LA
SANTA CASA
Loreto è famosa in tutto il mondo per il suo Santuario della
Santa
Casa, definito da Giovanni Paolo II: "il primo Santuario
di portata internazionale dedicato alla Vergine
e, per diversi secoli, vero cuore mariano della cristianità"
(1993). Intorno alla Santa Casa è sorto un maestoso tempio,
attorniato da edifici monumentali e cinto da una singolare
"cittadella murata".
La tradizione lauretana
Un'antica tradizione riferisce che la Santa Casa di Loreto è
la
stessa "Camera" in muratura della Madonna esistente a
Nazaret,
in Galilea, e che in essa Maria nacque, fu educata e
ricevette l'annuncio angelico. Nel 1291, durante l'invasione
musulmana
della Palestina, la "Camera" o Casa fu trasportata da Nazaret in
Illiria, comprendente a quei tempi l'attuale Dalmazia ed
Albania, presso un castello denominato Fiume che
una
successiva storiografia ha identificato con l'omonima città
del Golfo del
Quarnaro (Rijeka) e, più
precisamente, con la località di Tersatto.
Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294 la Casa fu
traslata in
Italia, nel territorio del comune di Recanati, prima presso
il suo porto, nel folto di una selva, in un sito chiamato più
tardi la
Banderuola, e di lì su un colle detto dei due fratelli, i
quali litigarono
per impossessarsi delle offerte dei pellegrini, per cui la
Casa fu definitivamente collocata su una pubblica strada.
La tradizione remota, di segno devoto e popolare,
attribuisce all'opera degli angeli il trasporto della Casa di Nazaret,
mentre studi recenti, leggendo la tradizione, a così dire,
in "filigrana", propongono l'ipotesi di un trasporto per
iniziativa umana, via mare, con una speciale assistenza
dall'alto.
La questione lauretana
È ben nota la "questione lauretana" che ha visto nel tempo
gli
studiosi contrapposti su due fronti: alcuni hanno messo in
dubbio
l'autenticità della traslazione della Santa Casa, altri
l'hanno difesa
tout-court,
compreso il particolare del "ministero angelico". La
querelle,
condotta con metodo storiografico, verteva soprattutto sul
valore delle fonti scritte che, in effetti, risultavano
tardive
rispetto
all'accadimento
dei fatti,
essendo
le più
antiche,
allora
conosciute, riferibili solo al 1470 circa.
La recente scoperta di nuovi documenti scritti, come la
Historia
di
Giacomo Ricci, redatta nel 1469 circa, e, più ancora, alcuni
versi
del
Rosarium
di S. Caterina da Bologna, stilati nel 1440 e resi noti
solo nel 1994, fanno cadere pesanti pregiudizi e scagionano Pietro
di Giorgio Tolomei,
detto
il
Teramano,
rettore
del
santuario
loretano, di essere l'inventore di "una insulsa storiella"
con la sua
Traslazione miracolosa,
redatta verso il 1470 e ritenuta, fino ai nostri
tempi, il più antico scritto sull'origine nazaretana della
Santa Casa
di Loreto.
Gli scavi a Nazaret e a Loreto
Tuttavia, l'apporto più significativo a una lettura critica
e storicamente fondata della tradizione lauretana è stato dato dalle cosiddette
"fonti
mute",
cioè dal
responso
degli
scavi
archeologici
effettuati a Nazaret tra il 1955 e il 1960 nella chiesa
dell'Annunciazione e a Loreto tra il 1962 e il 1965 nel sottosuolo
della Santa
Casa, oltre
che
da studi specifici sulla
struttura
edilizia della "Camera"
lauretana, raccordata con la Grotta nazaretana. Le indagini
archeologiche e la tradizione si illuminano a vicenda con
reciproche
conferme. E aiutano a ricostruire la storia della Casa di
Maria.
A Nazaret gli scavi hanno appurato che l'abitazione della Vergine, ![]()
come le altre del luogo, era costituita da una Grotta
scavata nella
roccia, luogo di deposito, e da una Casa in muratura
antistante e
leggermente sovrastante, luogo della vita quotidiana, oltre che da
altre piccole
strutture
sussidiarie.
Gli scavi hanno confermato nella sostanza ciò che narra la
tradizione
lauretana
e, cioè, che i discepoli di Gesù trasformarono la
Casa di Maria in
chiesa.
Dalle indagini archeologiche, infatti, è
emerso che nel III secolo i giudeo-cristiani, anzi, forse gli
stessi "parenti del Signore",
adattarono
l'abitazione di Maria a luogo di
culto,
costruendovi
sopra
una
chiesa in stile sinagogale, di cui
sono venuti alla luce interessanti resti cultuali. Gli scavi
sono stati
effettuati sotto la direzione del p. Bellarmino Bagatti.
Nel secolo V i cristiani bizantsostituitisi
anche
a Nazaret ai
giudeo-cristiani, abbatterono la chiesa-sinagoga ed
edificarono un
più ampio edificio sacro sopra l'abitazione della Madonna.
Nell'XI
secolo, infine, i crociati francesi demolirono la basilica
bizantina
ed edificarono una più ampia chiesa proteggendo la
santa
dimora
in
una
cripta.
Questa
attenzione nei riguardi dell'abitazione di
Maria attraverso i secoli spiega anche la sua possibile conservazione,
perché un edificio, anche se fragile, custodito dentro un
altro
edificio, non essendo soggetto all'erosione degli agenti
atmosferici,
sfida i secoli. Ne è una riprova la
stessa
Santa
Casa di Loreto
che, protetta dentro altri edifici fin dagli inizi del
secolo XIV, dopo sette secoli non ha fatto una crepa.
A Loreto gli scavi archeologici, condotti sotto la direzione
del prof.
Nereo Alfieri, hanno confermato alcuni elementi della
tradizione
in modo inatteso. Questa asserisce che la Santa Casa non ha
fondamenta proprie, poggia
su
una
pubblica
strada
e fu protetta dai
recanatesi con un muro per tutta l'altezza e la lunghezza.
Ebbene,
le indagini archeologiche hanno verificato tutti e tre questi singolari
fenomeni edilizi. In più,
hanno
individuato
alcune
opere di
difesa con archetti di controripa sul cedevole lato nord e
una fascia
di sottomurazione inserita più tardi dall'esterno. Tutto
ciò attesta
un'attenzione archeologica
ante litteram
verso il sacello che non si
spiegherebbe se quei muri non fossero stati considerati fin
dall'inizio vere "reliquie".
Infine, gli scavi loretani hanno
appurato
che il nucleo originario
della Santa Casa è costituito da tre sole pareti (è esclusa
la parete
est dove sorge l'altare, che a Nazaret non esisteva perché è
la parte
che dava sulla bocca della Grotta), e che delle tre pareti
le sezioni
inferiori sono in pietra, mentre le sezioni
sovrastanti, costruite in un secondo momento, sono in mattoni locali.
La
struttura edilizia
Ulteriori studi sulla
struttura edilizia della Santa Casa hanno messo in evidenza che questa, in ambito costruttivo marchigiano, risulta
un coacervo di assurdità: non ha fondamenta proprie, contro
tutti gli usi del luogo; ha stranamente una parte in
pietre,

La S. Casa di Loreto, interno, con l'altare e
l'iconostasi
non usa
te nella zona per mancanza di cave lapidee, e una parte
aggiunta in mattoni, gli unici materiali disponibili
in loco;
poggia su una
pubblica strada, contro tutte le disposizioni comunali
dell'epoca;
ha l'unica porta originaria sul lato nord, esposta a tutte
le intemperie, e l'unica finestra a ovest, aperta a una limitata illuminazione,
contro i più elementari accorgimenti dei costruttori locali.
Se invece la Casa di Loreto viene idealmente ritraslata a
Nazaret,
tutte queste anomalie edilizie scompaiono e il manufatto
loretano ben si raccorda con la Grotta
nazaretana nelle sue varie parti. Inoltre, studi sulla
finitura della superficie delle pietre di Loreto
hanno chiarito che esse appaiono lavorate secondo una particolare
tecnica usata dai nabatei - un popolo confinante con gli
ebrei - e diffusa anche in Palestina. Questi interessanti
studi sull'edilizia
della Santa Casa si devono all'ingegnere architetto Nanni
Monelli.
I graffiti
Infine, una specifica indagine sui graffiti leggibili
ancora in molte
pietre della Santa Casa di Loreto rivela che essi sono molto
simili a
quelli riscontrabili anche in Terra Santa e, in special
modo, a
Nazaret, compresi gli esemplari riferibili ai giudeo
cristiani del II‑
V secolo. È stata decifrata anche una scritta in caratteri
greci
sincopati con due lettere ebraiche contigue (un
lamed
e un
waw),
la quale, tradotta, dice: "O Gesù Cristo, Figlio di Dio". Un'identica
invocazione si legge nella cosiddetta Grotticella di Conone,
a
Nazaret, vicino alla Grotta santa. Ne deriva la fondata
ipotesi che diverse pietre siano state graffite a Nazaret e poi
trasportate a Loreto, ciò che conferma l'antica tradizione.
Insomma, le pietre hanno un loro linguaggio, muto certo, ma,
una volta decodificato, in grado di gettar luce sull'origine
della Santa Casa.
Perché a Loreto
C'è sempre comunque chi si chiede perché mai la "Camera"
nazaretana di Maria sia stata trasportata proprio a Loreto e
non
altrove. Già gli antichi storici, fin dal secolo XVI,
evidenziavano
come la Casa fosse passata, per provvidenziale disegno,
dalla terra
di Cristo alla terra del vicario di Cristo, cioè nell'antico Stato della
Chiesa.
Potrebbe esserci anche una ragione di carattere contingente.
È
noto che la traslazione, secondo i dati della tradizione,
avvenne il
10 dicembre del 1294, quando era papa Celestino V. Questi,
incoronato
pontefice a L'Aquila il 5 luglio 1294 per volontà di Carlo
II d'Angiò e trasferitosi poi a Napoli, il 13 dicembre
successivo rinunciò al pontificato. Non mise mai piede a
Roma.
Ora, risulta che a Roma lo sostituiva in qualità di
Vicarius
Urbis
(Vicario del papa) Salvo, vescovo di Recanati. Salvo era
stato nominato
Vicarius Urbis
da Nicolò IV nel 1291 e svolse quell'ufficio
fino al 1296.
Il
Vicarius Urbis,
come è noto, durante le assenze dei pontefici da Roma, esercitava un potere giuridico
in spiritualibus
(indulgenze, reliquie, ecc.). Vien da supporre allora che
Salvo, vescovo di
Recanati, dovendo destinare a nome del papa, le "sante pietre" di
una reliquia così insigne, qual è la Santa Casa, abbia
pensato al
territorio della sua diocesi e le abbia fatte approdare al
suo Porto,
attivo già fin dal 1229 per concessione dell'imperatore
Federico II.
Gli angeli
In questo discorso si può inserire quanto Giuseppe Lapponi,
archiatra pontificio, confidava in segreto al vescovo di
Digione
mons. Landrieux il 17 maggio 1900: di aver scoperto, cioè,
alcuni
documenti negli archivi vaticani, secondo i quali, una
nobile famiglia
bizantina di nome Angeli, discendente dagli imperatori di
Costantinopoli, nel secolo XIII, salvò i "materiali" della
Casa della Madonna dalle devastazioni musulmane e li fece trasportare
a Loreto per ricostruirvi l'attuale sacello.
La notizia ha un'implicita conferma nel foglio 181 del
cosiddetto
Chartularium Culisanense,
pubblicato di recente (1985), dove si par-la
delle "sante pietre portate via dalla Casa della Nostra
Signora la
Madre di Dio" e di una icona raffigurante la Madonna con il
Bambino in grembo. Sono gli elementi costitutivi del
santuario di
Loreto: le pietre della Casa di Maria e una tavola dipinta
con l'immagine della Madonna e del Bambino, esistente già
agli inizi del sec. XIV nel sacello e poi sostituita con una
statua lignea.
Le "sante pietre" nel settembre-ottobre 1294 passarono da
Niceforo Angeli, despota dell'Epiro, a Filippo d'Angiò, figlio
del
re di
Napoli Carlo II, quale dote nuziale di Ithamar (o
Margherita),
Angeli, figlia di Niceforo. Si noti la corrispondenza
cronologica: il
matrimonio tra Filippo e Ithamar avviene nel
settembre-ottobre
1294 e la tradizione lauretana indica il 10 dicembre 1294
quale data dell'arrivo della Santa Casa nelle
Marce.
Un implicito collegamento con la famiglia Angeli dell'Epiro
si ha
in due monete rinvenute nel sottosuolo della Santa Casa (una
nella
fascia di sottomurazione), le uniche databili, tra le
centinaia ivi rinvenute, all'epoca della traslazione. Si
riferiscono a Guy de la
Roche, duca del feudo francese di Atene dal 1285 al 1308.
Guy era
figlio di Elena Angeli, nipote di Niceforo e cugina di
Ithamar. Ora
è noto che spesso, nei secoli passati, le monete inserite
nelle fondazioni
degli edifici, soprattutto sacri, stavano a indicare l'epoca
della loro costruzione e talora anche i protagonisti della
stessa; in
questo caso della famiglia Angeli dell'Epiro-Tessaglia,
discendente
dagli imperatori di Costantinopoli, alla quale appartenevano
tanto Ithamar, figlia di Niceforo, desposta dell'Epiro,
quanto Elena, figlia di Giovanni, sebastocratore della
Tessaglia, e madre di Guy de La Roche.
Altri indizi
Altri reperti archeologici appaiono significativi per far
luce sulle
origini della Santa Casa. Anzitutto cinque piccole croci di
stoffa
rossa, tipiche dei cavalieri crociati, più che di altri
pellegrini (i cosiddetti
"bianchi"), rinvenute in una cavità sotto la "Finestra
del-l' Angelo". Esse ci riportano all'epoca delle crociate,
quando avvenne la traslazione. Interessanti sono anche i
resti di un uovo di struzzo, ritrovati nella stessa cavità.
Lo struzzo ci riconduce
all'Oriente e, in special modo, alla
Palestina, dove prosperava e
prospera, mentre è sconosciuto nelle Marche. E l'uovo (che talvolta
ornava le chiese in Terra Santa al tempo dei crociati)
richiama una simbologia cara ai medievali.
Essi immaginavano che l'uovo di struzzo, deposto dalla
femmina
sulla sabbia, fosse fecondato dal sole che faceva venire alla luce il
piccolo struzzo. E così, per analogia, lo assumevano a
simbolo del
Verbo, fatto uomo nel grembo di Maria, come "fecondata" dal sole
dello Spirito Santo.
Si
tratta
di "incastri" suggestivi di diversi tasselli, che ricondu
cono spesso alla
stessa tradizione
lauretana, anche se questa va letta con vigile senso critico.
Non si deve ignorare che qualche studioso anche oggi trova
difficoltà
ad accogliere la sostanza storica del traslazione della
Santa
Casa. Qualcuno fa rientrare la relazione del Teramano nel
contesto
dei cosiddetti "racconti di fondazione" dei
santuari,
accentuando-ne
gli elementi dell'immaginario collettivo e delle ierofanie,
e relegando,
in tal modo, il fatto della traslazione angelica e, al
limite, la
stessa tradizione
lauretana nell'ambito dei miti. Proposte del genere vanno incontro a serie
obiezioni di vario genere.
Esse non
riescono a
spiegare
la vera origine del
santuario di
Loreto, né tanto meno a dare ragione del suo eccezionale
sviluppo,
accompagnato da un imponente apparato monumentale, con eccelse opere d'arte, che costituiscono indubbiamente la
glorificazione
della Casa della Madonna,
trasportata, secondo la tradizione, da Nazaret a Loreto.
I
MESSAGGI DELLA SANTA CASA "RELIQUIA E ICONA"
Giovanni Paolo II nella
Lettera
per il VII Centenario
lauretano,
indirizzata a mons. Pasquale Macchi, arcivescovo di Loreto,
il 15
agosto
1993,
ha
scritto: "La S.
Casa di Loreto non è solo
una
reliquia,
ma anche una preziosa
icona
concreta". È
reliquia
perché è "resto", cioè
parte
superstite
della
dimora
nazaretana
di Maria. È
icona
perché si fa
specchio
che riflette
ineffabili verità di fede e rifrange luce su alti valori di
vita cristiana.
Per questo "la S. Casa di Loreto" è il "primo
santuario
di
portata
internazionale dedicato alla Vergine". Vengono qui richiamati i messaggi biblico-teologici del ricco magistero-lauretano
di alcuni papi, in primo luogo di Giovanni Paolo II.
Culla dell'Immacolata
La Casa nazaretana venerata a Loreto è identificata dalla
tradizione
con quella in cui "la Vergine Maria nacque e fu educata e
poi
salutata dall'angelo Gabriele" (Teramano). Lo ha ribadito
anche
Giulio II nel 1507 e, in seguito, numerosi pontefici.
Dimora del Verbo Incarnato
La S. Casa è il santuario dell'Incarnazione. È questo il
mistero di
cui
essa
fa quotidiana e orante memoria. È questo il mistero che teologicamente la caratterizza e la qualifica.
Scrive Giovanni Paolo nella
Lettera
per il VII Centenario: «La S. Casa di Loreto è 'icona'
non di
astratte
verità, ma di un evento e di un
mistero:
l'Incarnazione del Verbo.
È sempre con
profonda commozione che, entrando nel venerato sacello, si
leggono
le parole poste sopra l'altare: 'Hic Verbum caro factum
est':
Qui il Verbo si è fatto carne.
L'Incarnazione, che si riscopre
dentro
codeste sacre mura, riacquista di colpo il suo genuino
significato
biblico».
"Cenacolo" dello Spirito Santo
La Vergine Maria nella
sua Casa di Nazaret ha concepito il Figlio
di Dio per
opera
dello
Spirito
Santo
(Lc
1, 13). Così sviluppa
questo aspetto Giovanni Paolo II nella
Lettera
per il VII Centenario:
«E dove si potrebbe parlare con più efficacia del ruolo
dello Spirito
Santo, 'datore di vita', se non nel Santuario lauretano,
che
ricorda
il
momento
e il luogo in cui Egli compì la
suprema delle
sue
operazioni 'vivificanti' dando vita, nel seno di Maria,
all'umanità
del Salvatore?».

