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| SPECIALE BERNARDETTA






















HO TRASLOCATO MOLTE VOLTE

LA CHIESA DOVE ANDAVO

BARTRES

LA GROTTA

L’OSPIZIO

NEVERS

L’INFERMERIA

LA MIA TECA

 

Non mi piace tanto raccontare la mia vita. Se la santa Vergine avesse voluto qualcuno che scrivesse dei libri sulle apparizioni, non avrebbe scelto me. Del resto, non sono sicura che la santa Vergine sia appassionata di scrittura: quando le ho chiesto di mettere per iscritto

il suo nome, il 18 febbraio 1858, ha sorriso e mi ha detto che non era necessario. Ma se è vero che non mi piace raccontare la mia vita, posso esservi utile, tuttavia, come guida sui luoghi dove ho vissuto. Da dove sono vedo come sono diventati oggi. Potrei darvi allora alcune indicazioni su ciò che vedrete coi vostri occhi, dal 2009.

Cominciamo dal principio: il luogo dove sono nata.

HO TRASLOCATO MOLTE VOLTE

A Lourdes, vedrete dei piccoli manifesti che vi manderanno, alcuni verso la "casa natale", altri verso la "casa paterna". Non bisogna confonderli. In effetti, la casa natale, il mulino di Boly, era piuttosto la mia casa materna.

Il mulino era gestito dalla famiglia di mia madre, la famiglia Casterot. Mio nonno morì ancor giovane nel 1341 lasciando sua moglie e cinque bambini, l'ultimo dei quali aveva solamente due anni. Mia madre, Luisa, era la secondogenita e aveva sedici anni. bernarda, la primogenita, diciotto. Mia nonna, Clara Casterot, cercava un genero per continuare l'attività del mulino. Il piccolo torrente Lapaca faceva girare la ruota, ma occorreva anche un uomo che si occupasse di far "girare" la piccola azienda.

Il genero. colui che diventò mio padre ed al quale ero molto affezionata, si chiamava Francesco Soubirous. Veniva, anche lui, da una famiglia di mugnai. Non era giovane per quell'epoca poiché aveva già trentacinque anni, solamente alcuni meno di mio nonno quando mori, e circa il doppio di quelli di mia madre. La tradizione avrebbe voluto che Francesco sposasse la primogenita Bernarda, ma egli scelse Luisa, che poi divenne mia madre. Si dice spesso di mio padre che mancasse di carattere, di volontà, di coraggio, ma certo per il suo matrimonio dimostrò di sapere quel che voleva. Anche a me non piace che qualcuno mi dica ciò che devo fare, e questo mi ha creato alcune difficoltà nella vita religiosa. Ma ritorniamo al nostro mulino.

I miei genitori, Luisa e Francesco, si sposarono il 9 gennaio 1843 e Francesco venne ad abitare al mulino di Boly. Mia madre mise al mondo il suo primo bambino un anno dopo il matrimonio, ma non era stato così per tutte le giovani donne della famiglia... e questo non agevolò le cose quando ebbi a che fare con il curato Peyramale. Quel primo bambino, ero io.

Il mulino di Boly fu il mulino della felicità. Non c'era ricchezza ma, per quell'epoca, non ci si poteva lamentare. Più tardi ho conosciuto la miseria. Potere visitare il mulino di Boly, non lontano dalla porta san Michele. Ne hanno la custodia le suore Figlie della Chiesa: potete dunque star sicuri che è tenuto molto bene. Vedrete le stanze dove abitavamo, i camini, i mobili, le stoviglie, ed anche le attrezzature del mulino. Quando ero piccola mi piaceva tantissimo guardare mio padre lavorare ed ero ferratissima sulla produzione della farina.

Ma, al mulino della felicità giunsero anche giorni bui. Alcuni mesi dopo la mia nascita, mia madre si ustionò al seno e non fu più in grado di allattarmi. Fu cosi che si rassegnò a mandarini da una nutrice a Bartrès:

su questo torneremo più avanti.

Ci fu un fatto ancor più triste. Un fratellino, Giovanni, nacque un anno dopo di me ma visse solamente due mesi. Un altro, chiamato Gian-Maria, alcuni anni più tardi, sopravvisse solo due anni. Poco dopo la sua morte, i miei genitori ebbero un altro tiglio: chiamarono anche questo Gian-Maria. Ricapitolando, al momento della prima apparizione, eravamo quattro figli: io che avevo 14 anni, Toinette di 11 anni, Gian-Maria di 6 anni e Giustino che stava per compiere tre anni.

Tra i brutti ricordi, c'è anche l'incidente nel quale mio padre perse un occhio mentre lavorava sulle macine. Non mi ricordo quanti anni avevo, ma sono sicura che eravamo ancora al mulino di Boly.

Vi ho vissuto tino all'età di 10 anni, fino a che il nuovo proprietario ci chiese di andarcene. Così iniziammo a traslocare quasi ogni anno. Abbiamo trascorso qualche tempo nella casa Laborde, dove è nato Giustino: non cercatela. nessuno sa dove fosse. In quell'epoca, nel 1855, Lourdes fu colpita dal colera. Fui contagiata anch'io, come saprete, ma non morii. Soffrivo già di asma e facevo fatica a respirare: l'epidemia di colera non migliorò certo le cose.

Poi mio padre affittò un mulino ad Escoubès ed un alloggio ad Arcizac-ès-Angles, non lontano da Lourdes, in direzione di Bagnères. Ma gli affari andarono di male in peggio: i raccolti furono cattivi, il mulino era troppo lontano da Lourdes, l'affitto era molto costoso e l'industria guadagnava terreno sul piccolo artigianato.

Ritornammo a Lourdes, in rue du Bourg, alla casa Rives. I miei genitori cercavano lavoro alla giornata: finito il mulino era finita l'indipendenza! Il lavoro non c'era tutti i giorni e ben presto non riuscimmo più a pagare l'affitto. lo restavo spesso a casa con mia sorella Toinette per guardare i miei fratellini. Ogni tanto andavo da mia zia Bernarda che gestiva una locanda vicino a noi.

Non potendo più pagare, dovemmo lasciare rue du Bourg. I miei genitori si ricordarono allora di un cugino di mia madre, che abitava in rue des Petits-Fossés. Aveva acquistato, trent'anni prima, la vecchia prigione, proprio accanto al tribunale che era diventato, nel frattempo. il commissariato di polizia. Per ospitare la famiglia del custode e gli uomini accusati di reati, la prigione era costituita da più locali. II cachot, al pianterreno, era il peggiore.

Oggi è difficile farsene un'idea esatta, perché il cachot propriamente detto è preceduto da un piccolo museo e si esce attraversando un altra stanza. Il cachot misurava solo dodici metri quadrati La finestra dava su un cavedio dove il cugino, non trovando nessun altro inquilino, aveva depositato del letame. Entrava un po' di sole, ma c'era molta umidità.

Arrivammo al cachot nell'autunno 1856. Furono tempi di miseria, ma soprattutto di umiliazione: non eravamo poveri, eravamo rovinati. A Lourdes si cominciò a dire male di mio padre e di mia madre: se erano rovinati, era colpa loro. Alcuni mesi dopo il trasferimento al cachot, mio padre fu accusato di aver rubato due sacchi di farina. Non era vero, ma lui passò dal cachot alla prigione, dove restò otto giorni. Non era certo una buona referenza!

Malgrado tutto, abbiamo resistito. In famiglia non c'era l'abitudine di lamentarsi. Oggi, direste che ci volevamo bene: a quei tempi non si usavano questi paroloni ma era ugualmente vero che ci si voleva bene. Anche i cugini Sajous, al piano di sopra, ci aiutarono qualche volta. Il giorno del nostro arrivo, ci offrirono una zuppa. Ma soprattutto, al cachot, dicevamo le preghiere in famiglia. Visitando questo luogo oggi, vedrete che sopra il camino c'è una grossa corona del rosario. E un falso, ma dice il vero: il rosario, la preghiera dei poveri, ci ha mantenuti nella fiducia.

In un'altra occasione vi racconterò di quando sono stata alcuni mesi a Bartrès. Dopo le Apparizioni, quando il Signor Curato si convinse che dicevo la verità, ci trovò un alloggio vicino alla Chiesa. I medici dissero ai miei genitori che, se fossimo rimasti al cachot, la mia salute sarebbe stata a rischio.

