia".
12.
Non si adempie la sete dell'uomo nel semplice "girovagare" nell'arcipelago delle filosofe (cf. Cacciari): occorre raggiungere la meta in una terra "aspaziale" e "atemporale", nel tempio sacro, nel tempo sacro. Ma l'incarnazione del Verbo e la "ricapitolazione totale in Cristo" ha cambiato la direzione del tempo e il senso dello spazio: è Cristo il tempio, è Cristo il tempo definitivi, adempiuti, perfetti.

13.
Il "pellegrinaggio" a Cristo, per stare in Cristo: memoria attualizzante della salvezza, un evento salvifico è storicamente raggiungibile nella "fede storica".
14.
Rivelazione e storia / grazia e peccato esprimono i punti cardinali della struttura teo-antropologica del pellegrinaggio. Si esce di sé rispondendo ad una divina chiamata; si percorre la vita nel contesto del divenire; si esperimenta il perdono.
15.
Umanità, genialità, santità ... (devozione popolare, pietà religiosa).
Mons. Carlo Mazza
IL PELLEGRINAGGIO FONDAMENTO E CARISMA DELL’UNITALSI
Introduzione
Il pellegrinaggio al pari dell'assistenza ospedaliera è problema antico come l'uomo, anche se nelle suo forme organizzate esso ha raggiunto i livelli più elevati quanto a numero e simbologia e significati. Nel Medio Evo meta di ogni pellegrinaggio i santuari selezionati sulla base della funzione primaria attribuiti al luogo sacro. Abbiamo così:
- i santuari di tipo "salvifico-sanitario", i santuari di tipo commemorativo-culturale, i santuari di natura ecumenica.
L'Unitalsi si è trovata immersa nei santuari di tipo salvifico-sanitario ed in ordine della sua storia sono Lourdes, Loreto e Fatima.

Origine dei pellegrinaggi
Lo storico Rumi afferma che le giovani generazioni non conoscono le loro radici, non ricordano nulla perché a loro non è stato più raccontato.
A cento anni dall'Unitalsi bisogna che qualcuno ci racconti, perché noi siamo non solo espressione del passato ma siamo anche sua viva memoria.
L'Unitalsi nasce con il pellegrinaggio, nasce con Lourdes. Inizia la sua vita associativa e la porta al suo pieno sviluppo nei molti decenni con l'unico e pressante impegno del pellegrinaggio. Anche se i mezzi di comunicazione sociale non erano ancora vistosi, fin dagli ultimi decenni del 1800 il cardinal, oggi beato Ferrari, con la Pro-Palestina e gli Amici di Lourdes promuove il pellegrinaggio.

Roma si inserisce partecipando, come ben sappiamo, al pellegrinaggio italiano con l'assistenza spirituale di mons. Radini Tedeschi.

In quel viaggio di fede partecipa un giovane, che è privo di fede e di speranza, ribelle a Dio e alla Chiesa. I sacerdoti che accompagnavano i pellegrini non erano riusciti a piegare la durezza del giovane Gian Battista Tommasi.
E' da sottolineare già il senso profondo del pellegrinaggio che non può lasciare indifferente nella fede nessuno, se veramente esso diventa il segno forte ed evidente della grazia di Dio che passa. Sappiamo come va a finire la storia di misericordia e di speranza di quella conversione che ne fa nascere tante altre. Così inizia guardando in filigrana l'opera di Dio che conduce alla pienezza della carità evangelica e della solidarietà umana, questo drappello di uomini fondatori della nostra Associazione. Ecco quanto pone in evidenza lo Statuto al suo primo articolo: Articolo 1: "E' costituita con la benedizione del Santo Padre un'Unione che ha per scopo il trasporto di malati poveri e l'assistenza gratuita dei malati che ci si recano a proprie spese".
La Chiesa in quest'ora è presente in modo essenziale e primario: dall'approvazione di suo pugno e del Papa Pio X, al vescovo Radini Tedeschi ai sacerdoti e tra essi fin dal 1906 in un elenco di 186 nomi, figura il sacerdote Angelo Giuseppe Roncalli. Erano partiti appena 8 ammalati solo uomini. Le donne non potevano accedervi. A Genova venne fatta salire una donna gravissima dietro l'intervento del cardinale e del sindaco.

Contrasti
Lo sviluppo dell'opera è stato difficile e faticoso. E' vero che ben presto si diffonde in molte regioni d'Italia, ma non mancavano anzitutto l'apatia generale scetticismo di molti, inquietudini e lacerazioni. Si andava notando tensioni a livello europeo. Nonostante questo l'Unione comincia a diffondersi e a costituirsi in Sezioni. Aumenta il numero dei malati che vengono portati a Lourdes.
Nel 1913 da 8 ammalati del 1905 vengono portati a Lourdes 117 ammalati, 2250 pellegrini guidati dal cardinale di Bologna Giacomo della Chiesa, futuro Benedetto XV.

