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| VIVERE PER MANGIARE

commento ai vangeli

No. Non sono le mie parole. Si tratta della Parola. Quella che Agostino chiama «sacramento udibile».

Una Parola che cerca non tanto l'orecchio, quanto la bocca. Una Parola da mangiare. La storia dell'uomo — ce l'ha ricordato M. Jousse — è la storia della sua bocca. Attraverso la bocca, la morte è entrata nell'uomo. Attraverso la bocca, la vita rientra nell'uomo sotto forma di «pane di vita», «parole di vita». Il Vangelo è scandito da verbi caratteristici: «Prendete» (in mano), «Mangiate», «Gustate». L'esperienza profetica di Geremia si collocava precisamente su questa linea: «Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore» (Gr 15, 16). Non, dunque, un «verbo sonoro», ma un «verbo gustativo». La bocca è strumento sia della parola che della manducazione. Con la bocca compiamo due azioni fondamentali: mangiare e parlare. Con la bocca invochiamo il cibo, gridiamo la nostra fame. E con la bocca accogliamo, trituriamo il cibo che ci è stato concesso. I muscoli della bocca che mettiamo in azione per parlare sono, se non proprio identici, per lo meno analoghi a quelli della manducazione. La spiritualità dei monaci antichi era basata sull'ascolto («vivere ascoltando»), ma soprattutto sul mangiare, masticare, «ruminare» la Parola (paradossalmente: «vivere per mangiare»). «Giorno e notte non si allontani dalle tue labbra la Parola di Dio», raccomandava Atanasio. Ecco, allora, scoccare l'invito perentorio anche per noi: «Venite, mangiate il mio pane» (Pro 9, 4). Le nostre feste sono caratterizzate dal chiasso, dallo stordimento, dalle chiacchiere, dalle troppe voci, dalle parole. Manca, appunto, la Parola. La nostra tavola è stracolma di cibi che, sovente, invece di garantire la vita, rappresentano una minaccia di morte. Manca, precisamente, il pane. Occorre ritrovare il coraggio di rinunciare alle solite abbuffate e di sottrarsi alle compagnie che istupidiscono e alle voci che assordano. «Non mi sono seduto per divertirmi nelle brigate dei biuotemponi, ma spinto dalla tua mano sedevo solitario...» (Gr 15, 17). La Parola ha bisogno di silenzio. E la comunione presuppone la solitudine. Queste pagine, che percorrono il testo di Luca* — anno C del ciclo liturgico — vorrebbero fornire il «pane della festa» perché le nostre domeniche siano più cristiane. «Santificare la festa», infatti, significa non soltanto astenersi dal lavoro (magari affaticandosi ancora maggiormente nel divertito e nei viaggi verso sempre più improbabili luoghi di riposo, ben diversi dalla menuhah biblica), quanto entrare in rapporto, in dialogo con Dio. La Parola costituisce uno dei mezzi privilegiati per questa comunione. Comunichiamo con la Parola e nella Parola. E ci ritroviamo non semplicemente «istruiti», ma «saziati».

Lo scopo non è quello di «sapere di più», ma «essere trasformati». La Parola che raggiunge l'orecchio e soltanto «verbo sonoro». Quella che tocca la bocca e prende possesso di tutto il nostro essere, fino a fare corpo con noi, è alimento, «pane di vita»,















 

 

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Diciottesima Domenica del tempo ordinario

UN UOMO A COLLOQUIO COI SUOI BENI

«Anima mia, hai a disposizione molti beni,

per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia».

Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita».

Luca 12, 13-21

 

Ciò che mi colpisce maggiormente in quest'uomo ricco e avido della parabola evangelica è la sua agghiacciante solitudine. Qualcosa di tetro, terrificante.

Nessuno è solo come quest'uomo che è circondato, quasi soffocato dai suoi beni.

Più che contare le sue rendite, sembra parlare con esse. Lo vediamo a colloquio con le cifre. In dialogo amoroso coi libri contabili. La sua voce ha il suono dei soldi.