 

Non rimanemmo a lungo nemmeno qui. Mio padre ritrovò il suo lavoro di mugnaio, prima al mulino Gras, un po' al di sotto del mulino di Boly, successivamente al mulino Lacadé. E’ il mulino Lacadé che oggi viene chiamato la "Casa paterna". Non vi rimasi molto poiché, poco dopo. entrai come convittrice presso le Suore. Venivo spesso a trovare la mia cara famiglia. L'ultima volta, fu la sera del 3 luglio 1866, la vigilia della mia partenza per Nevers.

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Come vedete, ho traslocato molte volte. Ma avevo un'altra casa e quella non cambiava mai: era la chiesa parrocchiale. Là i miei genitori si sposarono, là venni battezzata il 9 gennaio 1844, esattamente un anno dopo il matrimonio dei miei genitori.

LA CHIESA DOVE ANDAVO

La chiesa di allora non esiste più. Si trovava sulla grande piazza nella parte alta della città, luogo che ha preso il nome del parroco dell'epoca con il quale ebbi a che fare: Padre Peyramale. Oggi, alle due estremità di questa piazza si trovano il Monumento ai caduti e l'ufficio del turismo.

La chiesa era, mi dicevano, in stile romanico. Dall'esterno, non era particolarmente bella, come potete giudicare dalle foto, ma l'interno era ricco di statue e di bassorilievi dorati. Li potete ammirare oggi nella cappella del castello. Vi troverete anche molte statue della Vergine Maria, come La Vergine con il Bambino Gesù, ma non è così che mi è apparsa. Alla Grotta, non vedevo una statua. Vedevo un essere vivente che mi sorrideva, che mi parlava come una persona parla ad una persona. Eravamo sole anche se una folla di persone mi circondava, ogni giorno di più.

Alla cappella del castello, vedrete anche la "tavola" della comunione. In effetti più che una tavola era piuttosto una barriera.

Del resto, ai miei tempi, la comunione era rara. Ho avuto il permesso di comunicarmi tutte le domeniche dopo la cresima. Affinché questa ringhiera in ferro battuto somigliasse un po' ad una tavola, vi era legata sopra una tovaglia bianca. I fedeli che venivano a comunicarsi, si mettevano in ginocchio e sollevavano la tovaglia davanti a sé.

In questa chiesa ero stata battezzata due giorni dopo la mia nascita. L'atto di battesimo, firmato dal parroco dell'epoca, Padre Forgue, si è bruciato leggermente quando la vecchia chiesa prese fuoco. E’ comunque leggibile: un ingrandimento fotografico è esposto nella chiesa di oggi.

Tra parentesi, i fotografi li conosco! Come mi hanno annoiato facendomi posare come pastorella o come religiosa o come se stessi vedendo la Madonna! All'epoca, non bisognava muoversi per parecchi secondi: non stupisce quindi che i personaggi abbiano sempre l'aria di annoiarsi a morte!

Ma ritorniamo alla chiesa, ci andavo spesso. Naturalmente andavo tutte le domeniche alla messa ed alcune volte anche durante la settimana. Bisognava alzarsi presto, perché la Messa veniva celebrata alle h.5 o 5 e mezza del mattino, non ricordo più. Alla domenica alle tre del pomeriggio, andavamo ai vespri. Il 11 febbraio mia madre non voleva che andassi alla grotta perché diceva che non sarei ritornata in tempo per i vespri. Ho fatto in fretta e ce l'ho fatta. In ogni caso, non comprendevo niente di ciò che veniva detto: era tutto in latino. Ma poiché non sapevo bene neanche il francese, non capirei tanto di più nemmeno oggi. Amavo la mia chiesa. Ero come essere a casa mia. Ripensavo alla Messa della mattina. Pensavo soprattutto al giorno in cui mi sarei potuta

 comunicare.

La chiesa era dedicata a san Pietro. C'era la sua statua, fiancheggiata come sempre da un san Paolo: questi due uomini avevano difficoltà a comprendersi ma la stessa fede ed il martirio subito da uno e dall'altro a Roma ne hanno fatto degli inseparabili, le due "colonne" della Chiesa. la chiesa di oggi non è più dedicata a san Pietro, ma al Sacro-Cuore. Tuttavia, credo di sapere che la festa del patrono, tanto per la Chiesa come per la mia città, sia rimasta quella di san Pietro.

Poiché vi parlo della parrocchia, bisogna fare un giro al presbiterio. C'erano quattro sacerdoti a Lourdes: il curato decano, Padre Peyramale; i suoi due vicari, Padre Pène e Padre Serres, più giovane, ed il cappellano dell'ospizio, l'abate Pomian. Padre Pomian era quello che conoscevo meglio, poiché avevo cominciato a frequentare, ogni tanto, la classe delle indigenti, all'ospizio, dove l'abate Pomian faceva il catechismo.

Sabato 13 febbraio, due giorni dopo la prima apparizione,  ero andata a trovare Padre Pomian al suo confessionale per parlargli di ciò che mi era successo. Quel giorno, che mi sia confessata o gli abbia semplicemente raccontato la mia storia, non è importante. Mi ha ascoltata con calma e mi ha chiesto se ne avesse potuto parlare al parroco. Gli dissi di "", naturalmente.

Il parroco era tutt'altra cosa. Rivedo ancora la porta del giardino davanti al presbiterio: esiste ancora. Rivedo la stanza dove egli riceveva. E là che ho preso una valanga di rimproveri, quando ho riferito le richieste di una processione e di una cappella. La commissione mi era stata affidata dalla Signora. Mi ricorderò sempre quell'incontro, il 2 marzo. Ascoltando ciò che avevo da dirgli, si mise a gridare, "come al sermone", come disse mia zia Basile.

Ritornai molto spesso al presbiterio. Anche il 25 marzo, con il nome della signora: "Sono l'Immacolata Concezione”. Da quel momento, il parroco fu il mio più fedele sostegno. Quando cercarono di rinchiudermi, disse che prima di prendermi sarebbero dovuti passare sul suo corpo. Da Nevers gli scrissi qualche volta e nelle mie lettere alla famiglia o alle amiche di Lourdes, chiedevo spesso che portassero i miei saluti al sig. curato. Mi rattristò molto la sua morte, arrivata nel giorno di una festa della Madonna, l'8 settembre 1877.

Ero triste perché sapevo che anche lui aveva sofferto nei suoi ultimi anni. Quando la chiesa di san Pietro bruciò, Padre Peyramale decise di costruirne un'altra, non lontano dalla vecchia, ma più grande. Pensava che i pellegrinaggi avrebbero così celebrato la Messa nella chiesa parrocchiale e si sarebbero recati in processione alla Grotta ed alla cappella che la Vergine aveva richiesto. Ma il vescovo Mons. Laurence decise di costruire una grande chiesa al di sopra della Grotta ed organizzò delle sottoscrizioni per pagarla. Nel 1866, volle che i Padri di Garaison vi si installassero per occuparsi del Santuario. Il povero parroco si trovò senza denaro per la sua chiesa e rimandato alle sue circa quattromila pecorelle lourdesi che amava molto, ma che non potevano pagare, in pochi anni, la costruzione di una nuova chiesa. Per consolarlo, il successore di Mons Laurence lo fece nominare "prelato di Sua Santità", ma il rimedio non funzionò.

 

Quando Padre Peyramale mori la nuova chiesa, dedicata al Sacro-Cuore. non era ancora finita. Non fu inaugurata che l'8 settembre 1903, ventisei anni dopo la sua morte. la vecchia chiesa fu distrutta poco dopo. Il campanile venne terminato nel 1936.

Il fonte battesimale, quello che servi anche per il mio battesimo, fu trasportato nella nuova chiesa. Durante l'anno del centocinquantenario, il Cammino del Giubileo ha avuto inizio da lì. E’ giusto che sia stato così, poiché è li che è iniziata la mia vita cristiana.

Il ricordo del curato Peyramale è stato, tuttavia, mantenuto molto bene. Egli è sepolto nella cripta della chiesa. Tanti pellegrini visitano la sua tomba che è ornata di belle frasi bibliche. Il papa stesso gli ha manifestato la sua riconoscenza. Davanti al vestibolo della Chiesa egli accoglie i fedeli: nella sua statua dorata, è più sorridente di quanto fosse il 2 marzo 1858 nel suo presbiterio. Ma è vero che, in fondo, era molto buono. Il luogo dove si trovava la vecchia chiesa porta il suo nome: lo ha ben meritato.

