SANTUARI  ITALIANI
























 

 

 

 

 


LORETO:

La Santa Casa
I messaggi della Santa Casa "reliquia e icona"
Opere d'arte del Santuario

La Santa Casa
Cupola e cappelle
Atrio della sagrestia: tesoro e corridoio d'ingresso
La pinacoteca
Quando Sartre si inchinò alla Vergine

LUOGHI MINORI
OROPA Nostra Signora di Oropa
ROMA Madonna del Divino Amore
BIANCAVILLA Maria SS. dell'Elemosina
POMPEI Madonna del Rosario
BUSSETO santuario Madonna dei Prati
SIRACUSA Madonna delle Lacrime
GENOVA Nostra Signora della Guardia


E I LUOGHI DELLO SPIRITO
 

 

 

 

LORETO

 LA SANTA CASA
Loreto è famosa in tutto il mondo per il suo Santuario della Santa
Casa, definito da Giovanni Paolo II: "il primo Santuario di portata internazionale dedicato alla Vergine e, per diversi secoli, vero cuore mariano della cristianità" (1993). Intorno alla Santa Casa è sorto un maestoso tempio, attorniato da edifici monumentali e cinto da una singolare "cittadella murata".
La tradizione lauretana

Un'antica tradizione riferisce che la Santa Casa di Loreto è la
stessa "Camera" in muratura della Madonna esistente a Nazaret, in Galilea, e che in essa Maria nacque, fu educata e ricevette l'annuncio angelico. Nel 1291, durante l'invasione musulmana della Palestina, la "Camera" o Casa fu trasportata da Nazaret in Illiria, comprendente a quei tempi l'attuale Dalmazia ed Albania, presso un castello denominato Fiume che una successiva storiografia ha identificato con l'omonima città del Golfo del Quarnaro (Rijeka) e, più precisamente, con la località di Tersatto. Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294 la Casa fu traslata in Italia, nel territorio del comune di Recanati, prima presso il suo porto, nel folto di una selva, in un sito chiamato più tardi la Banderuola, e di lì su un colle detto dei due fratelli, i quali litigaro­no per impossessarsi delle offerte dei pellegrini, per cui la Casa fu definitivamente collocata su una pubblica strada. La tradizione remota, di segno devoto e popolare, attribuisce all'opera degli angeli il trasporto della Casa di Nazaret, mentre studi recenti, leggendo la tradizione, a così dire, in "filigrana", propongono l'ipotesi di un trasporto per iniziativa umana, via mare, con una speciale assistenza dall'alto.
La questione lauretana

È ben nota la "questione lauretana" che ha visto nel tempo gli
studiosi contrapposti su due fronti: alcuni hanno messo in dubbio l'autenticità della traslazione della Santa Casa, altri l'hanno difesa tout-court, compreso il particolare del "ministero angelico". La querelle, condotta con metodo storiografico, verteva soprattutto sul valore delle fonti scritte che, in effetti, risultavano tardive rispetto all'accadimento dei fatti, essendo le più antiche, allora conosciute, riferibili solo al 1470 circa. La recente scoperta di nuovi documenti scritti, come la Historia di Giacomo Ricci, redatta nel 1469 circa, e, più ancora, alcuni versi del Rosarium di S. Caterina da Bologna, stilati nel 1440 e resi noti solo nel 1994, fanno cadere pesanti pregiudizi e scagionano Pietro di Giorgio Tolomei, detto il Teramano, rettore del santuario loretano, di essere l'inventore di "una insulsa storiella" con la sua Traslazione miracolosa, redatta verso il 1470 e ritenuta, fino ai nostri tempi, il più antico scritto sull'origine nazaretana della Santa Casa di Loreto.
Gli scavi a Nazaret e a Loreto

Tuttavia, l'apporto più significativo a una lettura critica e storicamente fondata della tradizione
lauretana è stato dato dalle cosid­dette "fonti mute", cioè dal responso degli scavi archeologici effettuati a Nazaret tra il 1955 e il 1960 nella chiesa dell'Annunciazione e a Loreto tra il 1962 e il 1965 nel sottosuolo della Santa Casa, oltre che da studi specifici sulla struttura edilizia della "Ca­mera" lauretana, raccordata con la Grotta nazaretana. Le indagini archeologiche e la tradizione si illuminano a vicenda con recipro­che conferme. E aiutano a ricostruire la storia della Casa di Maria. A Nazaret gli scavi hanno appurato che l'abitazione della Vergine, come le altre del luogo, era costituita da una Grotta scavata nella roccia, luogo di deposito, e da una Casa in muratura antistante e leggermente sovrastante, luogo della vita quotidiana, oltre che da altre piccole strutture sussidiarie. Gli scavi hanno confermato nella sostanza ciò che narra la tradi­zione lauretana e, cioè, che i discepoli di Gesù trasformarono la Casa di Maria in chiesa. Dalle indagini archeologiche, infatti, è emerso che nel III secolo i giudeo-cristiani, anzi, forse gli stessi "parenti del Signore", adattarono l'abitazione di Maria a luogo di culto, costruendovi sopra una chiesa in stile sinagogale, di cui sono venuti alla luce interessanti resti cultuali. Gli scavi sono stati effettuati sotto la direzione del p. Bellarmino Bagatti.