![]()
Raffaele
da Montelupo, La Natività di Maria nella Casa di Nazaret,
Rivestimento marmoreo.
Tabernacolo della Santissima Trinità
Nell'annuncio dell'angelo a Maria sono chiamate in
causa
le tre
Persone della
Santissima
Trinità: Dio Padre ("l'Altissimo"), Dio Figlio e Dio Spirito Santo.
Casa dell'avvento
Maria nella
sua
dimora
nazaretana,
in un prolungato "avvento",
attese la nascita del Figlio nel silenzio e nella
contemplazione del
mistero.
La Casa di tutti i figli adottivi di Dio
È un motivo teologico caro al magistero di Giovanni Paolo
II che vi
è tornato più di una volta.
«La Casa del Figlio dell'uomo è la
casa
universale di
tutti
i figli
adottivi di Dio. La storia di ogni uomo, in un certo senso,
passa
attraverso quella casa. La storia dell'intera umanità in
quella casa
riannoda le sue fila. La Chiesa che è in Italia, alla quale
la Provvi
denza
ha legato il santuario della S. Casa di Nazaret, ritrova lì
una
viva memoria del mistero dell'Incarnazione, grazie al quale
ogni
uomo è chiamato alla dignità di figlio di Dio».
La "Casa comune" dei giovani
La Casa di Nazaret ha accolto Gesù, che ivi ha trascorso
l'infanzia,
l'adolescenza e la giovinezza.
Essa
è punto privilegiato di riferimento
per i giovani cristiani.
In occasione del Pellegrinaggio dei giovani
d'Europa,
Giovanni
Paolo II, nel messaggio del 9 settembre 1995, ha detto loro:
«Da Loreto
questa
sera abbiamo compiuto un singolare pellegrinaggio
dall'Atlantico agli Urali, in ogni angolo del
Continente,
dovunque
si trovano giovani in cerca di
una
"casa comune". A
tutti dico: ecco la vostra Casa, la Casa di Cristo e di
Maria, la Casa
di Dio e dell'uomo»!
La Casa del
sì
di Maria e del
sì
delle persone consacrate
Questo aspetto è stato messo in evidenza da Giovanni Paolo
II nei
suoi vari interventi mariano-lauretani, in special modo
nella
Lettera
per il VII Centenario Lauretano.
«La S. Casa ricorda in pari modo anche la grandezza
della vocazione alla vita
consacrata
e alla verginità per il Regno, la quale
ebbe qui la gloriosa inaugurazione nella persona di Maria,
Vergine e Madre».
Santuario della riconciliazione
A Loreto giungono innumerevoli pellegrini per
riconciliarsi con
Dio e con i fratelli nel sacramento della confessione,
sperimentando
la dolcezza ineffabile del perdono e della grazia.
"Prima chiesa domestica della storia"
La Santa Casa di Loreto fa riferimento di per sè, in primo
luogo, al
mistero dell'Incarnazione, perché lì è avvenuto l'annuncio
angelico a Maria. È considerata anche, però, luogo che accolse, almeno
saltuariamente, la Santa Famiglia.

![]()
Giovanni
Paolo II in preghiera nella Santa Casa. 10 dicembre 1994.
Scrive Giovanni Paolo II nella
Lettera
per il VII
Centenario Lauretano:
«Il ricordo della vita
nascosta di Nazaret evoca questioni quanto
mai concrete e vicine all'esperienza di ogni uomo e di ogni
donna.
Esso ridesta il senso della santità della
famiglia,
prospettando di
colpo
tutto
un
mondo di valori, oggi così
minacciati,
quali
la
fedeltà,
il rispetto della vita, l'educazione dei figli, la
preghiera, che
le famiglie cristiane possono riscoprire dentro le pareti
della Santa
Casa, prima ed esemplare 'chiesa domestica' della storia».
Casa della vita
nascosta di Gesù
Nel magistero di Giovanni Paolo II il precedente motivo
trova un
suggestivo approfondimento nell'omelia pronunciata a Loreto
il 10 settembre 1995, davanti a quattrocentomila giovani:«Gesù prese dimora in lei [Maria] come in un tempio
spirituale preparato dal Padre per opera dello Spirito
Santo. È grazie a
Maria che la casa di Nazaret è diventata un simbolo così
straordinario,
essendo lo spazio in cui, dopo il ritorno dall'Egitto, si
è
sviluppata l'umana vicenda del Verbo Incarnato; il luogo in
cui Cristo "cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio
e agli uomini"
(Lc
2, 52)».
Luogo del lavoro santificato
È questo un tema riproposto mirabilmente da Giovanni Paolo
II nella
Lettera
del VII Centenario con queste parole: «Nessuna
considerazione teorica potrà mai esaltare la
dignità del
lavoro umano
quanto il semplice fatto che il Figlio di Dio ha lavorato a Nazaret ed ha voluto essere chiamato 'figlio del
falegname'
(cf.
Mt
13, 55).
Il lavoratore cristiano che ripensa la sua
vocazione
all'ombra della Santa Casa scopre anche un'altra importante
verità:
che il lavoro non solo nobilita l'uomo e lo rende partecipe
dell'opera creatrice di Dio, ma può essere altresì
un'autentica via
per realizzare la propria fondamentale vocazione alla
santità (cf.
Laborem exercens,
24-27)».
Oasi degli infermi
Da sempre la S. Casa di Loreto è stata meta di pellegrini
malati, che hanno invocato dalla Vergine protezione e
guarigione. Dal
1936 vi confluiscono i "treni bianchi" organizzati
dall'Unitalsi e da
consimili associazioni.
La Casa della vedovanza santificata
Su questo
aspetto inedito ma
altamente significativo si
è
soffermato Giovanni Paolo II nel suo discorso rivolto alle
vedove
di Sarajevo, nella basilica di Loreto, il 10 dicembre 1994.
Ecco le sue parole:
«Il
pensiero
va, in
questo
momento,
alla Famiglia di Nazaret.
Grande è il suo fascino! In essa si rispecchia ogni
situazione familiare, anche la vostra. Maria Santissima, infatti, per
quanto possiamo intuire leggendo i Vangeli, ha conosciuto la condizione
della
vedovanza: del suo sposo San Giuseppe, dopo l'episodio di
Gesù dodicenne nel Tempio, non si fa più parola».
La Casa
in cammino
Una strofa dell'inno del VII Centenario Lauretano dice: "È
la Casa
del cammino / da Oriente ad Occidente: / essa è segno della
gente
/ pellegrina verso il ciel".
Così la Casa lauretana diventa segno di protezione per
emigranti ed
esuli, che cambiano patria, come la dimora mariana di
Nazaret. In
special modo, la Madonna di Loreto è Patrona universale dei viaggiatori
in aereo, perché tale l'ha proclamata Benedetto XV nel 1920,
come ricorda anche Giovanni Paolo II nella
Lettera
per il VII Centenario
quando scrive che "la Vergine Lauretana viene ovunque
invocata dai viaggiatori in aereo, in un
abbraccio di pace che unisce idealmente tutti i continenti".
OPERE D’ARTE DEL SANTUARIO
Il Santuario di Loreto non è soltanto un eccezionale
monumento di
storia e di fede, ma anche un prezioso contenitore di opere
d'arte
che spaziano dal secolo XIV, con i lacerti degli affreschi della S.
Casa, fino ai nostri giorni, con le sculture del Manfrini e
del Bodini
(1994). Una vera antologia d'arte sacra che accoglie
capolavori di
architettura, scultura e pittura, con nomi celebri nel
firmamento
dell'arte, e scandisce i ritmi dei gusti, delle maniere e degli orientamenti
di oltre sei secoli.
La S. Casa è il centro generativo e ispirativo dell'intero
patrimonio
artistico del santuario. L'arte a Loreto è un'esaltazione di
Maria e della sua dimora terrena.
Un itinerario pratico per la visita delle opere d'arte del
santuario è
quello che parte da Piazza della Madonna, dove arriva il
visitatore,
e prosegue all'interno della basilica. Di qui il visitatore
può
recarsi subito in S. Casa, fulcro spirituale, e, dopo la
visita dell'interno
e dell'esterno (Rivestimento marmoreo), può osservare la
soprastante
cupola e quindi iniziare la visita delle cappelle
absidali, a partire dalla Cappella del Crocifisso, sul lato
sinistro,
presso la porta del Corridoio d'ingresso. Dopo la visita
delle cappelle
absidali, può proseguire con la visita delle cappelle
laterali, a
partire dalla navata destra (rispetto all'ingresso), e,
attraversata la
basilica e osservate le cappelle della navata sinistra, può
portarsi
all'Atrio della Sagrestia e al Tesoro e di qui uscire
attraverso il Corridoio, dove può ammirare altri oggetti
d'arte.
La Piantina allegata può facilitare il percorso dalla
Piazza della Madonna all'interno della basilica, fino
all'uscita.
Piazza della Madonna
È delimitata a est dalla facciata della basilica, a nord e
a ovest dal
Palazzo Apostolico e a sud dal Palazzo Illirico, ed è
abbellita da una Fontana posta al centro e da un Campanile sul lato
sinistro.