Sotto il vestibolo della chiesa di oggi, trovate otto statue di santi e di sante che hanno fatto la guardia alle pecore. lo non le ho custodite a lungo: lo vedrete quando visiteremo Bartrès. La parità uomo/donna è stata rispettata: tra le pastorelle vi sono Genoveffa, Germana, Giovanna d'Arco e me stessa; tra i pastori, Vincenzo de Paoli, Gian-Maria Vianney, curato di Ars, Michele Garicoits e Pasquale Raylon.

Nella chiesa, un certo numero di vetrate illustra la storia delle apparizioni. Vicino al battistero, una terracotta racconta i momenti principali della mia vita: vi ritrovate, naturalmente, Padre Peyramale, l'uomo che mi faceva così paura e che fu il mio migliore avvocato. In cielo, vado a trovarlo regolarmente: parliamo da amici.

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Bartrès è un piccolo villaggio vicino a Lourdes. Oggi pare vi siano 462 abitanti. Ai miei tempi, il curato vegliava su 350 anime. Malgrado questo aumento, il villaggio ha conservato il suo aspetto: nessun hotel, nessun edificio alto. Giusto alcuni negozi di souvenir e due ristoranti di fronte alla chiesa. Bartrès non è sulla strada maestra e solo chi è pratico trova questo villaggio che ha avuto un certo ruolo nella mia vita.

BARTRES

Ho abitato a Bartrès per due periodi. Vi ricordate che sono nata il 7 gennaio 1844. Mia madre mi nutriva, ma a causa di un incidente si ustionò al seno. Fu così che una conoscente dei miei genitori propose di prendermi a balia. La mamma aveva appena perso il suo piccolo Giovanni, alcuni giorni dopo la sua nascita. La mia balia si chiamava Maria Aravant da ragazza e Lagues da sposata.

La famiglia Lagués abitava nella fattoria Burg, che potete visitare: appartiene ancora alla famiglia e la visita è gratuita. Rimasi là una prima volta per circa diciotto mesi, prima di ritornare a Lourdes, al mulino di Boly. Inutile dirvi che non ho nessun ricordo di questo primo soggiorno. Tuttavia, da allora, chiamavo la mia nutrice "madrina”.

Quando ero piccola, Maria Lagués passava abbastanza spesso al mulino di Boly. Portava sempre qualche cosa per farmi piacere: un mazzo di fiori, un frutto, un dolce. Ed io, talvolta, andavo a Bartrès per farle visita o per gli auguri in occasione di una festa.

Il tempo è passato. A forza di traslocare, la mia famiglia arrivò al cachot nel mese di novembre 1856. Faceva freddo ed umido. Il posto era veramente esiguo per sei persone. Capitava abbastanza spesso che non vi fosse abbastanza da mangiare. L'estate successiva, la mia nutrice propose ai miei genitori di riprendermi alla fattoria. Lasciare la mia famiglia mi rattristava moltissimo, tuttavia era una decisione ragionevole: avrei avuto da mangiare e l'aria sarebbe stata più sana che al cachot.

La mia nutrice era sicuramente una brava donna. Aveva avuto la disgrazia di perdere molti dei suoi bambini alla nascita o nei loro primi giorni. Per questo. forse, le si era indurito il carattere. Suo fratello, che era sacerdote, ogni tanto veniva alla fattoria. Diceva alla sorella di essere meno severa con me. Per alcuni giorni lei seguiva il consiglio del fratello, poiché era un sacerdote, ma poi tornava ai metodi abituali.

 

Il Lavoro non mancava. Un'altra domestica, Jeanne Marie Garros, lavorava nei campi. lo, lavoravo nella fattoria ma per la maggior parte del tempo guardavo gli agnelli che non erano stati mandati negli alpeggi che, dalle nostre parti, si chiamavano gli "estivi". Mi piacevano molto: erano così carini! Anche quando facevano delle sciocchezze li perdonavo di buon cuore perché mi è sempre piaciuto ciò che è piccolo.

A Bartrès è facile ritrovare i luoghi dove sorvegliavo gli agnelli, aiutata da Pigou, il cane dalla fattoria che sceglievo per accompagnarmi. C'è ancora un piccolo ovile, con il tetto coperta di paglia, dove potevamo ripararci tutti, agnelli, cane ed io, quando pioveva troppo forte. É molto ben conservata.

Le bestie, abitualmente, stavano tranquille. Potevo cucire o sferruzzare. Non ho saputo mai un granché ma sono sempre stata abbastanza abile con le mani. Più tardi, da religiosa, ho ricamato delle tovaglie per la cappella del convento. Sorvegliando le pecore, potevo anche recitare il rosario. Ne avevo uno che era stato acquistato al santuario di Bétharram l'anno prima.

Il rosario è la preghiera delle persone semplici come me. Deve piacere molto anche al Buon Dio poiché la Madonna, quando l'ho vista, teneva una corona intorno al braccio: faceva sfilare i grani senza dire, evidentemente, "Ave Maria", ma si inchinava al Gloria Patri. Ma ritorniamo alle nostre pecore, alla fattoria ed al presbiterio.

Oggi, i due locali del presbiterio fanno parte di un negozio di souvenir e di un ristorante, di fronte alla chiesa. Proprio all'inizio di gennaio 1858, il curato, Padre Ader, era partito per andare all'altra estremità dalla Francia, alla Pierre-qui-vire, per diventare monaco. Non posso dire di averlo rimpianto, perché non era molto adatto a trattare con i bambini. Fortunatamente, il maestro che lo aiutava nel catechismo, era più gentile. Diceva che ero molto attenta e che seguivo bene quando mi si spiegavano le cose.

Si era deciso che la mia nutrice avrebbe dovuto prepararmi alla Prima Comunione insegnandomi il catechismo. Ho un pessimo ricordo di queste lezioni. Non comprendevo una parola di quello che era scritto nel libro. Inoltre, non avevo memoria. Suppongo che molti bambini avessero difficoltà a comprendere. Ma, almeno, potevano ripetere ciò che avevano letto o sentito: gli adulti forse pensavano che avessero compreso.

La scena del catechismo si concludeva male. La nutrice talvolta gettava per terra il libro, tanto era in collera con me. Mi ha anche detto che ero troppo bestia e che non avrei mai potuto fare la comunione. Ho pianto molto.

Tuttavia, ogni domenica, andavo alla Messa della parrocchia e vedevo delle persone che si comunicavano, almeno ogni tanto. Tra loro, c'erano giovani della mia età. Allora, perché non io?

Se andate a Bartrès, andate a pregare alla chiesa: mi ritroverete. Come me, ammirerete il bosco scolpito e dorato che si trova in fondo al coro. Ai miei tempi si trovava già li da un secolo. Ci racconta la storia di Giovanni Battista. Sono una sorellina di Giovanni Battista: come lui, ho dovuto ripetere “penitenza, penitenza, penitenza!". Il cimitero circonda la chiesa. Vicino alla porta d'ingresso della chiesa, troverete la tomba di "Maria Aravant in Lagués 1821-1900".

Si parla molto di "Bernardetta a Bartrès". Mi si vuole trasformare in pastorella affinché somigli a Giovanna d'Arco ed alle altre sante pastorelle che accolgono i fedeli all'entrata della chiesa di Lourdes. In effetti, ho saputo che nemmeno Giovanna d'Arco ha fatto tanta guardia alle pecore. lo, sono rimasta a Bartrès, nel mio secondo soggiorno, solamente pochi mesi.

Era molto duro per me. Mi mancavano le persone a cui volevo bene, anche se mio padre veniva a trovarmi più spesso che poteva. Ma, soprattutto, capivo che restando alla fattoria non avrei mai fatto la Prima Comunione. Ciò che voglio, lo voglio.

E’ così che ho convinto i miei genitori a riprendermi. Ero tornata a trovarli al cachot domenica 17 gennaio e sono rimasta con loro fino al mercoledì, quando mi sono decisa a tornare a Bartrès per dire addio ai Lagues e per prendere le mie cose: non ne avevo tante. Alla mia nutrice e a suo marito ho detto che il curato voleva farmi fare la Prima Comunione. Sapevano bene che a Bartrès era impossibile e Così mi hanno lasciato partire senza problemi.

Per ritornare, ho preso una strada diversa da quella che si percorre oggi. Se siete a piedi, soli o in gruppo, non prendete la strada, è pericolosa: ci sono tante curve e le automobili vanno molto veloci.

Da alcuni anni, è stata risistemata una strada pedonale, vicino a quella che prendevo io.