È un individuo senza nome, senza volto. Non ha moglie, figli, amici. L'unico legame stretto sono i suoi beni materiali. Si identifica con le proprie ricchezze. Lui stesso diventa campo, granaio, frumento, magazzino, numero, portafoglio. Non è più un uomo.

È una cosa in mezzo alle cose.

I beni, invece di essere veicolo di comunicazione, di relazione con gli altri, sono per lui cose da accumulare, conservare, proteggere, difendere. Invece di essere mezzi (anticamente si diceva, giustamente, che uno aveva tanti «mezzi»), diventano fine cui si sacrifica tutto.

E finiscono per chiuderlo in una prigione.

Quest'uomo squallido è un prigioniero. Può anche ampliare i magazzini. Ma non riuscirà più a uscirne.

È un uomo chiuso. Senza avvenire Proprio lui che si illude di stare al sicuro per molti anni

Allorché viene pronunciata la terribile sentenza: «Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita», in realtà lui è già morto da un pezzo. La sentenza l'ha pronunciata lui stesso su di sé. Giustamente è stato rilevato — A. Maillot (da cui ricavo alcune di queste osservazioni) — che più che una punizione è un esaudimento.

Viene definito «stolto».

Perché fonda la propria sicurezza sull'avere e non sull'essere Perché si affanna a possedere e accumulare, invece di impegnarsi a crescere.

Perché si identifica con le cose, e non le trasforma in sacramento di comunione coi fratelli.

Perché crede che molto denaro significhi molta vita.

Perché pensa che il possesso egoistico dia la gioia.

Perché non sospetta che, anche se i conti tornano, la sua esistenza è un fallimento.

Perché sta in adorazione e non vede che il proprio «io». Non si colloca mai di fronte a un «tu».

Perché non capisce che «l'io non ha altra protezione che il darsi, il perdersi» (A. Paoli).

Perché non si rende conto che non è possibile riempire il vuoto con l'ingombro.

Perché non intuisce che la sicurezza può derivare soltanto da un atto di coraggio, di rottura, di liberazione.

Perché non si avvede che la vita va riempita di amicizia, di dono, di relazioni, non di cose.

Proviamo, ora, a trarre alcune conseguenze.

 

Il possesso è sempre una limitazione. «Chiunque acquista un campo e lo recinge, si priva del resto della natura, si impoverisce di tutto il resto. Ecco perché la povertà religiosa non significa possedere poco, ma non possedere niente, ossia è l'esproprio totale per possedere tutto» (E. Cardenal).

 

Il possesso è soprattutto limitazione di libertà. «Non avete mai notato che essere ricco si traduce sempre in un impoverimento su altro piano? Basta dire: "Possiedo questo orologio, è mio!", e rinchiudere la mano su di esso, per avere un orologio e aver perduto una mano» (A. Bloom). Il nostro spirito, il nostro cuore, tendono a rimpicciolirsi, a restringersi alle dimensioni degli oggetti sui quali si rinchiudono, alle dimensioni dei beni sui quali si ripiegano.

La ricchezza è falsificazione delle cose, perché falsa i rapporti con esse. Il ricco crede che il suo certificato di possesso lo leghi intimamente, sicuramente ai beni. Ma è una colossale illusione. Le cose, come le persone, hanno una «voglia di inviolabilità», un «limite di invalicabilità» che non possono essere forzati da un diritto derivante semplicemente dal denaro. Una cosa. non si lascia «violare» dal portafoglio (le persone, qualche volta, sì...). Per questo, anche se mi appartiene, se è «mia», essa rimane inviolata nella sua essenza più vera, e mi lascerà sempre insoddisfatto.

La cosa mi rimarrà ostinatamente «estranea», mi sfuggirà di mano anche se la trattengo, anzi proprio perché pretendo afferrarla, tenerla, mi sorriderà beffarda, intatta, intoccabile.