![]()
Piazza
della Madonna
La basilica
Iniziata nel 1469 in stile tardo-gotico, probabilmente su
un progetto
di Marino di Marco Cedrino, fu completata nel 1587 con la
facciata in stile tardo-rinascimentale. Nel 1468 il vescovo di Recanati Nicolò delle Aste decise la
costruzione
dell'attuale tempio, iniziato nell'anno successivo. Morto il
vescovo
nel 1469, prese a cuore i lavori il pontefice Paolo II che
nel 1464, ancora cardinale, era stato
prodigiosamente guarito in S. Casa.

Veduta
della Basilica dalla parte delle absidi
La cupola
Fu costruita nella parte del tamburo ottagonale, sino al
cornicione, da Giuliano da Maiano e fu voltata da Giuliano
da Sangallo in soli otto mesi, dal settembre 1499 al maggio
1500.
La facciata
Fu progettata e iniziata da Giovanni Boccalini nel 1571,
portata avanti, a partire dal cornicione inferiore, da
Giovan B. Ghioldi e terminata nel 1587 da Lattanzio Ventura,
sotto Sisto V, il cui nome è scritto nel cornicione
superiore.
Le porte di bronzo
I tre portali in bronzo che abbelliscono la facciata della
basilica furono voluti dal cardinale Antonio Maria Gallo,
protettore del santuario
(1587-1620), in vista del giubileo dell'anno 1600.
Nell'intenzione
della committenza i soggetti biblici ivi raffigurati sono
intesi ad accompagnare
spiritualmente il pellegrino alla contemplazione del mistero dell'Incarnazione, di cui fa memoria la S. Casa. Le
tre porte sono state lavorate nella fonderia di Recanati e
hanno subito un recente restauro ad opera della ditta Morigi
(1988-1992).
Porta centrale
Fu lavorata da Antonio di Girolamo Lombardo, con la
collaborazione dei fratelli Pietro, Paolo e Giacomo.
Iniziata nel 1590 fu terminata nel 1610.

I due bracci del Palazzo Apostolico: nord e
ovest.
Porta destra
Fu commissionata ad Antonio Calcagni nel 1590 che la ideò e
in
gran parte la modellò. Dopo la sua morte (1593) fu portata a
termine
nell'anno 1600 dal nipote Tarquinio Jacometti e da
Sebastiano Sebastiani, i quali rielaborarono e integrarono
il progetto iniziale.
Porta sinistra
Fu commissionata nel 1590 a Tiburzio Vergelli che si
avvalse della
collaborazione di Giovan B. Vitali e la portò a termine nel
1596.
Monumento a Sisto V
Sul lato sinistro del sagrato si scorge la Statua a Sisto
V, opera eseguita nel 1587 da Antonio Calcagni con la
collaborazione di Tiburzio Vergelli. Fu eretta a spese della
Provincia della Marca e di otto prelati piceni creati
cardinali da Sisto V.
Palazzo Apostolico
Si apre davanti alla facciata della basilica, a due piani,
con due lati,
uno più lungo, a nord, e uno più breve, a ovest. Qualche
studioso ritiene che sia stato iniziato nel 1498 su disegno
di Giuliano da Sangallo o di Francesco di Giorgio Martini.
In effetti l'ideazione
del Palazzo si deve a Donato Bramante, inviato a Loreto da
Giulio
H con l'incarico di "disegnare molte opere".
Palazzo Illirico
Si eleva sul lato sud. È una decorosa costruzione in
laterizio, ridotta alle forme attuali nel 1831-1835
dall'architetto Giuseppe Marini.
La Fontana
Al centro della Piazza si eleva un'artistica
Fontana,
opera del celebre
Carlo Maderno e dello zio Giovanni Fontana che la realizzarono tra il 1604 e il 1614. Ornano la Fontana alcune
sculture in bronzo, lavorate da Tarquinio e Pietro Paolo
Jacometti nel 1622.
Campanile
Il disegno si deve a Luigi Vanvitelli, celebre architetto,
autore
della ben nota Reggia di Caserta. I lavori iniziarono nel
1750 e si
conclusero nel 1755, sotto la sorveglianza di Pietro
Bernasconi. Il Campanile ospita nove campane, fra le quali
merita di essere menzionata quella denominata
Loreta,
opera di Bernardino da Rimini (1515). Ha un diametro di 184
cm. e pesa 73 quintali.

Campanile, cupola e parte superiore della
facciata della Basilica.
LA
SANTA CASA
È il centro nativo e ispirativo della spiritualità e
dell'arte del santuario.
Il visitatore può
portarsi
direttamente
dal
sagrato
della
basilica in S. Casa, che si eleva, come su un'ara, nel
presbiterio, al di sotto della cupola. Prima può
visitare l'interno, con rispetto e
devozione, perché questo è luogo di preghiera e di
silenzio, e poi
l'esterno, ossia il Rivestimento marmoreo.
Interno della Santa Casa
La S. Casa, nel suo nucleo originario, è costituita da sole
tre pareti,
perché la parte dove sorge l'altare dava, a Nazaret, sulla
bocca della
Grotta e, quindi, non esisteva come muro. Delle tre pareti
originarie
le sezioni inferiori, per quasi tre metri di altezza, sono
costituite
prevalentemente da filari di pietre, per lo più arenarie,
rintracciabili
a Nazaret, e le sezioni superiori - aggiunte
successivamente e, quindi
spurie - sono in mattoni locali, gli unici materiali edilizi
usati

Il rivestimento marmoreo della Santa Casa
nella zona. Alcune pietre risultano rifinite esternamente con tecnica che richiama quella dei nabatei, diffusa in epoca romana anche in Palestina. Vi sono stati individuati una sessantina di graffiti, molti dei quali giudicati dagli esperti simili a quelli giudeo-cristiani di epoca remota, esistenti in Terra Santa, compresa Nazaret.

Interno della Santa Casa

La statua della Madonna rivestita della
tradizionale dalmatica, nella sua nicchia in Santa Casa
Le sezioni
superiori delle
pareti, di minor valore storico e devozionale, nel secolo XIV
furono coperte da dipinti a fresco,
mentre le sottostanti sezioni in pietra furono lasciate a
vista, esposte
alla venerazione dei fedeli.
![]()
Il
Crocifisso
dipinto su legno, sopra la cosiddetta finestra dell'Angelo,
assegnato
alla fine del sec. XIII, secondo alcuni è di cultura
spoletina e secondo altri
rivelerebbe segni della maniera di Giunta Pisano.
La
Statua della
Madonna,
scolpita su legno di un cedro del Libano
dei Giardini Vaticani, sostituisce quella del sec. XIV,
andata di-strutta in un incendio scoppiato in S. Casa nel
1921. È stata fatta scolpire da Pio XI che nel 1922 la
incoronò in Vaticano e la fece trasportare solennemente a
Loreto. Fu modellata da Enrico Quattrini ed eseguita e
dipinta da Leopoldo Celani che le conferì una tonalità
troppo scura rispetto a quella dell'originale.

Floriano Bodini, II nuovo altare maggiore con
il relativo arredo liturgico.
Rivestimento marmoreo
Dalla S. Casa si esce per la porta di sinistra, a nord.
Subito si può
iniziare la visita del Rivestimento marmoreo, che
sostituisce
l'antico muro dei recanatesi costruito agli inizi del sec. XIV per proteggere
la S.
Casa.
t
stato
voluto da Giulio II che nel
1507
inviò a
Loreto Donato Bramante con il compito di compiervi "cose
magne
e... per disegnare molte opere". I lavori iniziarono nel 1511, sotto
la direzione di Giovan Cristoforo Romano, dopo che
il fiorentino
Antonio Pellegrini, su incarico e su disegno del Bramante, aveva
approntato
il modello ligneo su scala. Dal
1513
al 1527
diresse
l'impresa
Andrea Contucci, detto il Sansovino. I lavori ripresero nel 1531, dopo un'interruzione dovuta al sacco di Roma
(1527),
sotto la direzione di Rinieri Nerucci. Nella fase finale
essi passarono
alla direzione di Antonio da Sangallo il Giovane. L'opera fu
conclusa nel 1538. Successivamente
furono collocate nelle nicchie le
statue
delle Sibille e dei Profeti.
![]()
Qui il
Bramante
ha
inteso
celebrare
la Madre del
Salvatore,
vaticinato dalle dieci
Sibille,
scolpite dai fratelli Della Porta (1570-1572),
preannunciato dai dieci
Profeti,
scolpiti dai fratelli Lombardo
(1540-1570),
e figurato con la Madre nelle "storie" del dado marmoreo,
secondo
questa
successione,
a partire dalla
parete
nord:
Natività di Maria
di B. Bandinelli e R. Montelupo;
Sposalizio
di A.
Sansovino
e N. Tribolò;
Annunciazione
di A. Sansovino e,
sotto,
Visitazione
di R. Montelupo e
Censimento
di F. da Sangallo;
Natale
di A. Sansovino;
Adorazione dei magi
di R. Montelupo;
Tran-sito
della Vergine
di D. D'Aima. A sè stante è la
Traslazione
di F. da
Sangallo e N. Tribolo.
Nei secoli
passati
il Rivestimento destò universale ammirazione.
Giorgio Vasari, in visita a Loreto nel 1566, lasciò scritto
che la S. Casa
"non poteva, quanto al mondo, ricevere maggiore né più ricco
orna-mento",
superiore
alle "più preziose gemme orientali". Michel
Montaigne, pellegrino alla S. Casa nel 1581, annotò: "Non è
facile
vedere opere più rare ed eccellenti". Torquato Tasso, a
Loreto nel
1587, richiamò poeticamente per le sculture "i magisteri e
l'opere di
Fidia". E Antonio Canova inviava i suoi discepoli a Loreto
per studia-re questo monumento, asserendo
che vi
è "quasi tutto".
Caduto in un inspiegabile oblio, da alcuni anni è ritornato
all'attenzione degli studiosi che giustamente lo considerano, oltre che
"la massima impresa plastica del pieno Rinascimento", "uno
straordinario
esempio di lavoro di gruppo, quasi l'antitesi del sommo
principio dell'unità nell'unico, personificato da
Michelangelo" (R. Lunardi, 1983). E nel lavoro di gruppo si
coglie anche il senso dell'emulazione, tipica degli artisti
dell'umanesimo-rinascimento. Nel presbiterio, sulla parete
destra, è stato collocato il pregevole
Ciborio
marmoreo finemente scolpito da Aurelio Lombardo verso il
1542, con l'Eterno in alto e due angeli adoranti in basso.
La porticina argentea, ornata da cornice indorata, è stata
eseguita su disegno di Floriano Bodini dall'orafo varesino
Somaini (1994).
L 'Altare maggiore,
con il relativo arredo liturgico, è
opera di Floriano
Bodini che, sul davanti, vi ha figurato la Vergine Lauretana
con il Bambino e due angeli, nel gesto di accogliere i pellegrini
alla sua
Casa. L'altare è stato donato da Giovanni Paolo II, a ricordo del VII
Centenario Lauretano, mentre
l'ambone è
dono delle diocesi di Monaco e Passau, il
leggio
di mons. Pasquale Macchi, in memoria di
Paolo VI, e la
sede
con i due scanni dell'Unitalsi. Il complesso è stato
inaugurato da Giovanni Paolo II il 10 dicembre 1994, nella
cerimonia di apertura del VII Centenario della
S. Casa.
Da questa posizione si può iniziare la visita delle
decorazioni della soprastante cupola per passare poi alle cappelle absidali e a quelle
laterali.
Cupola
È stata elevata fino al tamburo da Giuliano da Maiano e
voltata
nella calotta da Giuliano da Sangallo (1499-1500). Tra il
1610 e il
1615 fu affrescata da Cristoforo Roncalli, detto il
Pomarancio, con una "gloria celeste" calata
nell'ampio invaso. Deperiti quegli affreschi e staccate alcune loro porzioni da O. Ottaviani
(1888-1890),
la cupola fu nuovamente dipinta da Cesare Maccari. Questi,
dal 1890 al 1895 affrescò la calotta con simboli e
figurazioni delle
Litanie Lauretane,
e dal 1895 al 1907 dipinse le pareti del tamburo con
grandiose scene della
Storia del domma dell'Immacolata,
decorando anche i contigui sottarchi e arcate con episodi devozionali e
con immagini di santi e di pontefici. I lavori sono stati
finanziati
con le offerte dei fedeli italiani, sollecitate e raccolte
dalla Congregazione Universale della S. Casa, tramite il suo solerte
direttore p.
Pietro da Malaga.
Questo ciclo pittorico del Maccari è considerato il più grandioso e
significativo in arte sacra di tutta Europa per il periodo a
cavallo tra Otto e Novecento. L'opera resta
sostanzialmente fedele alla prima
educazione purista del pittore e si rivela attenta a
sollecitazioni neo-rinascimentali.
È improntata da un lato a un evidente verismo storico,
che traluce soprattutto nelle scene del tamburo, e
dall'altro è animata da un senso vivo per l'allegoria e per
il simbolo di segno
iconografico. Vi si nota anche un gusto spiccato per la
monumentalità,
per il decorativismo e per la teatralità, che consentono al
pittore
di cimentarsi su enormi spazi, con scene assiepate e mosse,
condotte
con grande maestria tecnica di affresco e con sicurezza di
disegno.
La visita può proseguire nelle cappelle absidali, a
cominciare da
quella del Crocifisso sul lato sinistro, presso la porta
del corridoio
d'ingresso, per passare a quella Francese, Slava, Americana,
Tedesca, Polacca, Sagrestia di S. Giovanni, Duchi d'Urbino,
Spagnola, Svizzera e Sagrestia di S. Marco.