A Bartrès, seguite le frecce che indicano Notre Dame de Sion: quando arrivate ad una croce, di fianco ad un palo della luce che fa un pessimo effetto, continuate sempre dritto. Siete sulla strada, a contatto con la natura: la vista è splendida. potete fermarvi per meditare, per conversare, per pregare. Nell'altro senso, partendo da Lourdes, passate dietro alla chiesa ucraina poi davanti al complesso sportivo sulla strada di Lannedarré.

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Da quando la Vergine Maria mi ha dato appuntamento, da quando ha fatto sgorgare la sorgente, da quando ha detto queste parole straordinarie "Sono l'Immacolata Concezione", la Grotta è diventata uno dei luoghi più famosi del mondo. Ma se io, mia sorella Toinette e Jeanne Abadie, L'11 febbraio 1858, ci siamo andate è proprio perché, al contrario, il luogo era deserto. lo stessa non vi ero mai andata. Come siamo arrivate fin là?

LA GROTTA

Uscendo dal cachot, abbiamo fatto alcuni metri in rue des Petits-fossés prima di scendere su rue du Baous: oggi rue de la Grotte. Il suo vecchio nome significava semplicemente che conduceva ad un bosco, la foresta di Lourdes. La legna del bosco è appunto quello che andavamo a cercare.

La via passava sotto una vecchia porta della città, luogo abbastanza sinistro che era servito da prigione. C'erano cosi tanti malfattori a Lourdes perché ci fosse bisogno oltre che del cachot anche di un'altra prigione? La porta del Baous si trovava all'altezza del n° civico 55 in rue de la Grotte.

Continuando la nostra strada siamo arrivate al ponte che permetteva di attraversare il Gave. Si chiamava il Ponte Vecchio benché non vi fosse nessun ponte nuovo. Era a forma di schiena d'asino ed era molto stretto. Non consentiva a due carri di incrociarsi. Il ponte attuale si chiama sempre Ponte vecchio, è nello stesso luogo del suo antenato ma non gli somiglia affatto: è stato necessario adattarlo al flusso dei pellegrini. In riva al Gave abbiamo incontrato una vecchia che lavava le interiora di un maiale che aveva appena ucciso. F. stata lei ad incoraggiarci ad andare sulla riva di Massabielle. Siamo passate vicino al mulino di Savy, col suo sistema di canali abbastanza complicati dei quali oggi non vi è più traccia. Il mulino era situato nel luogo dove oggi si trova la libreria di cui vi parlerò più avanti.

Il mulino era tenuto dai Nicolau i quali si erano riservati il diritto di raccogliere la legna nei dintorni. Una donna della famiglia ci voleva impedire di andare oltre ma Antoine disse di lasciarci fare: "Tre ragazzine non potevano certo portar via delle tonnellate di legna!".

Questo Antoine era uno sposino di ventotto anni, robusto e generoso ed avrei avuto a che fare con lui il 14 febbraio. Durante la seconda apparizione, infatti, le persone si sono spaventate vedendomi in uno stato insolito. Hanno cercato di trascinarmi lontano dalla Grotta ma non ci sono riuscite. Allora sono andate a cercare Antoine che era abituato a portare sacchi di farina, ma quel giorno io pesavo molto più di un sacco di farina. Una forza sovrumana mi legava alla Grotta. Antoine si sorprese molto di aver fatto tanta fatica a sollevarmi.

Ritorno all’11 febbraio. A causa dell'acqua che lo circondava, il mulino era situato su una piccola isola, l'isola dello chalet. Non c'erano più chalet ma il nome era rimasto. Avanzando, siamo arrivate di fronte alla Grotta di Massabielle. Un braccio del canale di Savy ce ne separava. Non era molto profondo e non superava i tre metri di larghezza. Toinette e Jeanne l'hanno attraversato senza esitare. Per me, è stato più difficile, con tutte le raccomandazioni di mia madre: una fra tutte, di non prendere freddo. L'11 febbraio 1858, quando ero ancora sull'altro lato del canale e cominciavo a togliere un primo calzino, è stato allora che tutto è cominciato.

Non vi racconto il seguito, lo conoscete poiché, nel 2008, avete festeggiato il 150° anniversario di ciò che è accaduto nel 1858. Se avete un buco di memoria, potete sempre andare alla libreria: troverete dei bei libri, più o meno grossi, per tutte le età. Troverete anche un Dvd molto semplice ma molto fedele, il Film delle apparizioni. Al Museo Santa Bernadetta, in boulevard Rèmi Sempé, vicino ai Padiglioni, un modellino in scala ridotta mostra la disposizione dei luoghi come erano nel 1858. La visita è gratuita.

Avete capito bene: l'11 febbraio ho attraversato il Gave sul Ponte Vecchio. Davanti alla Grotta, ho guadato solamente un piccolo canale: era già abbastanza pericoloso per me, con la mia cattiva salute! Come avrei potuto attraversare il Gave, con la sua corrente? Non sono Mosé che attraversa il Mar Rosso! Ma non vi ingannate. Spesso, sono venuta alla Grotta da un'altra strada. Venendo dal Ponte Vecchio, prima di arrivare al mulino di Savy, c'è una strada che parte sulla sinistra in direzione dalla foresta di Lourdes. Bisogna superare un piccolo ruscello, il Merlasse, ma è poca cosa. La strada sale inclinata, abbastanza ripida. Sulla sinistra, vedete ancora la roccia nuda, anche se il cammino è stato ben scavato affinché diventasse un viale dedicato al vescovo del centenario, Mons. Théas, e portasse il suo nome. Il viale si prolunga in una piccola strada che ha conservato il vecchio nome: la route de la Forét.

 

Risalendo avenue Mons. Théas, costeggiate la basilica dell'Immacolata Concezione. Giusto dopo, comincia un sentiero, "les lacets" come li chiamate voi. Alla mia epoca, si diceva "lo scavezzacollo". La pendenza è forte. Il 18 febbraio, prima della terza apparizione, l'onorabile Signora Milhet ne ha fatto l'esperienza. Aveva voluto, ad ogni costo, che tornassi alla Grotta insieme a lei. Ottenuto il permesso dei miei genitori, eravamo partite di notte, dopo la Messa delle h. 5 o 5 e mezza della mattina. Arrivata in cima allo scavezzacollo, mi sono precipitata: e se la Signora fosse già là e mi aspettasse? Mentre scendevo come un lampo, la Signora Milhet affrontava faticosamente la pendenza. Come dirà graziosamente il miglior storiografo di Lourdes, l'abate Laurentin,"aderiva alla pendenza con tutto lo spessore delle sue basi, chec spostava lentamente coi piccoli movimenti timorosi delle mani e dei piedi, molto cauti".

Per una strada o per un'altra, eccoci alla Grotta. All'epoca, il nome usato per riferirsi a Massabielle "la vecchia roccia", era la "tute': E’ una parola che vuole dire tana, riparo. Si diceva anche "la tute aux cochons", perché era frequentata da maiali che venivano li a mangiare i rifiuti che vi venivano gettati. Massabielle era un po' la discarica dell'epoca, ma i maiali non ne erano disgustati. Affinché non si avventurassero in cima alla pendenza, col rischio di uccidersi, era stato scavato un fossato a metà pendenza.

E’ dunque nel "riparo dei maiali" che la Bella Signora, l'Immacolata Concezione, mi è apparsa. Era andata a cercarmi al cachot, un luogo abbastanza ripugnante, e si è rivelata in un luogo degradato, nella fenditura di una roccia buia esposta a Nord, così che il sole non vi entra mai. E’ là che la sua luce si è diffusa sul mio viso. E’ là dove, anche voi, venite a cercare ed a trovare la luce per le vostre vite.

E’ il modo di Dio. Egli cambia tutto. Per compiere grandi cose parte dalla più piccola. Dalla morte alla vita. Dal peccato alla grazia. E’ come l'acqua della sorgente: era fangosa all'inizio. Dopo che ne ho bevuto, è diventata chiara, abbondante, gioiosa, fresca.

La Grotta è cambiata dalle apparizioni? Sì e no. Sì, è cambiata perché il corso del Gave è stato arretrato, perché il canale di Savy è sparito, perché il terreno è stato spianato. Ai miei tempi, il suolo della Grotta era sassoso e fortemente inclinato: ecco perché, nei racconti, dico spesso che salivo verso il fondo dalla Grotta e tutti si stupivano che potessi spostarmi con tanta facilità, anche in ginocchio, senza farmi male. I fianchi sono stati modellati per esigenze di liturgia. La basilica dell'Immacolata Concezione ha completamente cambiato il panorama sovrastante: ma. quando siete alla Grotta, non la vedete.

