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| VIVERE PER MANGIARE commento ai vangeli
No. Non sono le
mie parole. Si tratta della Parola. Quella che Agostino chiama «sacramento
udibile».
Una Parola che
cerca non tanto l'orecchio, quanto la bocca. Una Parola da mangiare. La
storia dell'uomo — ce l'ha ricordato M. Jousse — è la storia della sua
bocca. Attraverso la bocca, la morte è entrata nell'uomo. Attraverso la
bocca, la vita rientra nell'uomo sotto forma di «pane di vita», «parole
di vita». |
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Diciottesima Domenica del tempo ordinario
UN UOMO A COLLOQUIO COI SUOI BENI
«Anima mia, hai a disposizione molti beni,
per molti anni; riposati, mangia, bevi
e datti alla gioia».
Ma Dio gli disse: «Stolto,
questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita».
Luca 12, 13-21
Ciò che mi colpisce
maggiormente in quest'uomo ricco e avido della parabola
evangelica è la sua agghiacciante solitudine. Qualcosa di
tetro, terrificante.
Nessuno è solo come
quest'uomo che è circondato, quasi soffocato dai suoi beni.
Più che contare le sue
rendite, sembra parlare con esse. Lo vediamo a colloquio con
le cifre. In dialogo amoroso coi libri contabili. La sua
voce ha il suono dei soldi.
È un individuo senza nome,
senza volto. Non ha moglie, figli, amici. L'unico legame
stretto sono i suoi beni materiali. Si identifica con le
proprie ricchezze. Lui stesso diventa campo, granaio,
frumento, magazzino, numero, portafoglio. Non è più un uomo.
È una cosa in mezzo alle
cose.
I beni, invece di essere
veicolo di comunicazione, di relazione con gli altri, sono
per lui cose da accumulare, conservare, proteggere,
difendere. Invece di essere mezzi (anticamente si diceva,
giustamente, che uno aveva tanti «mezzi»), diventano fine
cui si sacrifica tutto.
E finiscono per chiuderlo
in una prigione.
Quest'uomo squallido è un
prigioniero. Può anche ampliare i magazzini. Ma non riuscirà
più a uscirne.
È un uomo chiuso. Senza
avvenire Proprio lui che si illude di stare al sicuro per
molti anni
Allorché viene pronunciata
la terribile sentenza: «Questa
notte stessa ti sarà richiesta la tua vita», in
realtà lui è già morto da un pezzo. La sentenza l'ha
pronunciata lui stesso su di sé. Giustamente è stato
rilevato — A. Maillot (da cui ricavo alcune di queste
osservazioni) — che più che una punizione è un esaudimento.
Viene definito «stolto».
Perché fonda la propria
sicurezza sull'avere e non sull'essere Perché si affanna a
possedere e accumulare, invece di impegnarsi a crescere.
Perché si identifica con le
cose, e non le trasforma in sacramento di comunione coi
fratelli.
Perché crede che molto
denaro significhi molta vita.
Perché pensa che il
possesso egoistico dia la gioia.
Perché non sospetta che,
anche se i conti tornano, la sua esistenza è un fallimento.
Perché sta in adorazione e
non vede che il proprio «io». Non si colloca mai di fronte a
un «tu».
Perché non capisce che «l'io non ha altra protezione che il darsi, il perdersi» (A. Paoli).
Perché non si rende conto
che non è possibile riempire il vuoto con l'ingombro.
Perché non intuisce che la
sicurezza può derivare soltanto da un atto di coraggio, di
rottura, di liberazione.
Perché non si avvede che la
vita va riempita di amicizia, di dono, di relazioni, non di
cose.
Proviamo, ora, a trarre
alcune conseguenze.
—Il possesso è sempre
una limitazione. «Chiunque
acquista un campo e lo recinge, si priva del resto della
natura, si impoverisce di tutto il resto. Ecco perché la
povertà religiosa non significa possedere poco, ma non
possedere niente, ossia è l'esproprio totale per possedere
tutto» (E. Cardenal).
—Il possesso è
soprattutto limitazione di libertà. «Non
avete mai notato che essere ricco si traduce sempre in un
impoverimento su altro piano? Basta dire: "Possiedo questo
orologio, è mio!", e rinchiudere la mano su di esso, per
avere un orologio e aver perduto una mano» (A. Bloom).
Il nostro spirito, il nostro cuore, tendono a
rimpicciolirsi, a restringersi alle dimensioni degli oggetti
sui quali si rinchiudono, alle dimensioni dei beni sui quali
si ripiegano.