La cupola affrescata da Cesare Maccari, dopo i restauri del
1984-1994.
Cappella del Crocifisso
Nel mezzo si ammira un
Crocifisso
scolpito su legno da fra Innocenzo da Petralia nel 1637 e donato al santuario da una
confraternita
nel secolo XVIII. Gli affreschi e le decorazioni sono di
Biagio Biagetti di Portorecanati che li eseguì nel
1928-1932, su commissione della Congregazione Universale.
Raffigurano scene della
Passione di Gesù.
Questi affreschi sono giudicati dalla
critica il capolavoro del
Biagetti che qui, liberatosi ormai da tempo dalla lezione stringente
del Seitz, suo maestro, si muove in clima novecentista e
dimostra
di aver avvertito l'influsso della tecnica divisionistica, specie negli
esiti luministici, e sembra attento anche agli orientamenti
di un tardo previatismo di specie monumentale.
Cappella Francese o del Sacramento
È stata decorata con le offerte dei cattolici francesi per
interessa-mento della Congregazione Universale. Charles
Lameire dal 1896
al 1903 ha dipinto a fresco il
Trionfo della croce
e
Santi francesi
nella
volta e ha raffigurato scene di
Crociati francesi
(sinistra) e di
S. Luigi
IX
(destra e di fronte) a Nazaret su tre tele applicate a muro.
Il ciclo pittorico del Lameire rivela tonalità moderate,
dai tocchi raffinati, e un gusto decorativo quasi da arazzo.
Palesa anche una
spiccata
capacità
dell'artista
di unificare in sintesi spazio
architettonico e spazio pittorico. Tutto ciò genera
semplicità narrativa
e recettività della storia, con figure linearmente distese,
senza spessore. Il Lameire qui si apre
anche al movimento simbolista, il cui influsso è ravvisabile
nel Trionfo della Croce e nelle due grandi scene
delle pareti.
Cappella Slava
o
dei Santi Cirillo e Metodio
Fu fatta decorare dalla Congregazione Universale con i
contributi dei fedeli soprattutto croati. Gli affreschi, con
scene della vita dei santi fratelli Cirillo (827-869)
e Metodio (825-885), apostoli dei popoli
slavi, si devono a Biagio Biagetti che li eseguì nel
1912-1913. Il Trittico dell'altare è opera
di Stanislao De Witten (1897). A questa immagine della
Vergine con il Bambino Leone XIII diede il titolo di "Madre
nostra".
In questi affreschi il Biagetti resta legato alla lezione
puristica del
maestro Ludovico Seitz mostrando una spiccata predilezione
classicistica verso modelli quattro-cinquecenteschi,
devotamente sentiti. Ciò comunque non gli impedisce di entrare nello spirito degli
avvenimenti rappresentati e di esprimere una personale
capacità interpretativa.
Sagrestia di S. Luca
Vi si accede attraverso una elaborata porta lignea,
attribuita a Giuliano da Maiano, impreziosita da un
artistico portale che reca alla sommità una
terracotta rafigurante S. Luca, l'uno e l'altra
assegnati a Benedetto da Maiano (1481). All'interno si
ammirano gli Armadi finemente intarsiati da artefici
fiorentini nel 1516-1517.
Più avanti, all'ingresso della Cappella Americana, sulla
parete sinistra
si ammira il
Monumento al cardinale Bonaccorsi. È stato
eseguito verso il
1678 da Antonio Raggi il
Vecchio in squisite forme berniniane.
Cappella
dell'Assunta
o
Americana
Fu decorata con le offerte dei cattolici americani di
lingua inglese,
per iniziativa della Congregazione Universale, da Beppe
Steffanina negli anni 1953-1970, con scene relative a
Maria Regina
(volta), alla
Proclamazione del domma dell'Assunta
(parete sinistra) e
alla
Glorificazione della Vergine Lauretana, patrona universale
del-l'aviazione
(parete destra).
Cappella
del Coro o Tedesca
È stata decorata con le offerte dei cattolici di lingua
tedesca, per
iniziativa della Congregazione Universale nel VI Centenario
della
Traslazione. Gli affreschi si devono a Ludovico Seitz che
li eseguì
negli anni 1892-1902. Nelle lunette delle pareti egli ha
dipinto
personaggi biblici
prefiguranti la Madonna; nella vetrata, eseguita da
Francesco Moretti, ha effigiato
l'Immacolata;
nella parete destra,
Maria Vergine e Maria Madre di Dio;
nella parete sinistra,
Maria compaziente,
con scene della Passione, e
Maria Mediatrice;
nello spicco centrale della volta,
l'Incoronazione.
Il ciclo pittorico del Seitz è considerato la summa
e il vertice della sua vasta opera. Qui egli manifesta il suo convinto
purismo che
si alimenta di modelli quattrocenteschi italiani (Vivarini,
Gentile
da Fabriano e i fratelli Salimbeni) e tedeschi (Van der
Groes,
Griinewald e Diirer). I modelli però sono ormai filtrati e
interpretati
da un sentire nuovo e animati da un costante e amoroso
studio
del "vero", in "presa diretta" di persone e ambienti del
luogo. Per l'eletto sentimento religioso, sostanziato da
forti contenuti, e per l'alta vocazione e abilità artistica,
il pittore è in grado di ridurre a unità di linguaggio
quelle esperienze, attingendo esiti di originalità e
compiendo un capolavoro di arte sacra.
Cappella del Sacro Cuore o Polacca
Fu decorata da Arturo Gatti negli anni 19 12-1939 per
incarico della
Congregazione Universale con le offerte dei cattolici
polacchi. Nel
catino il pittore ha raffigurato
Maria Regina della Polonia,
nella parete destra la
Vittoria di Sobieski a Vienna contro
i turchi
(1683) e
nella parete sinistra il
Miracolo della Vistola,
o battaglia di Varsavia
contro i bolscevichi (1920). Anche il
trittico con le immagini del Sacro
Cuore e di santi polacchi
è opera del Gatti (1950). Il Gatti, loretano, devoto
discepolo del Maccari, resta fedele in questo ciclo ai
canoni della pittura storico-celebrativa del tempo, con
aperture all'esperienza simbolista da Hodler a Fabry. Vi si
avverte uno studio assiduo dei modelli settecenteschi
italiani illustranti episodi di storia e degli autori
polacchi che hanno trattato i
suoi stessi temi come, ad esempio, Jan Mateiko.
L'accuratezza del disegno e l'amore per il particolare
riconducono l'artista nell'ambito di una pittura di segno
veristico. Nell'atrio di questa cappella si ammira il
Monumento al cardinale Caetani,
eseguito nel 1580 su disegno di Francesco Volterra. Le
statue in marmo della
Fede
e della
Carità
sono di G.B. Della Porta, e
il
busto in bronzo del cardinale
di A. Calcagni. È un monumento di notevole interesse
artistico.
Sagrestia di
S. Giovanni o del Signorelli
Custodisce i pregevoli affreschi di Luca Signorelli,
eseguiti probabilmente tra il 1481 e il 1485, con
otto angeli musicanti nella volta,
con i
quattro Evangelisti
intercalati con
quattro Dottori della Chiesa
(registro superiore delle pareti), con
cinque coppie di Apostoli
e
l'Incredulità di S. Tommaso
(registro inferiore), e con la
Conversione di Saulo,
sopra la porta. Il
Lavabo,
sotto la finestra, è attribuito a Benedetto da Maiano (1481 c), mentre gli
Armadi intarsiati
sono ascritti ad artefici fiorentini degli inizi del sec.
XVI. Negli otto
Angeli musicanti
si intravede lo stile del Botticelli, con il quale il
Signorelli lavorò in quegli anni nella cappella Sistina.
Sono
figure di eccezionale eleganza, calibratissime e calde di
colore, seducenti
per levità aerea, per ritmo e per sinuose movenze. Nei
sottostanti quattro Evangelisti
(Luca, Marco, Matteo
e
Giovanni)
e nei quattro
Dottori della Chiesa occidentale
(Girolamo, Gregorio Magno, Agostino
e
Ambrogio)
traluce un modulo compositivo che richiama Piero della
Francesca per la proclamata monumentalità, non disgiunta
però da un'insistita ricerca del movimento.
La Conversione di Saulo
(non visibile, perché sopra la porta) è il capolavoro di questo ciclo per la sapienza prospettica che
anticipa, negli
audaci
scorci, qualche figura del
Finimondo
(Giudizio Universale, duomo
di Orvieto). È una
mirabile sintesi dello staticismo di Piero e del dinamismo
del Pollaiolo, sintesi che costituisce per altro uno degli
elementi peculiari
dell'arte signorelliana.
Cappella dei Duchi di Urbino
La Cappella fu fatta decorare a proprie spese dai duchi di
Urbino Guidobaldo II e Francesco Maria II della Rovere negli
anni 1571‑1584. Gli affreschi delle pareti con le scene dello
Sposalizio e
della
Visitazione,
e quelli della volta con il
Transito, l'Assunzione
e
l'Incoronazione
della Vergine
sono opera di Federico Zuccari (1582-1583). La pala in mosaico con
l'Annunciazione
è copia di una tela di Federico Barocci (1582-1584),
trafugata dai francesi nel 1797. Gli
stucchi
si devono in gran parte a Federico Brandani (1571-1572) e
gli
intagli
su pietra a Lattanzio Ventura, architetto della cappella.
Questa cappella è una sintesi straordinaria di pittura,
scultura e architettura tardo-cinquecentesca di segno
manieristico urbinate. È stata giudicata uno dei complessi
più rappresentativi dell'arte della Contro-riforma
nell'ultimo quarto del sec. XVI. Gli affreschi
dello Zuccari - tra i più significativi della sua ricca
opera - denuncia-no un ritorno alla classicità di stampo raffaellesco per la
proclamata
semplicità e, al tempo stesso, per la solenne scansione
degli spazi.
Cappella di
S. Giuseppe o Spagnola
Questa cappella è stata la prima a essere decorata, nel
piano generale
di abbellimento pittorico promosso dalla Congregazione
Universale.
È stata decorata negli anni 1886-1890 con le offerte dei
cattolici spagnoli. Gli affregehi delle pareti sono di Modesto Faustini e raffigurano,
da sinistra a destra, la
Santa
Famiglia,
il
Sogno di
Giuseppe,
il
Ritorno
dall'Egitto
e la
Morte di S. Giuseppe.
La
decorazione della volta
con un cielo
stellato e il
tendaggio della zoccolatura
si devono a Luigi Stella. La
Statua
di S.
Giuseppe
sull'altare è di Eduardo Barròn Gonzales de Castilla, mentre le
statue in
bronzo
sono di Eugenio Maccagnani. Gli affreschi del Faustini
traducono le scene evangeliche con freschezza e
immediatezza. Sono animate di vivo senso religioso e
generano un'atmosfera di mistico stupore. Per la sua
formazione preraffaellita l'artista è portato a guardare i
modelli tre-quattrocenteschi, con una speciale predilezione
per il Beato Angelico, il cui spirito sembra rivivere in
queste pareti.
Cappella Svizzera
o
dei Santi Gioacchino e Anna
È stata affrescata da Carlo Donati negli anni 1935-1938, su
commissione della Congregazione Universale, con le offerte
dei cattolici svizzeri. Il pittore ha decorato le sezioni
superiori delle pareti
con
figure di santi nati o operanti in Svizzera
e in quelle inferiori, entro quattro grandi quadri,
episodi dei Ss. Gioacchino e Anna e di Maria Bambina.
Il Donati con questi dipinti si distacca dalla tradizione
puristica e
veristica dei precedenti
cicli
pittorici otto-novecenteschi del santuario e si apre a influssi di un tardo preraffaellismo, alla maniera del
De Carolis. Vi si riscontra un gusto quasi liberty con una
propensione per un linearismo costantemente perseguito nella
definizione
delle figure e con aperture simboliste di segno sia
"iconografico"
che "analogico".
Sagrestia di S. Marco
o del Melozzo
Custodisce i pregevolissimi affreschi di Melozzo da Forlì
che li eseguì, secondo l'opinione corrente, tra il 1477 e il
1479. Nella
volta ha figurato
otto Angeli recanti simboli della Passione,
e, sotto,
altrettanti Profeti
con una scritta allusiva a un dato momento della
stessa Passione. Nella parete sottostante, in un riquadro
centinato,
ha raffigurato l'Ingresso di Gesù a Gerusalemme.
Il pittore avrebbe
dovuto affrescare anche i restanti sette riquadri con scene
della Passione ma, per ragioni ignote, non attuò il
progetto. Stupisce in questo ciclo l'unità compositiva degli elementi
pittorico-decorativi, con i Profeti che, oltrepassando col capo le linee
delle finestre, si legano alla sezione superiore degli
Angeli, i quali
si staccano prospetticamente dal fondo e sembrano
deambulare su
invisibili cristalli. Le figure della volta, angeliche e
profetiche, fanno un tutt'uno con le architetture dipinte,
in un organismo decorativo unitario e autonomo rispetto
all'architettura della sacrestia, ritmato da mirabili
scansioni e animato da una luce
meridiana che esalta i lucenti e densi impasti cromatici. Quel che
più vi si ammira è l'abilità prospettica che fece scrivere
al Vasari: il
Melozzo fu "un grandissimo prospettivo". Un assoluto
capolavoro di pittura quattrocentesca.
Le cappelle laterali
Nelle due navate laterali della basilica si trovano dodici
cappelle,
sei per lato, aperte agli inizi del sec. XVI dal Bramante e
ridotte allo stato
attuale,
in gran parte, da Andrea Vici nell'ultimo
ventennio del sec. XVIII. Sono state abbellite con pale settecentesche
in mosaico e con modesti dipinti del sec. XX.
Ecco l'ordine delle cappelle della navata destra, dalla
Sagrestia del
Melozzo verso l'uscita.
Sposalizio della Madonna -
Il mosaico
è
derivato da una tela di
Carlo Maratta (1625-17 13). È detta
Cappella Messicana
perché fu
decorata nel 1933 da Giuseppe Pauri con la storia del
Santuario di
Guadalupe
e del beato martire Agostino Pro (1891-1927).
Immacolata -
Anche questo mosaico è copia di un dipinto del
Maratta (1625-1713). La cappella è detta anche della
Gioventù Cattolica Femminile
perché Tito Ridolfi nel 1933 vi ha raffigurato le
rispettive sante protettrici:
Rosa da Viterbo, Giovanna d'Arco, Maria
Bambina, B. Imelda
e, nel S. Maria Goretti.
Ss. Emidio e Carlo Borromeo -
La pala d'altare in mosaico è
copia di un dipinto di Antonio von Marron (173 1-1808). Nel
1939
Pasquale Arzuffi vi ha rappresentato scene della vita di
S. Luigi M.
Grignon de Monfort,
pellegrino a Loreto nel 1704.
S. Francesco di Paola -
Il mosaico è desunto da un dipinto di
Antonio Cavallucci di Sermoneta (1752-1795). Beppe
Steffanina
nel 1937 vi ha raffigurato scene della vita di
Luisa Maria Baudin e di
Carlotta Ranfray,
fondatrici delle suore orsoline, con S.
Angela Merici,
loro patrona.
Ss. Domenico e Agostino - Il
mosaico è copia di un dipinto di
Desiderio De Angelis (sec. XIX).
Cappella Massilla-Rogati -
È artisticamente la più pregevole delle cappelle laterali di
questa navata. I bronzi che la adornano sono stati
trasferiti qui nell'ultimo ventennio del sec. XVIII, ad
opera del Vici, dalla cappella dell'Immacolata.
Delle due
cornucopie
in bronzo, sui pilastri d'ingresso, l'una si
deve ad Aurelio, Girolamo e Ludovico Lombardo (1547) e
l'altra al
solo Girolamo (1581). La
pala con la Deposizione e il Cristo risorto
è
opera di Antonio Calcagni, coadiuvato da Tiburzio Vergelli,
eseguita tra il 1577 e il 1582: espressiva rappresentazione
del mistero pasquale di Cristo, morto e risorto. I quattro
medaglioni
ai lati dell'altare sono i ritratti
di
Ginevra
Ginevri
e
di Gregorio Massilla
(sinistra) e di
Antonietta
Rogati
e
Barbara Massilla
(destra); sono stati eseguiti dal Calcagni nel 1585.
L'Organo, sopra la cantoria, è l'opera n. 1126 della
rinomata ditta
Vincenzo Mascioni di Cuvio. È stato installato nel 1993-1994
e
inaugurato il 26 febbraio 1995 dal card. Carlo Maria
Martini, arcivescovo di Milano. L'organo è suddiviso in tre corpi: il
primo è situato sopra la porta d'ingresso, il secondo
("positivo corale") è sistemato nei pressi del presbiterio,
sul lato destro, e il terzo
("espressivo corale") è montato sopra la S. Casa. In totale,
nei suoi
tre corpi, l'organo conta 5.283 canne e si configura, così,
come uno dei più grandi e potenti d'Italia.
I medaglioni
di Luca Sígnorelli -
Volgendo lo sguardo sulla volta della navata centrale della
basilica, si scorgono 23 medaglioni a
monocromo con
Personaggi dell'Antico Testamento
recanti cartigli allusivi
a Cristo, Messia regale e sofferente. Venti di essi sono di
L. Signorelli, coadiuvato da discepoli,
ascrivibili al 1492 circa.
Battistero -
È la prima cappella della navata sinistra, dall'ingresso
verso l'interno, ed è la più importante fra tutte le
cappelle laterali,
un vero monumento di arte e di teologia sul battesimo, con
dipinti del
Pomarancio nella volta, eseguiti tra il 1612-1615, ornamenti
a stucco e
statue di Francesco
Selva del 1611-1612, e con il battistero in bronzo di
Tiburzio Vergelli, lavorato tra il 1600
e
il 1607.
Ss. Ignazio e Filippo Neri -
Il mosaico è desunto da una tela di Cristoforo Unterberger
(1732-1798). La cappella è detta anche
dei
cattolici indiani
e nelle pareti reca scene della vita di
S. Francesco
Saverio,
apostolo dell'India, dipinte da Cesare Peruzzi nel 1932, su
commissione della Congregazione Universale.
S. Francesco d'Assisi -
La pala in mosaico è copia del noto
dipinto del Domenichino (1581-1641), custodito nella chiesa
della Concezione (cappuccini) di Roma. L'anconetano Giuseppe
Cherubini nel 1937, su commissione della Congregazione
Universale, figurò nelle pareti i santi e i beati cappuccini
delle Marche:
S. Serafino da Montegranaro
e
B. Benedetto da Urbino
(sinistra),
B. Bernardo da Ofida
e
S. Veronica Giuliani,
pellegrina "in spirito" a Loreto nel 1714 e nel 1715
(destra).
S. Michele arcangelo -
La pala d'altare in mosaico è desunta
dalla famosa tela di Guido Reni (1575-1642) esistente nella
chiesa della Concezione a Roma. Nelle pareti si scorgono le
figure dei
santi passionisti
Paolo della Croce,
fondatore della congregazione, Vincenzo Strambi,
vescovo di Macerata, e
Gabriele dell'Addolorata,
tutti pellegrini alla S. Casa. Sono opera del pittore Ettore
Ballerini
(1934), commissionatagli dalla Congregazione Universale.
Il Nome di Gesù -
Il mosaico ovale, raffigurante la
Vergine
Desolata,
deriva da una tela di Gaspare Landi (1756-1830) e sostituisce un dipinto raffigurante la Circoncisione, eseguito da
Filippo Bellini nel 1592 e ora nel museo pinacoteca. Il
Bellini nel 1592
eseguì gli stucchi e le pitture a olio, parte su tela e
parte su muro, delle volta e delle piccole pareti,
su commissione del canonico Mazza.
Ultima cena -
Il mosaico è copia della tela di Simon Vouet
(1590-1648) eseguita per la confraternita del Sacramento nel
1627, ora custodita nel museo-pinacoteca. Nel 1933 Cesare
Peruzzi, su commissione della Congregazione Universale,
dipinse sulle pareti
episodi della vita di S. Teresa del Bambin Gesù,
che visitò Loreto il 13
novembre 1887, ricevendo la comunione in S. Casa, come
dimostra il quadro centrale della parete sinistra. Proseguendo si
incontra,
dopo l'angolo, il
Portale della Sagrestia di S. Matteo
(adibita a "Pronto
soccorso"), recante alla sommità una splendida lunetta in
terra-cotta smaltata e invetriata con la figura di S.
Matteo, l'uno e l'altra attribuiti a Benedetto da Maiano
(1481 c).
Proseguendo ancora verso l'uscita, a lato della Cappella
del Croci-fisso,
ci si immette sulla destra nell'Atrio della Sagrestia e
nella Sala del Tesoro o del Pomarancio.
Si attraversa una porta con artistico
Cancello in ferro battuto,
eseguito
nel 1894 per la cappella slava da Eugenio Mattacotta su
disegno del Sacconi e qui trasferito in epoca successiva. Sulla
parete sinistra
si vede l'antica
Iconostasi
della S. Casa, eseguita su un'idea del Sacconi da Eugenio Maccagnani nel 1896 e qui trasferita
dopo l'incendio del 1921. L'attuale sistemazione risale al
1994.
ATRIO DELLA SAGRESTIA TESORO E CORRIDOIO D'INGRESSO
Atrio della Sagrestia