Nell'essenziale, tuttavia, la Grotta non è cambiata. E’ sempre all'aria aperta. La volta non è stata deformata. Quando siete alla Grotta, non vedete insegne di nessun tipo. Ma soprattutto, la Grotta, è ciò che ne fate. Per me, era un luogo di silenzio: quando arrivavo, alla fine della notte, la folla che aspettava da ore, si raccoglieva. I poliziotti non ci capivano niente. Credo di averli aiutati a pregare.

La Grotta vi è stata affidata. Non la inquinate con le vostre chiacchiere, con le troppe foto e con i trilli dei vostri cellulari o peggio con le telefonate. Andate di fronte, sull'altra riva del Gave: da là, potrete dire "prego per te", senza disturbare gli altri.

La Grotta è un luogo di confidenza e di intimità per milioni di persone ogni anno. Ecco il paradosso: la folla e l'individuo, in termini pagani; la comunità e la persona, in termini cristiani. È la Chiesa.

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E’ curioso: l'ospizio è un luogo al quale per molto tempo, voi pellegrini, non avete prestato molta attenzione. Tuttavia, col mulino di Boly, è il luogo dove ho trascorso la maggior parte della mia vita a Lourdes. Ho molti più ricordi dell'ospizio che del mulino dove, come tutti i bambini, passavo la maggior parte della giornata a dormire.

L’OSPIZIO

L'ospizio è stato fondato dalle suore della Carità e dell'istruzione cristiana di Nevers, arrivate a Lourdes nell'agosto 1834, dieci anni prima della mia nascita. L’ospizio. in realtà, aveva due funzioni, conformemente al titolo della congregazione. Riceveva i malati della regione, cosi come le persone costrette a letto, offrendo il meglio di quanto fosse possibile alla metà del diciannovesimo secolo, in condizioni che oggi vi farebbero rabbrividire. Le suore gestivano anche una scuola per le ragazze, in particolare per quelle che non potevano pagare. L'obbligo in Francia, per i comuni di oltre 500 abitanti, di aprire una scuola gratuita per le ragazze, venne da Victor Duruy nel 1867. A quell'epoca, avevo già lasciato Lourdes. Fortunatamente, le Suore non avevano aspettato Victor Duruy!

Avevo cominciato a frequentare la scuola dopo il mio ritorno da Bartrès, nel gennaio 1838, ma non vi andavo con regolarità. Quando mia madre era al lavoro fuori casa, occorreva che qualcuno sorvegliasse i più piccoli: quel "qualcuno", ero io. In ogni modo, l'11 febbraio era un giovedì e, a quei tempi, giovedì era vacanza. Sognavamo la "settimana da quattro giovedì".

A scuola è stato difficile dopo l’11 febbraio. Le mie compagne si burlavano di me. Ero quella che andava alla tana dei maiali. Avevo detto che c'erano le rose sui piedi della Signora. Loro dicevano che andavo a vedere una "pezzente". Le suore invece non scherzavano. Siccome era appena prima di martedì grasso, mi chiesero di smetterla con le mie "carnevalate". Fortunatamente, all'ospizio, c'era un cappellano, Padre Pomian: è da lui che andai sabato 13 febbraio. Fu lui a dire più tardi, il 22 febbraio, che nessuno poteva impedirmi di andare alla Grotta.

Di fronte all'ospizio c'era la gendarmeria. Il 22 febbraio non ero potuta andare alla Grotta la mattina: mio padre me lo aveva vietato, lo aveva promesso al commissario. Era un lunedì, un giorno che gli scolari non amano molto. La mattinata era stata interminabile. Ero ritornata al cachot per pranzare. Nel pomeriggio, mia madre mi accompagnò quasi fino all'ospizio per essere sicura che non tornassi alla Grotta. Una volta arrivata davanti alla gendarmeria, mi lasciò. Allora una forza irresistibile mi trascinò verso la Grotta. I gendarmi mi avevano vista e mi seguirono ma mi lasciarono tranquilla.

Con l'abate Pomian, nella primavera del 1858, ho preparato la Prima Comunione. Avevo sempre molte difficoltà ad apprendere il catechismo. Non sapevo rispondere se mi si interrogava sulla Trinità, ma sapevo dire "in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" facendo il segno della Croce, come l'avevo visto fare dalla Signora. Sapevo dire "gloria al Padre e al Figlio..." alla fine di ogni decina del rosario. Mi ricordo che allora la Signora muoveva le labbra, come per dire lei stessa questa preghiera di lode.

All'esame di catechismo, non sono stata tanto brava. Ma il parroco, che dal 25 marzo era convinto che le apparizioni fossero autentiche, mi ammise ugualmente alla Prima Comunione. Scrisse al suo vescovo che tutto si sviluppava in me in modo stupefacente.

 

Il grande giorno, tanto atteso, infine arrivò. Mi sono comunicata il 3 giugno 1858, giorno del Corpus Domini, alla cappella dell'ospizio. Quando ci andrete, non vi sbaglierete. La facciata è ancora quella che ho conosciuto, con le sue colonne, e non manca di un certo stile. A destra della facciata, vedete l'abside di una cappella. Penserete che è la cappella dove ho fatto la Prima Comunione: vi sbagliate. Questa cappella, non l'ho mai vista. E’ stata costruita in seguito.

Ai miei tempi, la cappella era un piccolo ambiente, che oggi si chiama "l'oratorio" e che ha ritrovato le sue proporzioni di una volta. Ahimè, non resta niente di ciò che ho conosciuto, a parte una statua della Vergine ed un inginocchiatoio sul quale è possibilissimo che mi sia inginocchiata qualche volta. È stata conservata una fotografia dell'altare.

Siccome non restava niente di antico, è stato meglio restaurare l'oratorio nello stile del vostro tempo: il Cristo risorto non appartiene forse a tutte le epoche? Mi piace molto ciò che è stato fatto, soprattutto l'altare con le sue croci intarsiate e la tavola in vetro che assomiglia ad una tovaglia d'acqua.

Al rientro, nell'autunno 1858, l'abate Peyramale, il nostro parroco, ottenne che le suore si occupassero di me: avevo ancora tanti progressi da fare prima di saper leggere e scrivere correttamente. Abitavo sempre con la mia famiglia che, nel frattempo, aveva traslocato dal cachot, come ben sapete. Entrai come convittrice presso le Suore nel mese di luglio del 1860. Ottenuto di poter far visita alla mia famiglia e pretesi che questa promessa fosse rispettata. Non smisi mai di voler bene alla mia famiglia.

Rimasi dalle suore per sei anni. Che cosa accadde durante questo tempo durante il quale passai dai sedici ai ventidue anni? Sotto il profilo scolastico continuai ad imparare, cosi da scrivere correttamente in francese. seppur con alcuni errori, ma non era grave perché c'era sempre un sorella per correggermi. Mi piaceva molto giocare con le ragazze della scuola. Non mi sono presa mai sul serio. E per questo che mi sentivo a mio agio coi bambini.

 

Ma la scuola non era l'aspetto più importante della casa. Le Suore, innanzitutto, avevano la gestione di un Ospizio. Immaginate le condizioni igieniche di quei tempi. Mia madre ci aveva sempre tenuto molto puliti, ma la corte del cachot o il suolo della Grotta erano abbastanza ripugnanti. E’ per questo che i malati più difficili non mi facevano paura. Per questo, ma anche perché sapevo che servendoli, servivo il Cristo. Più il povero é disgustoso, più bisogna amarlo: penso che san Vincenzo de Paoli sarebbe d'accordo con me. Ho imparato quindi a servire i poveri e questa predisposizione mi è stata utile quando finalmente ho dovuto optare per una certa strada nella vita religiosa.

Il grande problema di quegli anni, infatti, è stato, per me come per tutti i giovani della mia età, trovare la mia strada. Ero sicura che Dio mi invitava ad essere una religiosa. Ho ricevuto delle proposte di matrimonio ma non vi ho prestato attenzione. Ho pensato al Carmelo. Ho anche visitato il Carmelo di Bagnères. Ma non avrei potuto seguirne la Regola: dunque non era a questo che Dio mi chiamava.

Cercarono di attirarmi in varie congregazioni. Una volta, le religiose mi fecero anche fatto provare il loro abito: la cuffia era una vera galleria. L’ho detto a voce alta perché sono sempre stata sincera. Non avevo fretta di decidermi. Vivevo con le suore. Assistevo alla Messa tutti i giorni ed avevo il permesso di comunicarmi tre volte alla settimana. Servivo il Cristo nelle sue membra sofferenti. L'abate Pomian rispettava la mia indecisione. Mi chiese solo di avvertirlo quando avessi preso una decisione. Mi raccomandava di pregare la santa Vergine affinché mi illuminasse, cosa che non mancavo di fare.