Nel secolo V i cristiani bizantsostituitisi anche a Nazaret ai giudeo-cristiani, abbatterono la chiesa-sinagoga ed edificarono un più ampio edificio sacro sopra l'abitazione della Madonna. Nell'XI secolo, infine, i crociati francesi demolirono la basilica bizantina ed edificarono una più ampia chiesa proteggendo la santa dimora in una cripta. Questa attenzione nei riguardi dell'abitazione di Maria attraverso i secoli spiega anche la sua possibile conservazio­ne, perché un edificio, anche se fragile, custodito dentro un altro edificio, non essendo soggetto all'erosione degli agenti atmosferi­ci, sfida i secoli. Ne è una riprova la stessa Santa Casa di Loreto che, protetta dentro altri edifici fin dagli inizi del secolo XIV, dopo sette secoli non ha fatto una crepa.
A Loreto gli scavi archeologici, condotti sotto la direzione del prof.
Nereo Alfieri, hanno confermato alcuni elementi della tradizione in modo inatteso. Questa asserisce che la Santa Casa non ha fondamenta proprie, poggia su una pubblica strada e fu protetta dai recanatesi con un muro per tutta l'altezza e la lunghezza. Ebbene, le indagini archeologiche hanno verificato tutti e tre questi singo­lari fenomeni edilizi. In più, hanno individuato alcune opere di difesa con archetti di controripa sul cedevole lato nord e una fascia di sottomurazione inserita più tardi dall'esterno. Tutto ciò attesta un'attenzione archeologica ante litteram verso il sacello che non si spiegherebbe se quei muri non fossero stati considerati fin dall'ini­zio vere "reliquie".
Infine, gli scavi loretani hanno
appurato che il nucleo originario della Santa Casa è costituito da tre sole pareti (è esclusa la parete est dove sorge l'altare, che a Nazaret non esisteva perché è la parte che dava sulla bocca della Grotta), e che delle tre pareti le sezioni inferiori sono in pietra, mentre le sezioni sovrastanti, costruite in un secondo momento, sono in mattoni locali.
La
struttura edilizia

Ulteriori studi sulla
struttura edilizia della Santa Casa hanno mes­so in evidenza che questa, in ambito costruttivo marchigiano, ri­sulta un coacervo di assurdità: non ha fondamenta proprie, contro tutti gli usi del luogo; ha stranamente una parte in pietre,

 
La S. Casa di Loreto, interno, con l'altare e l'iconostasi

 non usate nella zona per mancanza di cave lapidee, e una parte aggiunta in mattoni, gli unici materiali disponibili in loco; poggia su una pubblica strada, contro tutte le disposizioni comunali dell'epoca; ha l'unica porta originaria sul lato nord, esposta a tutte le intempe­rie, e l'unica finestra a ovest, aperta a una limitata illuminazione, contro i più elementari accorgimenti dei costruttori locali.
Se invece la Casa di Loreto viene idealmente ritraslata a Nazaret,
tutte queste anomalie edilizie scompaiono e il manufatto loretano ben si raccorda con la Grotta nazaretana nelle sue varie parti. Inoltre, studi sulla finitura della superficie delle pietre di Loreto hanno chiarito che esse appaiono lavorate secondo una particolare tecnica usata dai nabatei - un popolo confinante con gli ebrei - e diffusa anche in Palestina. Questi interessanti studi sull'edilizia della Santa Casa si devono all'ingegnere architetto Nanni Monelli.
I graffiti

Infine, una specifica indagine sui graffiti leggibili ancora in molte
pietre della Santa Casa di Loreto rivela che essi sono molto simili a quelli riscontrabili anche in Terra Santa e, in special modo, a Nazaret, compresi gli esemplari riferibili ai giudeo cristiani del IIV secolo. È stata decifrata anche una scritta in caratteri greci sincopati con due lettere ebraiche contigue (un lamed e un waw), la quale, tradotta, dice: "O Gesù Cristo, Figlio di Dio". Un'identica invocazione si legge nella cosiddetta Grotticella di Conone, a Nazaret, vicino alla Grotta santa. Ne deriva la fondata ipotesi che diverse pietre siano state graffite a Nazaret e poi trasportate a Loreto, ciò che conferma l'antica tradizione. Insomma, le pietre hanno un loro linguaggio, muto certo, ma, una volta decodificato, in grado di gettar luce sull'origine della Santa Casa.
Perché a Loreto