—La ricchezza è
falsificazione delle cose, perché falsa i rapporti con
esse. Il ricco crede che il suo certificato di possesso lo
leghi intimamente, sicuramente ai beni. Ma è una colossale
illusione. Le cose, come le persone, hanno una «voglia di
inviolabilità», un «limite di invalicabilità» che non
possono essere forzati da un diritto derivante semplicemente
dal denaro. Una cosa. non si lascia «violare» dal
portafoglio (le persone, qualche volta, sì...). Per questo,
anche se mi appartiene, se è «mia», essa rimane inviolata
nella sua essenza più vera, e mi lascerà sempre
insoddisfatto.
La cosa mi rimarrà
ostinatamente «estranea», mi sfuggirà di mano anche se la
trattengo, anzi proprio perché pretendo afferrarla, tenerla,
mi sorriderà beffarda, intatta, intoccabile.
Per entrare in comunione
intima con un bene creato, la proprietà legata ai soldi, al
diritto, può costituire un ostacolo.
La facoltà di possedere si
colloca al livello più profondo di noi stessi, là dove un
oggetto esterno può entrare soltanto interiorizzandosi.
Per possedere veramente una
cosa, bisogna stabilire con essa non un rapporto di
possesso, di aggressività, ma di partecipazione, di
meraviglia, di contemplazione.
—È l'uomo liturgico, non
l'uomo economico che è in armonia col creato. La terra
appartiene ai «miti», ossia a coloro che non rivendicano
nulla. Soltanto chi prega, avendo le mani vuote, libere, può
pregare nelle cose e con le cose.
«Nel
Medioevo si celebravano le nozze di Francesco con Madonna
Povertà, si cercava di visibilizzare l'invisibile, cioè il
segreto che si era fatto in lui poesia e felicità,
contemplazione e sicurezza... Francesco porta sopra di sé il
segno della liberazione nella gioia, che è sicurezza, e
nella contemplazione, che è poesia... La storia non ha
ancora dimenticato quest'uomo martirizzato nel corpo che
scopre le stelle, i fiori, l'acqua, il fuoco, il sole, gli
uccelli, tutta la creazione, finalmente liberata
dall'angoscia e fatta verità e poesia» (A. Paoli).
Dunque, la distinzione è
tra uomo economico e uomo liturgico.
La differenza passa tra chi
mette il cuore nelle cose (o lascia che le cose, secondo un
tragitto naturale, passino dalle mani al cuore, e qui
occupino tutti i centri strategici di comando) e chi,
invece, costringe le cose a diventare partecipi, complici,
espressione del proprio cuore.
Possiamo ancora dire che la
differenza è tra il capitalista e il liturgo.
Tra l'usurpatore, il conquistatore, e il fratello. Tra
l'uomo economico e l'uomo dell'amicizia e dell'incontro. Tra
il profanatore e il contemplativo. Tra chi chiede ai beni
terreni sicurezza e chi esige da loro «comunicazione».
Il primo, attraverso le
cose, si ferma, si isola, tiene e rifiuta. L'altro cammina,
si apre, dona e si dilata.
Il primo si appropria di
qualcosa e rimane alla superficie di tutto. L'altro scopre
la verità profonda delle cose.
Il primo dispone delle
ricchezze. L'altro è padrone di se stesso. Il primo è uno
scomunicato. L'altro comunica con tutto e con tutti.
Il primo accumula. L'altro
condivide.
L'unica maniera, perciò,
per non arrestarsi di fronte alle cose, consiste nel
portarle avanti con noi, nel trascinarle nella nostra
avventura. «Sono
affamato di tutto il pane che mangio da solo, povero di
tutti i beni che tengo per me» (G. Thibon).
C'è un momento, nella
Messa, in cui ci viene ricordato l'uso corretto che dobbiamo
fare delle mani. L'offertorio è il momento della
consacrazione delle mie mani. Quelle mani che ritrovano la
loro funzione più vera nel gesto dell'offerta.
Le mani mi sono state date
per dare. Chi le usa, abitualmente, soltanto per prendere,
tenere, arraffare, non ha ancora imparato ad adoperarle,
anche se è molto avanti negli anni. Soprattutto non ha
ancora gustato la gioia più grande: la gioia di donare.
Ci si preoccupa di
insegnare a camminare. E il giorno in cui il bambino muove i
primi passi segna un grosso avvenimento in famiglia.
Bisognerebbe far festa quando il bambino incomincia ad usare
le mani nell'unica maniera corretta, che è la maniera del
dare.
Ci si preoccupa delle mani
sudicie. In realtà, le mani sono sporche soltanto quando
«trattengono» qualcosa.
Un cristiano, ossia un
cercatore di Dio, supererà la tentazione di fermarsi
soltanto se sarà capace di trasformare le realtà terrestri
in «segno» e «dono». Soltanto se imparerà ad usare le mani
nell'unica maniera «giusta». I nostri conti, a differenza di quelli dello «stolto» della parabola, tornano, quando tornano i conti degli altri. |