Nel settembre 1863 passò il vescovo di Nevers, Mons. Forcade. Era in visita alla comunità di Lourdes. Chiese di vedermi. Parlammo dell'avvenire. Mi parlò di diventare religiosa. Gli risposi che non avevo la dote. Rispose che non importava! Vi erano delle eccezioni. Ma non sapevo fare niente! Ma si, disse, vi ho vista, sapete grattare le carote! Fu la prima volta che risi con un vescovo. Alla fine del colloquio dissi: "Ci penserò".

Ci pensai ed il vescovo, dal canto suo fini per convincere la superiora generale che non era molto favorevole alla mia entrata. A Lourdes le folle accorrevano: aveva paura che potessi turbare la vita della comunità di Nevers.

Nell'aprile 1869, mentre veniva inaugurata la statua della Grotta, dichiarai la mia intenzione di entrare presso le Suore di Nevers alla Superiora di Lourdes. In seguito, caddi gravemente ammalata. L'anno seguente, finalmente, potei fare la domanda ufficiale di entrata al noviziato delle suore. Il vescovo di Tarbes, Mons. Laurence, non volle che partissi prima dell'inaugurazione dalla cripta, sotto la futura basilica dell'Immacolata Concezione, avvenuta nella festa di Pentecoste 1866. Provai a scivolare tra la folla senza essere riconosciuta, ma non vi riuscii. Era tempo che partissi per Nevers per nascondermi.

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Da Lourdes a Nevers feci un viaggio formidabile. Fu l'unica volta che presi un treno in vita mia. La stazione di Lourdes era stata inaugurata alcuni mesi prima, ma prendemmo il treno a Tarbes. Eravamo molte giovani di Lourdes e di Bagnères, accompagnate dalle Superiore.

NEVERS

Visitammo Bordeaux. Vidi delle splendide costruzioni ma quello che mi piacque di più fu l'acquario del Giardino botanico dove piccoli pesci di tutti i colori nuotavano senza preoccuparsi di tutti gli sguardi fissi su di loro. lo detestavo quando mi si chiedeva di mostrarmi. Detestavo ancor più la fotografia: bisognava restare immobili e fare finta di vedere la Madonna! Ma lei non c'era!

Partite il 4 luglio, giungemmo a Nevers la sera del 7. Rispetto al modesto Ospizio di Lourdes, la casa di Nevers era impressionante. Era la casa madre ma anche l'unico noviziato per tutta la congregazione: eravamo in quarantaquattro a prendere l'abito in quel mese di luglio 1866. La casa era solenne e vi è ancora una frase di san Giovanni scritta sulla facciata, visibile fin dall'entrata: Deus charitas est, "Dio è amore", Ero venuta a Nevers per scoprirlo meglio.

La mia entrata presso le Suore di Nevers non passò inosservata. La superiora delle novizie, sorella Marie Thérèse Vauzou, disse che era felice di vedere gli occhi che avevano visto la Madonna. Sul registro degli arrivi vi é scritto che le Suore, anch'esse, erano felici che la Madonna si fosse "degnata" di mandarmi.

 

Ma, al tempo stesso, le Superiore temevano che portassi dell'agitazione nella casa con tutte le persone che avrebbero chiesto di vedermi. Forse non avevano ben capito che, se venivo a Nevers, era per nascondermi e che aborrivo dare spettacolo, anche a persone rispettabili quanto i vescovi: pensavo che avrebbero fatto meglio a rimanere nelle loro diocesi anziché venire a disturbarmi.

Le persone che non amano la Chiesa affermano spesso, nei loro scritti, che sono stata allontanata da Lourdes per non disturbare il clero, affinché non attirassi su di me la devozione che doveva essere rivolta alla Vergine. Queste accuse sono completamente assurde. Al tempo delle Apparizioni, non ho mai chiesto ai Lourdesi di accompagnarmi alla Grotta. Il commissario mi aveva accusato di fare accorrere la gente ma gli avevo risposto che non era affatto così. E’ vero che all'inizio, certe persone mi hanno fatto oggetto di culto. Trovavo tutto questo ridicolo ed è anche per questo che sono stata contenta di entrare come convittrice all'ospizio: ero, almeno in parte, protetta.

Quanto allo sviluppo del Santuario e del pellegrinaggio, questo era definitivamente lanciato dal riconoscimento ufficiale delle Apparizioni, nel 1862. Nel 1866 né Lourdes, né i buoni Padri di Garaison, né il vescovo avevano più bisogno di me. La mia missione a Lourdes era finita da molto tempo. Ero pienamente libera di rispondere alla mia vocazione che era quella di servire le membra sofferenti del Signore Gesù.

Dire che sono stata chiusa in un convento dalla gerarchia ecclesiastica rivela schemi mentali del secolo detto "delle Luci": per quei begli intellettuali atei, o se credenti più deisti che cristiani, era impossibile che una persona, soprattutto una ragazza, potesse entrare in un convento se non costretta o malata di mente.

L’altro timore delle Suore di Nevers, era che mi facessi notare nella comunità per mancanza di umiltà per il privilegio che mi era stato accordato, che mi rifiutassi di ubbidire perché mi sarei creduta superiore alle altre. E’ vero che avevo una natura orgogliosa: è stata la mia croce di tutta la vita. Ma non ero orgogliosa a causa delle Apparizioni. Non mentivo quando dicevo che, se la Madonna avesse trovato una ragazza più ignorante di me, è lei che avrebbe scelto.

Le Superiore si sbagliavano anche in questo, sul conto mio. Non avevano compreso che ero venuta a Nevers per essere come tutti. In un dato momento, non so per quale ragione, la Madonna, mi aveva affidato una missione. Una volta compiuta, ero come la scopa che si mette dietro la porta quando si sono finite le pulizie di casa.

Mi divertivo molto quando l'ultima arrivata o una personalità di passaggio cercava di indovinare chi fosse la veggente di Lourdes e scoprendo che ero io, si lasciava sfuggire un'osservazione come quella che un giorno ho udito: "Bernardetta, é solamente questa!". Eh sì! Solamente questa.

Tra le scene più memorabili del mio soggiorno a Nevers, che è durato tredici anni, c'è quella dell'indomani del mio arrivo, domenica 8 luglio 1866.

La Superiora generale decise di riunire le suore, le novizie e le postulanti. Erano ben trecento in totale. Avrei dovuto fare il racconto delle Apparizioni, come centinaia di volte prima. Avrebbe dovuto essere l'ultima volta. Non avrei più dovuto parlarne. Più nessuno avrebbe dovuto interrogarmi. Ero intimidita da tutto questo pubblico ma ero molto contenta di finire di parlarne, una volta per tutte.

In realtà, sono stata tormentata fino alla fine della mia vita, in particolare, dagli storici. Volevano sempre che tornassi sugli avvenimenti del 1858. Volevano dei dettagli, giorno per giorno, ora per ora. Questi dettagli cominciavano a sfuggirmi e, in ogni modo, non avevano importanza. Ciò che cercavo di vivere, era il messaggio.

Ero felice al noviziato. Avevo detto che la Grotta era il mio cielo. Adesso, il mio cielo era il noviziato. Alla Grotta, non era stato tutto facile: l'acqua della sorgente era molto sporca! Ma ero ugualmente felice perché la Vergine era con me. Nemmeno il noviziato è stato facile, ma ero sicura di essere sul mio cammino. La responsabile delle novizie non accettava di buon grado che non le confidassi tutti i miei segreti. La Vergine mi aveva confidato tre segreti. Avevo promesso di non ripeterli a nessuno. Qualcuno mi aveva detto: "Nemmeno al papa?". Avevo risposto che il papa è una persona e, dunque, nemmeno a lui. Non li avrei certo detti ad una religiosa dunque, anche se era la responsabile delle novizie!