L’atrio della Sagrestia.
È un capolavoro di arte barocca con stucchi nella volta di
Francesco
Selva (1611) e pregevoli dipinti cinque-secenteschi, entro
fastose cornici, attribuiti ad autori famosi, quali Andrea
del Sarto, Guido Reni, Jacopo da Bassano, ecc.
Sulla parete di fronte: Traslazione della S. Casa,
splendida nelle
festose figure di Maria e del Bambino, probabilmente
eseguite dal
Selva su un disegno del Pomarancio. Al centro della volta si
scorgono ricche ornamentazioni a stucco con angeli ed emblemi.
Il
lucernario,
aperto dal Sacconi nel 1884-1888, è stato decorato dal
folignate Ottaviano Ottaviani con una mediocre figura
dell'Eterno
recante il globo in mano.
Al sontuoso soffitto barocco fanno da contrappunto le
esuberanti
cornici lignee
sottostanti, con fogliame dalle espanse e sinuose evoluzioni, opera del romano Giuseppe Ciferri
che
le eseguì nel 1696-1697 su commissione del canonico cingolano Pietro Paolo
Raffaelli. Questi, tra la fine del sec. XVII e gli inizi del
successivo, in tre riprese, donò 15 tele per
questo Atrio, molte delle quali
ancora in sede. Nella parete di fondo,
Scuola delle vergini
o
Adolescenza
della Madonna,
probabile replica autografa di Guido Reni (1572-1642), con
varianti, dell'originale esposto all'Ermitage di
Sanpietroburgo. Nella parete destra,
Madonna seduta col Bambino,
opera attribuita per lungo tempo ad Andrea del Sarto (1486-1530),
ma più probabilmente lavoro di un suo imitatore, quale
Francesco
Montaletici, detto Cecco il Bravo (+1661) o, meno
persuasivamente, Pietro Faccini (1562-1602), oppure Francesco Furini (1600-1676).
Sala del Tesoro o del Pomarancio