Per entrare in comunione intima con un bene creato, la proprietà legata ai soldi, al diritto, può costituire un ostacolo.

La facoltà di possedere si colloca al livello più profondo di noi stessi, là dove un oggetto esterno può entrare soltanto interiorizzandosi.

Per possedere veramente una cosa, bisogna stabilire con essa non un rapporto di possesso, di aggressività, ma di partecipazione, di meraviglia, di contemplazione.

 

È l'uomo liturgico, non l'uomo economico che è in armonia col creato. La terra appartiene ai «miti», ossia a coloro che non rivendicano nulla. Soltanto chi prega, avendo le mani vuote, libere, può pregare nelle cose e con le cose.

«Nel Medioevo si celebravano le nozze di Francesco con Madonna Povertà, si cercava di visibilizzare l'invisibile, cioè il segreto che si era fatto in lui poesia e felicità, contemplazione e sicurezza... Francesco porta sopra di sé il segno della liberazione nella gioia, che è sicurezza, e nella contemplazione, che è poesia... La storia non ha ancora dimenticato quest'uomo martirizzato nel corpo che scopre le stelle, i fiori, l'acqua, il fuoco, il sole, gli uccelli, tutta la creazione, finalmente liberata dall'angoscia e fatta verità e poesia» (A. Paoli).

Dunque, la distinzione è tra uomo economico e uomo liturgico.

La differenza passa tra chi mette il cuore nelle cose (o lascia che le cose, secondo un tragitto naturale, passino dalle mani al cuore, e qui occupino tutti i centri strategici di comando) e chi, invece, costringe le cose a diventare partecipi, complici, espressione del proprio cuore.

Possiamo ancora dire che la differenza è tra il capitalista e il liturgo. Tra l'usurpatore, il conquistatore, e il fratello. Tra l'uomo economico e l'uomo dell'amicizia e dell'incontro. Tra il profanatore e il contemplativo. Tra chi chiede ai beni terreni sicurezza e chi esige da loro «comunicazione».

Il primo, attraverso le cose, si ferma, si isola, tiene e rifiuta. L'altro cammina, si apre, dona e si dilata.

Il primo si appropria di qualcosa e rimane alla superficie di tutto. L'altro scopre la verità profonda delle cose.

Il primo dispone delle ricchezze. L'altro è padrone di se stesso. Il primo è uno scomunicato. L'altro comunica con tutto e con tutti.

Il primo accumula. L'altro condivide.

L'unica maniera, perciò, per non arrestarsi di fronte alle cose, consiste nel portarle avanti con noi, nel trascinarle nella nostra avventura. «Sono affamato di tutto il pane che mangio da solo, povero di tutti i beni che tengo per me» (G. Thibon).

 

C'è un momento, nella Messa, in cui ci viene ricordato l'uso corretto che dobbiamo fare delle mani. L'offertorio è il momento della consacrazione delle mie mani. Quelle mani che ritrovano la loro funzione più vera nel gesto dell'offerta.

Le mani mi sono state date per dare. Chi le usa, abitualmente, soltanto per prendere, tenere, arraffare, non ha ancora imparato ad adoperarle, anche se è molto avanti negli anni. Soprattutto non ha ancora gustato la gioia più grande: la gioia di donare.

Ci si preoccupa di insegnare a camminare. E il giorno in cui il bambino muove i primi passi segna un grosso avvenimento in famiglia. Bisognerebbe far festa quando il bambino incomincia ad usare le mani nell'unica maniera corretta, che è la maniera del dare.

Ci si preoccupa delle mani sudicie. In realtà, le mani sono sporche soltanto quando «trattengono» qualcosa.

Un cristiano, ossia un cercatore di Dio, supererà la tentazione di fermarsi soltanto se sarà capace di trasformare le realtà terrestri in «segno» e «dono». Soltanto se imparerà ad usare le mani nell'unica maniera «giusta».

I nostri conti, a differenza di quelli dello «stolto» della parabola, tornano, quando tornano i conti degli altri. 

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