Alcuni mesi dopo il mio arrivo, mi ammalai gravemente. Sembrava venuta la mia ultima ora. Ricevetti. per la seconda volta nella mia vita, l'estrema unzione. Le suore chiamarono il vescovo, la sera tardi, affinché ricevesse i miei voti prima di morire. Mons. Forcade arrivò. Fu lui a favorire il mio ingresso nella congregazione. Ricevette i miei voti e, improvvisamente, mi sentii meglio. Alcune suore credettero che le avessi prese in giro. I veri voti, li pronunciai poi un anno più tardi, il 30 ottobre 1867. Eravamo in quarantacinque. Nel pomeriggio, a ciascuna di noi venne comunicato dove sarebbe stata destinata. Normalmente, le giovani suore non restavano alla casa madre. Tutte le mie consorelle erano passate. Ero l'unica a non essere stata chiamata. Il vescovo interrogò la Superiora generale la quale gli rispose che non ero buona a nulla. Ricordai allora al vescovo che l'avevo avvertito, a Lourdes: le suore non avrebbero saputo che farsene di me. Decisero che sarei rimasta alla casa madre per occuparmi di alcuni lavori all'infermeria. Inoltre, il vescovo mi affidò l'impiego della preghiera.

E quello che cercai di assolvere durante la decina di anni che mi restarono da vivere su questa terra: il servizio e la preghiera e, sempre più, il servizio della preghiera.

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Venni dunque assegnata all'infermeria per portare alcune scodelle di tisana o pelare le verdure, come Mons. Forcade mi aveva visto fare correttamente a Lourdes. All'infermeria, sono stata a volte curante, altre volte curata. Non vi voglio annoiare con la cronologia dei miglioramenti e delle ricadute della mia salute. Non ho voluto mai disturbare e ho trovato,

quando ero ammalata, che le suore si occupassero troppo di me mentre i poveri non erano trattati altrettanto bene.

L’INFERMERIA

Rimasi delusa di non potere andare in una dalle case della congregazione. Perché la Superiora generale aveva deciso di farmi restare a Nevers? Forse a causa della mia salute. Forse perché non sapevo fare granché e non sarei stata molto utile in una casa dove le suore erano poco numerose. Ma forse anche per proteggermi. Alla casa madre non si apriva la porta a chiunque.

La seconda cosa che mi rattristò, fu prendere coscienza che non sarei andata verso i poveri, come avevo sperato a Lourdes. Ma compresi rapidamente che ogni malato è un povero, che sia una grande personalità. una religiosa o un mendicante.

Mi sentivo a mio agio con i malati e credo che i malati si sentissero a loro agio con me. Avevo già visto molta miseria nella mia infanzia. A Lourdes, avevo imparato a conoscere i malati ed a servirli il meglio possibile. Anche la morte, ai nostri tempi, ci era, ahimè. familiare. Ma soprattutto ricordavo sempre le parole di Gesù: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Ho avuto sete e mi avete dato da bere. Ero malato e mi avete visitato” Anche le piaghe più ripugnanti non mi hanno mai disgustato. Mi bastava pensare al Cristo.

Per esperienza, sapevo che essere malato non è divertente. Tocca all'infermiera non mostrare un'aria severa che renderebbe la malattia ancor più penosa. Bisogna rispettare la sofferenza. Bisogna agire con delicatezza e discrezione. Ma non è vietato mettere un po’ di allegria in un'infermeria. Del resto, non avrei potuto fare diversamente, perché sono sempre stata allegra e vivace di temperamento.

Sapevo al tempo stesso farmi rispettare. Non mi piacevano le suore che, con il pretesto della devozione, mancavano nell'obbedienza. E l'obbedienza, all'infermeria, consiste nel prendere le proprie medicine e rimanere a letto se il medico l'ha ordinato. Dopo tutto, l'obbedienza è uno dei tre voti della religione! Senza obbedienza, per una religiosa, non c'e modo di essere felice.

Col tempo, finii per avere una certa competenza. Per alcuni anni, a partire dal 1870, fui responsabile dell'infermeria. Andavo d'accordo col medico della comunità, il dottor Saint Cvr.

Un celebre medico della Salpétrière aveva dichiarato che ero una "allucinata" e che ero stata "rinchiusa nel convento delle Orsoline di Nevers". Che questo bravo medico potesse perdersi nella molteplicità delle congregazioni femminili, passasse pure. Ma che mi trattasse da allucinata, il medico di Nevers non lo sopportò. Interrogato da un collega, dichiarò che godevo di grande autorità e, da parte sua, di completa fiducia.

 

I rapporti con le mie superiore non furono mai molto facili. Avevano sempre paura che cedessi alla tentazione dell'orgoglio. Non avevano completamente torto. Ma, allo stesso tempo, mi davano fiducia. Quando un sorella non stava bene, perché aveva il cuore appesantito o non sapeva più se doveva restare o partire, spesso la responsabile delle novizie la mandava da me. Non ho mai tentato di trattenere con la forza una sorella: amo troppo la libertà e credo che questo piaccia anche al Buon Dio. Ma l'aiutavo a superare lo scoglio.

Ero responsabile dell'infermeria quando i Prussiani si avvicinarono a Nevers. Alcuni volevano sapere se la Vergine mi avesse confidato un segreto su questa guerra. A Catherine Labouré aveva parlato degli avvenimenti del 1830. Ma, a me, non ha parlato di politica. Un giorno dissi una frase che non aveva niente di politicamente corretto: "ho meno paura dei prussiani che dei cattivi cattolici".

Per alcuni mesi, lavorai anche in sagrestia. Ero abbastanza abile con le mani. Ero felice di contribuire al decoro della Messa con la bellezza delle tovaglie dell'altare o degli ornamenti dei sacerdoti. L'Eucaristia è sempre stata il mio grande desiderio. Per comunicarmi ero ritornata da Bartrès. Non si trattava solamente di fare la Prima Comunione, ma di cominciare a vivere dell'Eucaristia, a nutrirmi del Pane di Vita.

Ho trovato il Cristo nella preghiera e nella vita religiosa. Ma l'ho trovato soprattutto, inseparabilmente, nei malati e nell'Eucaristia. Il giovedì santo, Gesù ha istituito l'Eucaristia ed ha lavato i piedi dei suoi discepoli. Il Concilio Vaticano II dirà che ogni attività apostolica, nella Chiesa, ha la sua sorgente ed il suo termine nell'Eucaristia. Sono pienamente d' accordo.

Sarete sorpresi forse del fatto che non parlo della Madonna. Non l'ho mai dimenticata, evidentemente, dopo la grazia che mi è stata accordata di vederla. Dopo il 16 luglio 1858 non l'ho mai più rivista. Non ho più nemmeno avuto stati mistici particolari. Sapevo che avrei rivisto la Vergine in cielo e che sarebbe stato ancora più bello. Non valeva la pena di ripetere i ricordi di Lourdes. Quando mi comunicavo, sapevo che era la Vergine che mi dava suo Figlio. Giovanni Paolo Il ha detto cose molto belle e nuove su Maria come "donna Eucaristica". E’ assurdo mettere in opposizione l'Eucaristia e la devozione a Maria.

Col pensiero mi trasportavo spesso a Lourdes ma non ho mai desiderato tornarvi. Sapevo che, se vi fossi tornata, mi avrebbero guardato come una bestia rara e che avrebbero distolto lo sguardo dalla santa Vergine per seguirmi. Ho sempre sperato che mai, dopo la mia morte. venisse l'idea di riportare il mio corpo a Lourdes.

Parlo della morte, e bisogna dire che l'ho sfiorata più volte. Dopo aver servito all'infermeria per parecchi anni, vi sono entrata definitivamente come malata nel settembre 1871. Ho sofferto molto, a causa dell'asma, della tubercolosi e delle numerose piaghe che coprivano il mio corpo. Le suore mi hanno curato meglio che hanno potuto. Facevano veramente troppo, a mio parere, per la mia piccola persona. Una notte, sorpresi un sorella di turno che non aveva chiuso occhio tutta notte. Chiesi alla superiora di cambiarla: che me ne desse una che dormiva!

Molto spesso, durante i miei soggiorni all'infermeria, non ho potuto né assistere alla messa, né comunicarmi. E’ stato un grande sacrificio. L'ho offerto per i peccatori. Ho voluto offrire tutta la mia vita a Dio per i peccatori. Era ciò che mi aveva chiesto la Vergine alla Grotta: "Pregate Dio per i peccatori!”.

Oramai, ero chiusa nella mia cappella bianca, vale a dire nelle tende che circondavano il mio letto. Vi appesi l'immagine di un sacerdote che celebrava la Messa. Quando non dormivo per tutta la notte, mi univo alle messe che venivano celebrate nel mondo, seguendo i fusi orari, dovunque. Sull'immagine, vi era un piccolo chierichetto ma non agitava mai il campanello: mi veniva voglia di scuoterlo.