Veduta della volta della Sala del Tesoro,
dipinta dal Pomarancio (particolare).
Vi si accede direttamente dell'Atrio. La volta è decorata
con affreschi raffiguranti
scene della vita della Madonna,
eseguite nel 1605-1610 da Cristoforo Roncalli, detto il
Pomarancio. Gli
armadi,
che un tempo custodivano
preziosissimi doni, sono opera di Andrea Costa che li lavorò
tra il 1608 e il 1615.
La Sala fu voluta da Clemente VIII per accogliervi l'ingente
cumulo
dei doni. Il disegno dell'edificio, iniziato nell'anno
1600, fu preparato forse dall'urbinate Ventura Venturi, portato avanti poi da Muzio Oddi e
da G.B. Cavagna. Nel 1604 fu indetto il concorso per gli
affreschi, a cui parteciparono Lionello Spada, Guido Reni,
Michelangelo
Merisi, detto il Caravaggio, e Cristoforo Roncalli, detto il
Pomarancio. Questi nell'ideazione del
ciclo figurativo si ispirò forse al Rivesti-mento marmoreo
della S. Casa, rappresentandovi "istorie" della vita della
Madonna tra Sibille e Profeti.
Anche la pala d'altare, riproducente la
Crocifissione con la Madonna,
la Maddalena e S. Giovanni, è
del Pomarancio che qui nel colorito
preferisce la maniera "scura" e soluzioni quasi
"melodrammatiche
Gli affreschi del Pomarancio sono giudicati dalla critica
uno dei
capolavori del tardo manierismo romano, ai cui canoni il
pittore si
attenne, coniugando lo stile di Michelangelo con quello di
Raffaello. Si tratta di una pittura celebrativa e decorativa di
alta qualità,
resa piacevole dai colori chiari e iridescenti e sostenuta
da un sapiente e vigoroso disegno.
Corridoio d'ingresso e di uscita
Dopo la Visita alla Sala del Tesoro si può uscire dal
santuario
attraverso il vicino corridoio, che mostra nelle pareti 17
bassorilievi
in bronzo con scene della vita della Madonna
e, sopra la porta, la
Vergine Lauretana,
tutte opere di Enrico Manfrini (1994). Vi si ammirano anche antiche sculture quattro e cinquecentesche, fra le
quali merita menzione una
Traslazione
(sec. XV), in prossimità dell'uscita.
LA
PINACOTECA
Fondato nel
1995, il museo della Santa Casa celebra l’incarnazione con
il linguaggio dei maestri contemporanei. Una tradizione
iconografica che rivive.
“La
vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello
spirito i suoi tesori e rivestirli di parole, di colori, di
forme… e voi sapete conservare a questo mondo la sua
ineffabilità, il senso della trascendenza, il suo alone di
mistero”. Così, citando le celebri parole che Paolo VI
pronunciò incontrando nel lontano 1964 gli artisti,
l'arcivescovo di Loreto Pasquale Macchi inaugurava nel 1995
la pinacoteca mariana del santuario lauretano, auspicando
che l'iniziativa di celebrare la Vergine attraverso le
immagini dell'arte contemporanea fosse “…un itinerario
che partendo da queste opere conduce ciascuno nell'intimo di
sé per riscoprirvi presenze misteriose, aneliti di bellezza
e di bontà, echi di infinito”. La bellezza come via
propedeutica e naturale al mistero, alla religio,
alla fede: ecco insomma il senso, nell'accezione pienamente
montiniana, di quella storica mostra per il VII Centenario
Lauretano, che - allestita con la collaborazione di Mario
Ferrazza, Floriano Grimaldi, Alfredo Paglione, Carlo
Pirovano e Marisa Zattini - coinvolse quarantatré maestri
della pittura e della scultura odierne rinvigorendo la non
sopita fiammella di una tradizione iconografica. Artisti
che, su invito di Macchi, hanno liberamente recuperato la
continuità di secoli e secoli di figurazioni, adoperandosi
attorno a tre nuclei espressivi fondamentali: la Vergine in
gloria fra gli angeli, l'Annunciazione dell'Angelo a Maria,
la traslazione della Santa Casa. Con quella performance
collettiva, divenuta il nucleo del museo, la Chiesa tornava
per certi versi all'antico, ai fasti della grande
committenza del passato, quando si chiamavano gli artisti
perché attraverso l'immagine magnificassero la Parola, il
Verbo.
Del resto,
il «colle dei lauri» è forse il più rinomato e popolare fra
i millecinquecento templi italiani dedicati a Maria. Un vero
faro del Vangelo nel mondo adriatico. Non per niente
Giovanni Paolo II ha detto che “Loreto è una sosta per
l'anima, è un incontro particolare con Dio, è un rifugio per
chi cerca la Verità e il senso della propria vita. Loreto è
il Santuario dell'Incarnazione, che proclama l'amore di Dio,
la dignità della persona, la santità della famiglia, il
valore del silenzio e del lavoro, la necessità della
preghiera, il comando della carità verso tutti i fratelli!”.
(Angelus dell'8 dicembre 1987), arrivando a definire il
santuario “vero cuore mariano della cristianità”.
Una
lunghissima storia di popolo, ammantata di leggenda. La
tradizione vuole che nel 1291, quando i crociati furono
espulsi per sempre dalla Palestina, le pareti della casa
della Madonna furono trasportate «per ministero evangelico»
prima in Illiria (a Tersatto, nell'odierna Croazia) e poi in
territorio lauretano, dove approdarono il 10 dicembre 1294.
Oggi, a seguito di studi archeologici, filologici e
iconografici, si è avanzata l'ipotesi che le pietre della
Santa Casa furono in realtà portate a Loreto, su nave, per
iniziativa della famiglia Angeli che regnava in Epiro. Un
documento datato 1294 attesta infatti che Nicoforo Angeli,
nel dare la figlia Ithamar sposa a Filippo di Taranto,
quartogenito di Carlo II d'Angiò re di Napoli trasmise a
questi una serie di beni tra i quali anche «le sante pietre
portate via dalla Casa della Nostra Signora la Vergine Madre
di Dio». Ben presto, Loreto divenne la casa dei poveri, dei
cercatori di pace e di speranza. Casa Santa non solo perché
di origine sovrannaturale, ma perché ricettacolo di santità.
Se, come ha detto sempre Giovanni Paolo II, “i malati
furono tra i primi ad accorrere pellegrini alla Santa Casa e
a diffondere la sua fama tra le genti” è anche vero che
a Loreto sono accorsi - come pellegrini -, santi e beati fin
dal XIV secolo: sn Nicola da Tolentino, Francesco di
Paola, Ignazio di Lodola, Carlo Borromeo, Luigi Gonzaga,
Francesco di Sales, Pio X, fino a san Giovanni Bosco e ai
beati Ildefonso Schuster, Josè Maria Escrivà de Balaguer,
Luigi Orione.
Una bellissi
vicenda di fede, un miracolo che ognuna delle opere del
museo mariano racconta a suo modo. Fortemente poetico il
bassorilievo di Novello Finotti (La traslazione) in cui
emergono gli angeli, resi allusivamente da ali, con la
casa-chiesa immersa fra nubi mentre in un tondo sta la
Vergine col Bambino. Il bassorilievo bronzeo di Enrico
Manfrini evidenzia la Vergine col Bambino sul tetto della
Casa volante, attorniata e pilotata da quattro angeli,
pronti ad atterrare. Trento Longaretti, nel suo olio
Omaggio alla Madonna di Loreto, mette in luce la
tradizionale immagine dipinta in un'aureola a mandorla,
immersa nel suggestivo fondo azzurro tra i simboli del sole
e della luna, con la Casa trasportata da quattro candidi
angeli dall'aria chagalliana Aligi Sassu presenta nel suo
acrilico un angelo gigantesco vestito di tunica rossa
(L'angelo di Loreto) che attraversando un cielo azzurro e
lambendo col piede le onde del mare porta a destinazione la
piccola Santa Casa. Opera questa che infrange i canoni
iconografici abituali, si carica di mistero e di preghiera e
si alimenta di una materia pittorica fortemente solare.
Dipinge invece lo stupore Riccardo Tommasi Ferroni:
nell'olio La Casa di Nazareth trasportata dagli angeli
protagonista è appunto lo stupore degli uomini, degli
animali e degli alberi dinanzi al prodigio della Casa che
vola sostenuta dagli angeli, immersa in un mare di nubi.
Insomma tanta iconografia mariana rivisitata con gli occhi
di oggi. Ma. Si sa, la Madonna di Loreto è particolare.
Infatti come
nota Carlo Pirovano, tutto ciò non apparirebbe
particolarmente significativo nel solco maestro della grande
tradizione medievale e moderna dell’iconografia cattolica
direttamente o indirettamente legata al tema della
Vergine,,, se, sullo sfondo, nelle motivazioni particolari
del santuario laureano, non veleggiasse quell’impensabile
monstrum antipositivista qual è il volo di una casa. Qui
irrompe, dunque, la dimensione del miracolo. E tanti sono
gli artisti attratti dal fascino delle antiche immagini
lauretane sul trasporto della Casa per mare. Ecco per
esempio Paolo Borghi, uno dei giovani e promettenti scultori
italiani, con una realizzazione creativa in terracotta;
l'immagine della Madonna “Madre” è messa in evidenza da una
veste che si allunga fino a trasformarsi in acqua del mare,
sul quale galleggia il Bambin Gesù, rapito nello sguardo
dalla casetta. Valeriano Trubbiani ha realizzato una lucente
scultura in bronzo, rame e argento, dal titolo Lauretanae
Mariae Sanctae Ecclesiae per Adriaticum mare transitus,
evidenziando il viaggio della Casa su una nave; sulla porta
la Vergine porge il figlio all' adorazione, sulla prora
spicca una colomba segno dello Spirito intervenuto a rendere
Maria Madre di Dio; tra le onde emerge un pesce, simbolo
paleocristiano a ricordare «Gesù Cristo figlio di Dio
Salvatore», secondo facrostico greco Ichtùs («pesce»); la
singolare nave-casa-chiesa di Trubbiani presenta inoltre
eleganti elementi architettonici, significanti la grandiosa
basilica lauretana. Una serie di opere hanno per soggetto la
Santa Casa senza fare accenno alla traslazione. Ecco i
bellissimi Tre angli in terracotta di Giuseppe Bergomi,
quindi la carnale e raffinata Apparizione di Claudio Bonichi,
lo stupendo complesso scultoreo di Pietro Cascella dal
titolo La Madonna e l'angelo muratore, con la Maria
in trono col Bambino e un robusto angelo che costruisce più
che trasportare. Il lombardo lacustre Giancarlo Vitali, con
Pellegrini a Loreto, una sorta di d'après della Madonna di
Loreto caravaggesca, lascia intravedere la basilica in uno
squarcio di nubi nerastre, mentre la Vergine porge il Figlio
a un gruppo di oranti. Ma ecco le opere sul tema
dell'Annunciazione, il fiat che consentì l'Incarnazione.
Bellissima
la tempera del 1975 di Silvio Consadori, che lascia
intravedere un sapore quattrocentesco per via delle
abrasioni di colore, dal clima crepuscolare e dalle tinte
grigie, con ritagli scenografici un po' sironiani. Anche
Giancarlo Ossola presenta una sua Annunciazione, con
immagini sbozzate in un impasto di segni veloci e macchie
colorate, il tutto inondato di luce e d'uno stupore
miracolistico di sorprendente modernità. Infine tutta la
nutrita schiera di Madonne lauretane eseguite da Carlo
Cattaneo, Piero Guccione, Alberto Sughi e Floriano Bodini, a
cui si deve un bozzetto bronzeo dello straordinario altare
maggiore della basilica, con alcune varianti rispetto
all'esecuzione marmorea Affascinante il Volto dí Maria
di Ornar Galliani, matita su tavola di pioppo che ha tutta
un'eco leonardesca di ombre e di sfumati. Di fronte a tanta
bellezza, non si può non condividere il giudizio di Carlo Chenis, secondo il quale l'arte “è un mezzo privilegiato
per annunciare il Vangelo, poiché diletta i sensi così che i
contenuti appaiono maggiormente desiderabili, presenta la
bellezza sensibile quale segno eloquente della bellezza
divina, ha un linguaggio facile che si modella alla
sensibilità di ciascuno e alla comprensione del popolo”.
Il nodo ormai sciolto di una riconciliazione tra la Madonna
della Santa Casa e l'arte contemporanea fa oggi piena luce
sulla prima pinacoteca mariana contemporanea fondata in
Italia, primo exemplum di un'iniziativa che è insieme
culturale e pastorale, seguita da altre consimili.
Davvero, con
la forza poetica di accenti diversi, la Vergine è stata
restituita all'arte e l'arte a lei, rinnovando i fasti dei
«secoli d'oro» quando qui al santuario lavoravano maestri
che si chiamavano Melozzo, Signorelli, Lotto, Caravaggio,
Tiepolo.
QUANDO
SARTRE SI INCHINÒ ALLA VERGINE
di Angelo
Comastri
E difficile
immaginare i sentimenti che provava Maria ogni volta che
guardava suo Figlio e lo stringeva al petto con tutta la
tenerezza di cui una madre è capace. L'arte ha tentato di
tradurre il fascino unico della divina maternità di Maria: e
Loreto, con le sue opere stupende, che vanno dal
Rinascimento fino ai nostri giorni, è piena di testimonianze
in tal senso. Che cosa ha tentato e tenta di esprimere
l'arte, ogni volta che si lascia ispirare dall’incantevole
avventura spirituale di Maria? Credo che la risposta giusta
sia questa: l’arte tenta di esprimere lo stupore. Che cos'è
lo stupore? Mi lascio aiutare da jean Paul Sartre, il quale,
durante la seconda guerra mondiale, mentre si trovava in un
campo di concentramento, ha avuto un momento di autentica
ispirazione e ha dato voce allo stupore del cuore di Maria.
Sollecitato da alcuni prigionieri, il filosofo de “La
nausea” è stato capace di scrivere così: “Quello che si
dovrebbe dipingere sul volto di Maria è una meraviglia
ansiosa che non è apparsa che una sola volta sopra la faccia
umana Perché il Cristo è il suo bimbo, la carne della sua
carne, il frutto delle sue viscere. Essa lo ha portato per
nove mesi e, porgendogli il seno, il suo latte diventa
sangue di Dio. In certi momenti la tentazione è così forte,
che lei dimentica che è Dio, lo stringe le sue braccia e
dice: “Bimbo mio” in altri momenti, Maria rimane
interdetta, e pensa “Dio è qui:..” Tutte le madri
sono state bloccate questo modo davanti a questo frammento
ribelle della loro carne che è il loro bambino. E sembrano
in esilio, davanti a questa vita nuova fabbricata la loro
vita mai abitata da pensieri estranei. Nessun fanciullo è
stato più crudelmente e più radicalmente strappato a sua
madre, perché egli è Dio e passa in ogni senso ciò che essa
può immaginare. Ma io penso che ci sono altri momenti rapidi
e fuggevoli in cui lei sente che il Cristo, nel tempo stesso
che è suo figlio, il piccolo suo, Egli è Dio vero. Lo guarda
e pensa: “Questo Dio è mio figlio, questa carne divina è
la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi, e questa
forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia”.
Nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola,
un Dio così piccolo che può prenderlo tra le sue braccia
coprirlo di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira,
un Dio che si può toccare e ride. E’ in uno di questi
momenti che dipingerei Maria se io fossi pittore”. A
Loreto è possibile leggere lo stupore di Maria in tante
mirabili opere: Maria, la silenziosa, fa parlare, fa
riflettere, fa scrivere, fa dipingere, fa scolpire... perché
il cuore pieno di Dio diventa mirabilmente fecondo.
LUOGHI MINORI
OROPA (Bl) Santuario Nostra
Signora di Oropa
Il Santuario di Oropa sorge a 1.200 metri s.l.m. sopra
Biella in cima alla valle omonima. Vi si venera una
antichissima statua lignea della Vergine, portata da
Gerusalemme e presunta opera di san Luca evangelista,
collocata nella cavità della roccia dove oggi sorge il
grande Santuario da S. Eusebio, Vescovo di Vercelli, nel
1369. Il nucleo primitivo di costruzioni, sorte fin
dall'alto Medioevo attorno al sacello, si ampliò
gradualmente nel corso dei secoli fino ad assumere, in tempi
più recenti, unità monumentale per opera di insigni artisti
quali lo Juvarra, l'Arduzzi, il Galleni, ecc., che hanno
fatto di Oropa uno dei più vasti e celebri Santuari mariani
della cristianità. Presso il sacello di S. Eusebio antiche
lapidi ricordano i miracoli ottenuti per intercessione della
Vergine di Oropa. Attorno all'originario sacello è stato
costruito un complesso grandioso di edifici in stile barocco
(XVII-XVIII secolo), in gran parte destinati a ospizio.
Insigni opere d'arte vi sono raccolte: nelle gallerie si può
ammirare una ricchissima raccolta di ex voto che vanno dal
XVII secolo a oggi; preziosi volumi sono riuniti nella
Biblioteca e altre notevoli opere adornano il monumentale
cimitero di Oropa.