La fede, lo spirito di sacrificio la preghiera costante rendono prodigiosi i pellegrinaggi. Diversi ammalati migliorano sensibilmente le loro condizioni di salute, mentre altri ottengono guarigioni straordinarie, anche se non vengono riconosciute "come miracolose" dall'Autorità ecclesiastica.
Durante il conflitto mondiale l'Unione sospende i pellegrinaggi ma le donne dell'Unitalsi curano amorevolmente i feriti.
1921 riprendono i pellegrinaggi presieduto dei quali uno è presieduto dal cardinale Achille Ratti Arcivescovo di Milano, diventato Papa Pio XI.
Dal '20 al '30 si diffonde con nuovo impulso l'Unione organizzando nelle città e diocesi celebrazioni mariane e adorazioni eucaristiche. Così si costituiscono Sezioni e Sottosezioni raggiungendo negli anni il numero di 200.
Migliorano i trasporti in treno: carrozze di terza classe e qualche carro bestiame che sembrava una conquista.
Come avveniva il viaggio
A Torino, a Genova e più spesso a Ventimiglia si doveva far scendere gli ammalati, alloggiarli in ospizio o in qualche magazzino per un giorno ed una notte, poi passarli in vetture francesi di terza classe e riprendere il viaggio. Pensate ai treni trainati da vaporiere a carbone e pensate alle numerose gallerie.
1922. Viene formato il primo treno ospedale con il personale di assistenza. Se ne cominciano ad organizzare anche 9 in un anno. Nel 1927 per la prima volta viene utilizzata una carrozza per barellati prestata dalla Croce Rossa Italiana.
1935 Il comitato pro Palestina e Lourdes su invito del Papa indica il pellegrinaggio a Lourdes per pregare per la pace vista la minaccia della guerra. Il cardinale Pacelli presiede il pellegrinaggio con la guerra italo-etiopica viene proibito di andare a Lourdes e chiusura delle frontiere.
1936 Loreto
Principe don Enzo Di Napoli Rampola 8 maggio inizia il pellegrinaggio.
Non più UNTAL, ma UNITALSI. Subito si registrano segni di favori straordinari come le guarigioni di Giorgina Riccaldi di Parma e di Lina Sacchi di Lecco. I treni bianchi si susseguono sempre più numerosi. Anche Loreto diventa una piccola Lourdes. Infatti le funzioni, le celebrazioni e le attività unitalsiane sono uguali a quelle lourdiane.
Ma anche per Loreto viene l'ora della prova. Settembre 1943. Arrivano gli ultimi treni bianchi. La seconda guerra mondiale è all'apice del suo corso.

1946 riprende Loreto.
1947 riprende Lourdes. Qualche cifra: 4.800 malati a Loreto nel '46, nel 1950 14.000 tra malati a personale, nel 1954 39.216 pellegrini con trenta treni.
Nell'ultimo cinquantenario lo sviluppo dell'opera nei suoi pellegrinaggi raggiunge livelli massimi di partecipazione per numero e qualità.
Il pellegrinaggio espressione della fede e della cultura del tempo
In questa ottica va considerato il pellegrinaggio dell'Unitalsi, in questa prospettiva va riempito sempre più di motivazioni, di contenuti e di chiare finalità, perché esso resta sempre nuova e puntuale ricerca di Dio. Infatti in esso si trova uno dei suoi più efficaci segni di grazia e di salvezza. Per nostra personale edificazione e per la missione che avete di realizzare una preziosa opera di Chiesa quale è il pellegrinaggio, desideriamo leggere i segni che fin dagli albori del suo sorgere il pellegrinaggio ha espresso, testimoniato e donato all'Associazione, alla Chiesa e alla società. Sarebbe auspicabile che qualche cultore della storia unitalsiana riandasse a leggere non solo le cronache dei verbali custoditi nella presidenza nazionale, ma anche in quelle delle singole Sezioni e Sottosezioni per raccogliere le testimonianze dello spirito di fede che ha segnato profondamente i pellegrinaggi, dei prodigi che ne hanno reso visibile e consolante la presenza di Dio.
Mi affido alla testimonianza del Servo di Dio don Pirro Scavizzi, cappellano dell'Unitalsi per il quale è stata aperta la causa di beatificazione. "Egli si adoperava perché i pellegrini, già prima di iniziare il viaggio, fossero non solo in grazia di Dio, dopo una buona confessione, ma che si preparassero al pellegrinaggio con un breve ritiro spirituale per deplorare ciò che a Dio non piace e per attuare con buona volontà il divino volere".
Giovanni Paolo II nella festa dell'11 febbraio del 1990 definì il pellegrinaggio "una risorsa per la fede, cammino di conversione, possibilità di evangelizzazione, valido annuncio della speranza cristiana".
Una risorsa per la fede lo fu in modo semplice, edificante e commovente quando il pellegrinaggio evidenziava fortemente senza equivoci una marcata sensibilità religiosa, che indulgeva alla preghiera sempre predominante in ogni momento e in tutti gli spazi. Non solo nel santuario, ma nel treno, negli alloggi e perfino nelle vie di accesso ad esso. Non ci si stancava di pregare: la corona era il segno più amato, più portato e più pregato, ma anche il più semplice strumento di preghiera.
Da quelle emozioni spirituali, capaci di incentivare una forte devozione (a volte senza volerlo anche il devozionismo), con il dono del Concilio Ecumenico Vaticano II si è passati a fare del pellegrinaggio un tempo privilegiato di catechesi perché gesti, segni e preghiere fossero permeate dalla Parola di Dio, prima ed essenziale grazia che deve offrire il pellegrinaggio e soprattutto perché la fede dalle emozioni e dalle suggestioni delle celebrazioni passasse ad essere vera adesione a Cristo, al suo Vangelo, alla Chiesa e ai suoi insegnamenti.
Così: – il dolore si apre alla speranza, - la fatica al coraggio, - la coscienza alla verità, - il cuore all'amore, - il peccato al pentimento ed il tempo all'eternità.
I malati, così allora li definiva lo Statuto, quando per essi veniva promosso il pellegrinaggio, erano l'oggetto di tutte le possibili cure e il segno di quella compassione evangelica, che uomini e donne rivestiti di prestigio sociale, si rendevano disponibili nel compiere "quest'opera di carità per eccellenza" deponendo gli abiti del loro rango per indossare la divisa di dame e di barellieri. Divisa che è restata sempre un segno più che di distinzione, di servizio, espressione di quel grembiule indossato da Gesù per lavare i piedi agli apostoli.