Io che ero venuta per servire, dovevo accettare di essere servita. Alla domenica, quando non sentivo troppo male, le suore mi portavano alla cappella. Avevo paura che si facessero male ma dicevano che ne avrebbero potute portare tranquillamente quattro come me, vero che non ero pesante. Era ciò che ho sempre desiderato: non essere pesante.

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Nella Quaresima del 1879, non avevo più che alcuni giorni da vivere su questa terra. Il cappellano della comunità mi invitò a ricordare le promesse di Maria e mi assicurò che il cielo era la mia destinazione. Gli risposi che era stata lunga da raggiungere. Alcuni giorni prima di Pasqua ricevetti l'estrema unzione per la quarta volta. Potei così verificare che i sacramenti non fanno morire poiché tutte le altre volte, malgrado le aspettative, avevo ritrovato un po' di salute. Questa volta, sperai che fosse l'ultima.

LA MIA TECA

Sentii che la fine si avvicinava e desiderai concentrarmi sull'essenziale. Feci togliere tutte le immagini che si trovavano intorno al mio letto. Volli tenere solamente il crocifisso: questo mi bastò. Nemmeno la festa di Pasqua mi portò sollievo.

Più la morte si avvicina, più i ricordi dell'infanzia affiorano in superficie. Mi ricordai il mulino di Boly. Sapevo molto bene come il grano si trasformava in farina per diventare pane. In quel momento assomigliavo ad un chicco di grano: ero macinata. Macinata dalla sofferenza, ma anche, come il Cristo, chicco di grano caduto in terra per morire e per risuscitare portando molto frutto. Il Cristo era stato macinato dalla Passione per diventare Pane di vita nell'Eucaristia. Vedete, ritorno sempre all'Eucaristia.

Nel mercoledì di Pasqua le suore decisero di mettermi in poltrona: pensavano che avrei respirato un po' meglio. Avevano ragione, ma le mie corrosioni ossee mi facevano soffrire atrocemente. Non ho mai amato la sofferenza per se stessa, ma sapevo che il mondo è prostrato dalle sofferenze: occorre che alcune persone offrano la sofferenza per amore affinché altri non ne siano schiacciati, sconfortati.

Non avevo più tanta forza per pregare. Fortunatamente, le suore pregavano intorno a me. Mi lasciavo portare. Non potevo pregare ma potevo fare un gesto: mettere un crocifisso sul mio cuore e chiedere che vi fosse fissato saldamente affinché non rischiassi di spostarlo. Ho baciato con rispetto le piaghe del Crocifisso poiché, in quel momento, gli assomigliavo un po’.

Ho invocato Dio che ho sempre voluto amare con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le mie forze. Ho chiesto alle suore di continuare a pregare per me, povera peccatrice: avevo approfittato così poco delle grazie eccezionali che mi erano state accordate! Le ho pregate di perdonarmi. Credo che le mie ultime parole siano state "Mio Dio! Santa Maria, Madre di Dio, prega per me, povera peccatrice". Prima di morire, ho chiesto ancora da bere e ho fatto il segno della Croce: la Vergine me l'aveva insegnato così bene l’11 febbraio 1858, ventuno anni prima!

Sono dunque morta, il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua, il giorno della diciassettesima apparizione. Fu in quel giorno che si verificò quello che viene comunemente chiamato il "miracolo del cero”: La fiamma di un cero aveva raggiunto le mie mani senza bruciarmi. La scritture dicono che l'uomo non può vedere Dio senza morire, perché la sua luce è troppo forte. Adesso che sono morta, posso vedere la sua luce senza bruciarmi.

 

Quando ero bambina, avevo traslocato molte volte. E' stato lo stesso con le mie spoglie. Sono stata sepolta nel giardino di Nevers, nella cappella San Giuseppe. Mi piaceva molto san Giuseppe, soprattutto dopo la morte del mio caro padre. Adesso, il mio corpo è esposto in una teca, nella cappella della comunità, alla destra dell'altare maggiore. Tutti possono vederlo: e dire che ero venuta a Nevers per nascondermi! Ma. nella vita religiosa, l'obbedienza viene prima dei desideri personali.

A due riprese dei periti sono venuti a verificare lo stato del mio cadavere. Hanno constatato che era straordinariamente molto ben conservato. L’ultima volta, l'hanno semplicemente ricoperto di una pellicola di cera. Ne hanno approfittato anche per asportarmi alcune estremità di ossa che hanno mandato al Santuario di Lourdes, dove sono chiuse in un'altra teca. Ecco perché si dice che il mio corpo è conservato integralmente a Nevers e che Lourdes ne conserva devotamente solo delle reliquie.

D'altra parte, sono un po' imbarazzata che il mio corpo sia stato posto in una teca cosi preziosa, visto che ho sempre amato la povertà. Mi ero battuta affinché la mia famiglia non speculasse sulle apparizioni. Mi piace pensare che la ricchezza della mia teca sia quella di Dio, che per me ha fatto meraviglie.

Sono stata beatificata nel 1925 e sono stata canonizzata l'8 dicembre 1933: papa Pio XI ha avuto la delicata attenzione di scegliere la festa dell'Immacolata Concezione per questa canonizzazione. In questa occasione, innumerevoli testimonianze sono state raccolte e registrate in grossi libri. Molte suore mi avevano conosciuto a Nevers quando erano postulanti o novizie. All'inizio del ventesimo secolo, molte erano ancora vive. lo stessa, nel 1925, avrei avuto solamente ottantun anni. In quella data, mio fratello più piccolo Gian Maria era morto da soli sei anni ed un altro dei miei fratelli ha vissuto altri sei anni.

Troverete ricordi della mia vita in molti luoghi. Innanzitutto in quelli che abbiamo visitato insieme. Vi raccomando, in particolare. la visita al convento di Nevers che vi farà scoprire la sala del capitolo, dove ho raccontato le apparizioni davanti a tutte le suore, la sagrestia, l'infermeria e la poltrona dove ho reso l'ultimo respiro, la cappella e la teca che custodiscono i miei resti.

A Nevers, il piccolo museo è stato ripensato nello spirito della vostra epoca. Anche a Lourdes troverete documenti autentici al Museo Santa Bernardetta (boulevard Rémi Sempé), al cachot e all'oratorio dell'ospizio. Tutte queste visite sono gratuite. Sono stati pubblicati libri, film, storie a fumetti e CD: altri probabilmente ne usciranno nel 2009 poiché i responsabili del Santuario hanno deciso di dedicare quest'anno al "cammino di Bernardetta": effettivamente, la mia sita non si è fermata alla diciottesima apparizione. Ho continuato il mio cammino di fede.

Se me lo permettete, oserei fare un paragone. II cammino della Vergine Maria non si è fermato alla grotta di Betlemme. Il suo cammino ha proseguito fino alla gloria della sua Assunzione. Ormai è vicina a suo Figlio e gli dice. come a Cana, guardando i suoi fratelli e sorelle umani: "Non hanno più vino". Padre Rupnik, che ha realizzato i mosaici sulla facciata del Rosario, traduce: "Sono in mancanza di senso, in mancanza di amore".

Anche io, penso a voi in cielo.

So che i cappellani di Lourdes si sentono spesso rivolgere questa doppia domanda: "Qual è il messaggio di Lourdes? E ancora valido oggi?" Non mi piace l'espressione "messaggio di Lourdes". Il Messaggio è il Vangelo, e la persona di Gesù Cristo, la sua morte, la sua risurrezione e l'invio del suo Spirito. Tuttavia, accade che ogni famiglia spirituale metta in maggior risalto un altro tratto del Messaggio.

Io non sono la fondatrice di una famiglia spirituale. Non ho nemmeno inventato la piccola via, come suor Teresa del Bambin Gesù, che aveva sei anni quando sono morta: credo che ci saremmo intese molto bene.

La Chiesa ha deciso di beatificarmi e di canonizzarmi. Ha pensato che avrei potuto esservi utile per ciò che avevo vissuto.

Quale sono dunque i punti forti della mia vita cristiana? Li avrete certamente trovati se vi ho guidato correttamente sui luoghi dove ho vissuto: l'amore per la povertà. l'Eucaristia, il sentimento di essere solo una povera serva, il servizio agli altri, la vita in comunità, l'offerta di me stessa. In tutto questo non c'è niente di straordinario. Potreste fare altrettanto anche voi. E come dicevano una volta i parroci alla fine dei sermoni: "E’ la grazia che vi auguro!".

(fonte Lourdes Magazine, ott-nov 2008)

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