La Chiesa
vecchia, che racchiude il primitivo sacello, presenta resti
di affreschi trecenteschi: Incoronazione della Vergine e
Santi, Madonna allattante, Annunciazione. Natività e Santi.
La venerata statua lignea che rappresenta la Madonna nel
Mistero della Presentazione del Bambino al Tempio e della
Sua Purificazione è una statua nera, come le icone
orientali, che porta sul capo una preziosa corona di legno
dorato. Nella cappella in fondo alla navata destra una
tavola di Bernardino Luini rappresenta l'Ultima Cena, nel
museo una Sacra famiglia di Gaudenzio Ferrari.
II complesso del Santuario si compone di una doppia fila di
fabbricati, che racchiude quattro successivi piazzali.
Dietro gli edifici antichi, in alto, si eleva la grandiosa
Chiesa nuova, iniziata nel 1885 e terminata nel 1960,
preceduta da pronao e con vasta cupola. Sui battenti in
bronzo delle tre porte è descritta la storia di Oropa.
L'interno è composto di due vani. II primo, ottagonale, è
sovrastato dalla cupola, sorretta da 8 colonne, tra le quali
si aprono le cappelle. La seconda, circolare, al centro ha
un altare di Gio Ponti, con bassorilievo e statue di
Virgilio Audagna. Mistiche e serene, nel verde ombroso del
bosco, le Cappelle settecentesche con quadri plastici, in
terracotta, pregevole opera dell'epoca, narrano la vita
della Madonna. Di recente è stata realizzata una suggestiva
Via Crucis sulla strada che sale alla cappella del Paradiso.
Vengono celebrate tutte le festività liturgiche della
Madonna. La massima festa di Oropa è l'ultima domenica di
agosto, anniversario delle incoronazioni della statua; la
festa di S. Eusebio, fondatore del Santuario, il 1° agosto e
il 21 novembre, la festa della Presentazione di Maria al
Tempio. Il Santuario è aperto dalle 9,30 alle 12 e dalle 15
alle 19. Possono essere ospitate fino a 3.000 persone in
comode camere. Vi sono a disposizione dei pellegrini
ristoranti, trattorie, tavola calda, bar, ufficio postale,
posto telefonico, dispensario farmaceutico. Comode
passeggiate nei dintorni dove si trovano caratteristiche
trattorie campestri.
ROMA Santuario della Madonna del
Divino Amore
Le vicende storiche del Santuario della Madonna del Divino
Amore hanno inizio nel XIII secolo quando in quella zona
dell'agro romano sorgeva una specie di fortezza della
famiglia Savelli-Orsini, chiamata Castel di Leva.
Su una torre del castello c'era un'immagine della Vergine
raffigurata seduta in trono con in braccio Gesù Bambino, e
con la colomba discendente su di lei quale simbolo dello
Spirito Santo, che è appunto il Divino Amore. L'immagine
dipinta a fresco in quella stessa epoca era molto venerata
dai pastori della zona.
Nella primavera del 1740, un viandante che si recava a Roma,
giunto nei pressi della torre, fu assalito da una turba di
cani e stava per essere addirittura sbranato; il poveretto
alzò gli occhi, vide la sacra effige e chiese aiuto alla
Madre di Dio; il miracolo avvenne: i cani si dispersero
improvvisamente, fuggendo per la campagna. In seguito al
prodigio, il 5 settembre dello stesso anno, l'immagine
mariana fu segata dal muro e trasferita nella vicina tenuta
detta "La Falconiana" e nella quale era la chiesetta di S.
Maria a Magos.
Dopo cinque anni, il 19 aprile 1745, l'immagine fu
ricondotta alla sua antica sede, dove intanto era stata
eretta una chiesa che fu successivamente consacrata nel 1750
dal Cardinale Carlo Rezzonico, poi divenuto Papa Clemente
XIII. Da allora ebbero inizio i pellegrinaggi popolari, che
si fecero sempre più numerosi e continuano tuttora. Il 13
maggio 1883, il Capitolo Vaticano incorona l'immagine della
Madonna. Nel 1930 è nominato rettore don Umberto Terenzi.
L'8 dicembre 1932, il Santuario diventa parrocchia e don
Umberto n'è il primo parroco. Il 25 marzo 1942 don Umberto
istituisce la Congregazione delle Figlie della Madonna del
Divino Amore cui seguono, nel 1962 i sacerdoti Oblati che da
allora custodiscono il Santuario.
Nel 1944,
mentre Roma corre il pericolo di essere distrutta dagli
eventi bellici, il 24 gennaio, il quadro della Vergine viene
trasferito in città in varie chiese e infine in quella di S.
Ignazio, dove il 4 giugno 1944 il popolo romano per ottenere
la liberazione della città fa voto alla Madonna di rinnovare
la propria vita, di erigere un nuovo Santuario e di
realizzare un'opera di carità, in suo onore. La Madonna
compie il miracolo e Roma è salva. Papa Pio XII l'11 giugno
1944, si reca a pregare con i romani e conferisce alla
Madonna del Divino Amore il titolo di "Salvatrice
dell'Urbe".
Dopo la guerra, il Santuario riapre i battenti, si
sviluppano opere caritative, culturali e d'apostolato.
Comincia la pubblicazione delle Riviste "Parrocchia" nel
1946, e "La Madonna" nel 1954, mentre il bollettino "La
Madonna del Divino Amore" sorto nel 1931, riprende le
pubblicazioni. Nella casa delle suore vengono accolte le
prime orfanelle, mentre via via si formano altre case
religiose in varie parti d'Italia e all'estero con le
missioni in Colombia nel 1971, in Brasile nel 1991, in Perù
nel 1993, nelle Filippine nel 1998, in India nel 1999 e nel
2000 in Nicaragua. Il 3 gennaio 1974 muore don Umberto
Terenzi; le suo spoglie riposano al Santuario nella cripta
dell'Addolorata. Nel 1975 ha inizio la Tendopoli mariana
nazionale dei giovani. Il 1° maggio 1979 Papa Giovanni Paolo
II visita il Divino Amore e lo definisce "Il Santuario
mariano di Roma". Vi torna il 7 giugno 1987 per l'apertura
dell'Anno Mariano e il 4 luglio 1999 per la consacrazione
del Nuovo Santuario. Dal 1983 è in funzione la Casa del
Pellegrino (Hotel) per convegni, Ritiri, Esercizi
Spirituali. Dal 1983, Domenica delle Palme e Venerdì Santo,
ore 20,30 si tiene la più spettacolare sacra
rappresentazione romana della Via Crucis ispirata alla
Sindone. Negli anno '80 sono stati fatti molti lavori di
restauro del Santuario e nel 1991, si è affrontato il
delicato restauro dell'altare e dell'antico e prezioso
affresco della Madonna del Divino Amore. Il 29 febbraio 1991
è stato emanato l'editto dal Cardinale Vicario Camillo Ruini
per la canonizzazione del Servo di Dio don Umberto Terenzi,
fondatore dell'Opera della Madonna del Divino Amore.
Il Sinodo diocesano aperto (1986) e concluso (1993) davanti
alla Madonna del Divino Amore in Piazza S. Pietro,
costituisce l'evento più autorevole della Chiesa di Roma per
assolvere il voto attraverso il rinnovamento spirituale e la
crescita nella comunione e nella missione della Chiesa verso
la Città e verso il mondo. Il 10 maggio 1999, è collocato
nei Giardini Vaticani davanti alla Torre di San Giovanni, il
mosaico della Madonna del Divino Amore. Il 4 luglio 1999 il
Santo Padre Giovanni Paolo II, ha solennemente consacrato il
Nuovo Santuario sciogliendo il "voto" fatto dai romani il 4
giugno 1944. Il Nuovo Santuario ha per tetto un prato verde,
immense vetrate colorate danno una luce mistica a tutto lo
spazio. La costruzione è stata realizzata ai piedi della
collina, fuori delle antiche mura, senza violare l'incanto
della campagna romana. Con il grande Giubileo dell'Anno
2000, per la prima volta il Santuario è associato alle
Basiliche romane come meta per accogliere l'indulgenza
giubilare. Il 15 settembre 2000, avviene l'inaugurazione
dell'Auditorium del Divino Amore con la celebrazione del XX
Congresso Mariologico-Mariano Internazionale.
BIANCAVILLA (CT) Santuario
“Maria SS. Dell’elemosina
L'impianto planimetrico della Basilica è a croce
latina
immissa con tre navate suddivise in sette
campate, e il transetto. È lunga m 62 e larga m 19. È uno
dei maggiori templi della Sicilia.
Le navi minori fugano visivamente nelle due mirabili
cappelle absidate, ubicate ai lati del presbiterio,
contenenti l'altare della Madonna dell'Elemosina il destro,
quello del SS. Sacramento il sinistro.
La nave maggiore è conclusa dall'ampio coro,largo mt. 7,60
lungo ml. 9,70 oltre l'abside.
Il transetto, di lunghezza maggiore rispetto la larghezza
delle tre navate, ha sul lato sinistro un'ampia apertura che
dà accesso alla settecentesca cappella dei Santi Martiri
Zenone e Placido.
Le campate sono suddivise e demarcate da pilastri e
paraste in muratura con capitelli compositi
sormontati da archi a tutto sesto i quali conferiscono un
calmo e solenne procedere verso l'abside. La navata
maggiore, il transetto, il coro e la cappella di S. Placido
hanno volte a botte lunettate ed unghiate, quelle minori
hanno volte a pennacchi con cupolette ellissoidali
(considerata la forma rettangolare delle campate). Le
decorazioni, sono realizzate in rilievo a stucco e dorature,
lavorate tra il 1803 (anno di commissione) ed il 1909.