Servizio diventato sempre più cosciente, perché capace di condividere: - la precarietà della salute, - lo spessore dell'handicap, tanto da suscitare quello spirito di fraternità che non confonde i ruoli, né i carismi, ma apre alla gratuità, alla gioia di stare insieme e ad una grande stima reciproca tanto spontanea nel passato, quanto difficile oggi.
Turisti o pellegrini? è un interrogativo posto nei tempi nostri più che nei decenni passati, perché allora non si aveva che l'animo del pellegrino. Si era abbastanza credenti e praticanti, l'etica cristiana segnava comportamenti privati e pubblici, la famiglia non viveva i drammi delle separazioni e dei divorzi, la mobilità umana si convogliava più nei pellegrinaggi che nel turismo.
Altri abiti che quello del pubblicano hanno accompagnato negli ultimi tempi l'esperienza cristiana e quindi anche il pellegrinaggio, segnando fortemente lo stile e il linguaggio, le scelte organizzative e la fatica di una prevalente efficacia spirituale sull'efficienza della stessa sua struttura. A voi responsabili di ogni ordine e grado, nella veste di laici impegnati, maturi, rivestiti di fede e di umanità, insieme con gli assistenti testimoni del cammino di fede e di ecclesialità, compete offrire ai pellegrini il messaggio evangelico che nel cuore dei santuari attraverso la presenza materna di Maria si rivela sorgente e fondamento della vita cristiana. Allego a questa relazione una modesta riflessione perché sappiate identificare chi sono i pellegrini del nulla e quelli dell'assoluto.
Don Decio Cipolloni
Pellegrini del nulla o dell'assoluto?
Afferma il Papa: "la resurrezione del Cristo è sorgente di nuove energie, capace di scuotere anche i cuori induriti e ridestare il coraggio in quanti, smarrita la strada, vagano senza meta, pellegrini del nulla".
Ma chi sono questi pellegrini?
Se volessimo meglio identificarli, basta percorrere le strade dell'effimero,
del consumismo sfrenato, del piacere istintivo ed epidermico,
del libertarismo ad oltranza, di un ottuso esistenzialismo.
A quanti per deformazione mentale hanno scelto questo stile di vita,
a quanti sono stati travolti da questa prassi esistenziale,
a quanti sono affascinati dall'immediatezza emotiva e sensoriale,
a quanti continuano a vivere in questo crepuscolo umano,
affettivo e culturale,
noi pellegrini dell' "Assoluto", vogliamo rivolgere l'invito,
perché si pieghino i "loro cuori induriti'',
si ridesti in essi il coraggio della vita, brilli luminosa la meta.
Noi, siamo chiamati a dare testimonianza,
a motivare il nostro cammino, a indicare le strade che percorriamo,
a far comprendere il linguaggio che usiamo
e il fascino che può esercitare la nostra fede.
A voi pellegrini del "nulla", chiediamo di arrestare il vostro vagare senza meta,
per salire con noi sui treni della speranza in viaggio verso l'Assoluto,
verso quei luoghi dove più forte si manifesta il senso della vita,
più evidente la solidarietà umana, più sereno il volto dell'uomo,
più sensibile il suo cuore, più nobili i suoi sentimenti, più vicino il Signore,
più consolante la sua presenza, più tangibile il suo amore,
più fraterni e più veri i rapporti umani, più prezioso il dolore,
più sereno e gioioso chi ne è segnato.