È
sicuramente dopo il 1488, dopo che il Conte Tommaso Moncada
accordò agli "esuli greci" il permesso di caseggiare che,
verosimilmente, può datarsi il primo nucleo dell'attuale
Basilica, originariamente intitolata a S. Caterina
d'Alessandria. Dal 1555 la chiesa, però, risulta già
dedicata a "Nostra Signora della Limosina" e viene appellata
Matrice, il che lascia intendere che nel Casale
di Callicari (antico nome di Biancavilla) doveva
esserci qualche altra chiesa, sicuramente quella di S. Rocco
(l'odierna chiesa del Rosario). Non è possibile sapere quale
fosse la forma o la tipologia di questa primitiva chiesa, è
certo, tuttavia, che tra il 1488 ed il 1602 la fabbrica subì
notevoli trasformazioni. Nel 1654 è data licenza, dal
Vescovo, Mons. Marco Gussio, di ingrandire la chiesa
"portandola a quattro archi e di farne il tetto di legname".
Ciò significa che tra la fine del '600 ed i primi del
'700 la pianta doveva, sicuramente, essere a tre navate e
quattro campate, ma se l'impianto fosse di tipo basilicale
privo di transetto o a croce latina con transetto è
difficile stabilirlo (è molto probabile che il transetto, il
coro e la cappella di S. Placido esistessero già nel '600).
Nel 1734 la fabbrica fu allungata d'altri tre archi. Tra il
1773 ed il 1776 si diede inizio ai lavori per la volta. Il
tetto fu ultimato definitivamente solo nel 1846.
Ne l 1857 furono appaltati i lavori per la pavimentazione
marmorea, commessa al marmista Carlo Cali da Catania e
quelli per la costruzione della Cupola sotto la direzione
dell'ing. Gaspare Nicotra da Catania. La cupola, del
diametro interno di mt. 7,50 fu ultimata con lanternino,
affrescata da Giambattista Russo palermitano, e solennemente
inaugurata il quattro ottobre 1859, festa di Maria SS.
dell'Elemosina. Ma solo dopo cinque mesi, nel febbraio del
1860, essa rovinava, con gravi danni al nuovo pavimento alla
volta ecc. Sulle ragioni del crollo sono state avanzate
ipotesi differenti: il cattivo impasto utilizzato; la
prematura rimozione delle centine; le gravi carenze
del progetto , redatto dall'ing. Nicotra.
Tra il 1889 ed i primi del '900, essendo sindaco il Cav.
Alfio Bruno (padre del poeta Antonio), fu dato incarico
all'arch. Carlo Sada da Milano, (esperto e maturo
architetto, autore di centinaia di progetti ed opere,
professore ed accademico di S. Luca a Roma) di realizzare il
prospetto della chiesa. Applicando tutte le moderne tecniche
ottocentesche, dal cemento all'acciaio, eresse il
monumentale campanile,che ancora oggi è considerato il
simbolo della città. insieme al campanile (alto m. 42)
ridisegnò anche la facciata, collocando sul cornicione le
statue dei santi Giuseppe, Zenone, Placido, e Caterina
d'Alessandria. Quest'opera, come le precedenti, fu
totalmente promossa e sostenuta dalla amministrazione
comunale e dai cittadini, i quali vi contribuirono sia
attraverso generose largizioni in denaro, sia partecipando
personalmente ai lavori manuali.
Dopo il 1900, l'opera è rimasta invariata, fatta eccezione
di piccoli interventi quali rifiniture interne, infissi,
ecc. L'opera ha oggi due aspetti: il lato sud, comprendente
la facciata ed il campanile, è monumentale ed organico; il
lato ovest, prospiciente piazza Roma, risulta monco, poiché
alla splendida mole del campanile non corrisponde la
"mancata" cupola.
POMPEI (NA) Santuario della
Madonna del Rosario
Il Santuario della Madonna del Rosario e' uno dei maggiori
centri di devozione mariana d'Italia. Iniziato l'8 Maggio
1876 su disegno di Antonio Cua e compiuto nel 1891, fu poi
ampliato nel 1933-39 su progetto dell'ing. Mons. Spirito
Chiappetta. Il Santuario ha titolo di
Basilica Pontificia ed e' retto da un Delegato Pontificio,
coadiuvato da un Consiglio di Amministrazione. L'interno,
ricco di marmi, affreschi e mosaici, e' a croce latina a tre
navate con grandiosa cupola (57 m.) su 4 pilastri, transetto
a 3 navate e deambulatorio attorno al presbiterio. Entrando
in Basilica dalla porta centrale, si passa sotto la
monumentale e ricchisssima cantoria opera dell'arch.
Giovanni Rispoli, con bellissimi intagli, sede di uno dei
migliori organi, costruito dalla ditta del Cav. Pacifico
Inzoli di Crema ed inaugurato l'8 maggio 1890. È stato
successivamente ingrandito.

Sull'Altare maggiore e' la veneratissima Madonna di Pompei,
tela seicentesca, della scuola di Luca Giordano, restaurata
nel 1965, adorna di gemme e racchiusa entro una ricca
cornice di bronzo; attorniata dai Misteri del Rosario,
dipinti su rame da Vincenzo Paliotti. Le cappellette
laterali del tempio sono dedicate a Santi particolarmente
venerati nel Santuario; nella volta (catino) sono
rappresentati i misteri del Rosario realizzati in mosaico
dalla Scuola Vaticana.
Lungo i corridoi adiacenti alla Basilica sono esposti
numerosi quadri di ex voto. Essi rappresentano episodi di
grazie e prodigi attribuiti alla Madonna di Pompei:
guarigioni, scampo da naufragi, salvezza da incidenti ecc...
BUSSETO (PR) Santuario Madonna
dei Prati
Nel comune di Busseto esiste a circa tre chilometri dal
capoluogo e poco distante dalla casa natale del maestro
Verdi una piccola frazione denominata, per il suo Santuario
ove si venera fino dal 1600 una antica immagine della B.V.
Maria, Santa Madonna dei Prati di Busseto. Il bel Santuario
di stile bramantesco fu costruito, così come ora si trova,
negli anni 1690-1696 su progetto dell’architetto Don
Francesco Callegari di Roncole. Detto Santuario di belle
dimensioni (m. 20x20 alt. m. 17) non fu originariamente sede
di parrocchia fino al 1926 in cui il Vescovo di Fidenza S.E.
Mons. Giuseppe Fabbrucci la ergeva in parrocchia, dopo che
il predecessore S.E. il Vescovo Mons. Pietro Terroni a fine
dello scorso secolo lo aveva innalzato a dignità di
Santuario Diocesano in onore del SS.mo Nome della Beata
Vergine Maria sia per l’affluenza dei fedeli pellegrini. sia
per i favori concessi della Beata Vergine ai suoi devoti.
Quindi fin dalla sua fondazione vi furono, succedendosi
diversi sacerdoti curatori eletti dall’autorità, vescovile
di Fidenza fino al 1926 col titolo di Rettori del Santuario.
Fra questi è degno ancor più degli altri di essere ricordato
il Rettore Don Paolo Costa che mori nel 1820. Questo
Sacerdote pur dimorando nella casa unita al Santuario di S.
Madonna dei Prati, aveva incarico, di prestare aiuto nelle
cose del ministero al parroco Prevosto delle Roncole dove
doveva essere presente nelle diverse occasioni. Fu appunto
in una di queste che venne a conoscere il fanciulletto di
nome Giuseppe Verdi che era assiduo al servizio delle sacre
funzioni che appariva innamorato sia del canto come del
suono dell’organo.

Al piccolo
Verdi il prete Don Costa fece un’interessante proposta:
"Vuoi imparare un pò di musica che io te la insegnerò?",
"Si, si" rispose il ragazzino. Allora, soggiunse il prete,
"Non ti resta altro che fare di tanto in tanto qualche salto
in più da me a Madonna dei Prati che è vicina e io ti
addentrerò nello studio delle prime note". Non parve
vero che al suo intelletto si aprisse così una nuova strada
per assecondare il suo genio che da allora cominciò a
manifestarsi. Così questo primo maestro dell’arte musicale
iniziò il nuovo alunno nella strada luminosa che lo condusse
fino a guadagnare il prestiogioso titolo di Arcangelo nella
sublime arte musicale. Da Don Costa la famiglia Verdi
acquistò una spinetta attualmente custodita presso la Casa
di Riposo per Musicisti, in Milano. Sfortunatamente questo
primo maestro Don Costa chiuse i suoi giorni nell’anno 1820.
Quando Giuseppe Verdi fu accolto da un più provetto artista,
il maestro Don Piero Baistrocchi, col quale si apprestò a
fare i suoi passi da gigante nell’arte che così tanto lo
sublimò. Però, di animo riconoscente, aveva legato il suo
cuore non solo al primo maestro, ma anche alla prima scuola.
(E da ricordare che Don Paolo Costa è seppellito nel terreno
del sagrato della chiesa di S. Michele Arcangelo in Roncole
in una tomba rasente il muro della facciata di detta chiesa
dalla parte destra entrando per la porta principale) Quindi
Verdi, legato com’era a Madonna Prati, vi ritornava sovente
per condecorare all’harmonium le varie festività.
SIRACUSA Santuario Madonna
delle Lacrime
La mattina del 29 agosto 1953, alle ore 8,30 in una
modesta casa di lavoratori, sita in Siracusa, via
degli Orti n.11, un quadretto di gesso, raffigurante
il Cuore Immacolato di Maria, versò lacrime umane. Il
fenomeno, che a riprese più o meno lunghe, si
protrasse nei giorni 30 - 31 agosto e 1 settembre,
attirò subito una moltitudine di persone che poté
vedere coi propri occhi, toccare con le proprie
mani, asciugare e perfino assaggiare la salsedine di
quelle lacrime.
Il Reliquiario contiene la viva ed inconfutabile
testimonianza dell’evento: le lacrime di Maria.
L’autore e l’artista è stato il prof. Biagio Poidimani
di Siracusa, professore all’Accademia delle Belle Arti di
Roma. Il Reliquiario poggia su un piede dalla base
ottagonale e, al di sopra della impugnatura, vi sono tre
piani sovrapposti. Nel primo piano vi è custodita
parte di un panno ricamato utilizzato dalla sig.ra
Antonina Giusto per coprire e custodire il quadretto, che
spesso era interamente bagnato dalle lacrime; la metà di un
fazzoletto anch’esso impregnato di lacrime, donato dalla
sig.ra Lisetta Toscano Piccione; la provetta in
cui fu riposto il liquido prelevato dagli occhi del
quadretto dalla Commissione Scientifica il 1° settembre
(circa 30 gocce); alcuni batuffoli di cotone.

Agli angoli della teca
vi sono quattro statue: S. Lucia, patrona
della città di Siracusa; S. Marziano, primo vescovo della
città; S. Pietro e S. Paolo, colonne portanti della Chiesa,
legati alla storia della prima comunità cristiana a
Siracusa: Paolo perché secondo gli Atti degli Apostoli è
rimasto tre giorni a Siracusa; Pietro perché secondo la
tradizione, quando era vescovo di Antiochia, ha inviato il
suo discepolo Marziano come primo vescovo della città di
Siracusa.
Nel secondo piano quattro pannelli ricordano il
prodigio: la riproduzione del quadretto prodigioso; la
lacrimazione nella camera da letto dei coniugi Iannuso;
l’esposizione del quadretto in via degli Orti; il quadretto
posto in piazza Euripide, primo “Santuario” all’aperto.
Nel terzo piano, infine, custodita da quattro angeli,
sta l’urna di vetro in cui vi è la fialetta che contiene le
ultime lacrime, quelle rimaste dopo l’indagine scientifica.
L’8 maggio 1954, il Reliquiario fu sigillato e fu firmata la
pergamena che ne attesta l’autenticità.
Sulla base del Reliquiario vi è una incisione in latino:
“O Vergine delle Lacrime, strappa dalla durezza del nostro
cuore lacrime di pentimento - 29 agosto 1953”.
GENOVA Santuario Nostra Signora
della Guardia
Benedetto Pareto, durante la bella stagione, sale ogni
giorno il pendio del Monte Figogna, che sovrasta Livellato.
Lassù fa pascolare le pecore e raccoglie erba . La sua
giornata è interrotta solo dal pasto che la moglie gli porta
da casa, verso le dieci del mattino.

Un giorno, alla fine di agosto, mentre Benedetto aspetta la moglie, gli si avvicina una Signora, bella e splendente, che si presenta come la Madre di Gesù, lo conforta e gli chiede di costruire una cappella sul monte. Benedetto esita: "Sono tanto povero, e per fabbricare su questo monte alto e deserto occorreranno così tanti soldi che io dispero di riuscirci". Ma Maria lo rassicura: "Non avere paura. Sarai molto aiutato". Pieno di entusiasmo Benedetto si precipita a casa per parlare dell'incontro miracoloso alla famiglia. La moglie incredula lo deride: "Finora voi siete stato considerato da tutti un uomo semplice; d'ora in poi sarete ritenuto balordo o matto del tutto": è così convincente da dissuadere il marito da ogni progetto. Il mattino dopo Benedetto sale su un albero di fico, il ramo cede al peso del suo corpo e si spezza. La caduta lascia conseguenze gravissime, che fanno pensare al peggio. Infermo a letto, Benedetto riceve ancora la visita della Madonna che, rimproverandolo dolcemente, lo invita di nuovo a costruire la cappella, e lo guarisce immediatamente, Superato ogni indugio, Benedetto si mette al lavoro: percorre tutta la valle chiedendo aiuto di braccia e offerte . In poco tempo porta a compimento la cappella.
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