C'è sempre comunque chi si chiede perché mai la "Camera" nazaretana di Maria sia stata trasportata proprio a Loreto e non
altrove. Già gli antichi storici, fin dal secolo XVI, evidenziavano come la Casa fosse passata, per provvidenziale disegno, dalla terra di Cristo alla terra del vicario di Cristo, cioè nell'antico Stato della Chiesa. Potrebbe esserci anche una ragione di carattere contingente. È noto che la traslazione, secondo i dati della tradizione, avvenne il 10 dicembre del 1294, quando era papa Celestino V. Questi, inco­ronato pontefice a L'Aquila il 5 luglio 1294 per volontà di Carlo II d'Angiò e trasferitosi poi a Napoli, il 13 dicembre successivo ri­nunciò al pontificato. Non mise mai piede a Roma.
Ora, risulta che a Roma lo sostituiva in qualità di
Vicarius Urbis (Vicario del papa) Salvo, vescovo di Recanati. Salvo era stato nominato Vicarius Urbis da Nicolò IV nel 1291 e svolse quell'ufficio fino al 1296. Il Vicarius Urbis, come è noto, durante le assenze dei pontefici da Roma, esercitava un potere giuridico in spiritualibus (indulgenze, reliquie, ecc.). Vien da supporre allora che Salvo, vescovo di Recanati, dovendo destinare a nome del papa, le "sante pietre" di una reliquia così insigne, qual è la Santa Casa, abbia pensato al territorio della sua diocesi e le abbia fatte approdare al suo Porto, attivo già fin dal 1229 per concessione dell'imperatore Federico II.
Gli angeli

In questo discorso si può inserire quanto Giuseppe Lapponi, archiatra pontificio, confidava in segreto al vescovo di Digione
mons. Landrieux il 17 maggio 1900: di aver scoperto, cioè, alcuni documenti negli archivi vaticani, secondo i quali, una nobile fami­glia bizantina di nome Angeli, discendente dagli imperatori di Costantinopoli, nel secolo XIII, salvò i "materiali" della Casa della Madonna dalle devastazioni musulmane e li fece trasportare a Loreto per ricostruirvi l'attuale sacello.
La notizia ha un'implicita conferma nel foglio 181 del cosiddetto
Chartularium Culisanense, pubblicato di recente (1985), dove si par-la delle "sante pietre portate via dalla Casa della Nostra Signora la Madre di Dio" e di una icona raffigurante la Madonna con il Bambino in grembo. Sono gli elementi costitutivi del santuario di Loreto: le pietre della Casa di Maria e una tavola dipinta con l'immagine della Madonna e del Bambino, esistente già agli inizi del sec. XIV nel sacello e poi sostituita con una statua lignea.

Le "sante pietre" nel settembre-ottobre 1294 passarono da Nice­foro Angeli, despota dell'Epiro, a Filippo d'Angiò, figlio del re di Napoli Carlo II, quale dote nuziale di Ithamar (o Margherita), Angeli, figlia di Niceforo. Si noti la corrispondenza cronologica: il matrimonio tra Filippo e Ithamar avviene nel settembre-ottobre 1294 e la tradizione lauretana indica il 10 dicembre 1294 quale data dell'arrivo della Santa Casa nelle Marce.
Un implicito collegamento con la famiglia Angeli dell'Epiro si ha
in due monete rinvenute nel sottosuolo della Santa Casa (una nella fascia di sottomurazione), le uniche databili, tra le centinaia ivi rinvenute, all'epoca della traslazione. Si riferiscono a Guy de la Roche, duca del feudo francese di Atene dal 1285 al 1308. Guy era figlio di Elena Angeli, nipote di Niceforo e cugina di Ithamar. Ora è noto che spesso, nei secoli passati, le monete inserite nelle fonda­zioni degli edifici, soprattutto sacri, stavano a indicare l'epoca della loro costruzione e talora anche i protagonisti della stessa; in questo caso della famiglia Angeli dell'Epiro-Tessaglia, discenden­te dagli imperatori di Costantinopoli, alla quale appartenevano tanto Ithamar, figlia di Niceforo, desposta dell'Epiro, quanto Ele­na, figlia di Giovanni, sebastocratore della Tessaglia, e madre di Guy de La Roche.
Altri indizi

Altri reperti archeologici appaiono significativi per far luce sulle
origini della Santa Casa. Anzitutto cinque piccole croci di stoffa rossa, tipiche dei cavalieri crociati, più che di altri pellegrini (i co­siddetti "bianchi"), rinvenute in una cavità sotto la "Finestra del-l' Angelo". Esse ci riportano all'epoca delle crociate, quando avvenne la traslazione. Interessanti sono anche i resti di un uovo di struzzo, ritrovati nella stessa cavità. Lo struzzo ci riconduce all'Oriente e, in special modo, alla Palestina, dove prosperava e prospera, mentre è sconosciuto nelle Marche. E l'uovo (che talvol­ta ornava le chiese in Terra Santa al tempo dei crociati) richiama una simbologia cara ai medievali. Essi immaginavano che l'uovo di struzzo, deposto dalla femmina sulla sabbia, fosse fecondato dal sole che faceva venire alla luce il piccolo struzzo. E così, per analogia, lo assumevano a simbolo del Verbo, fatto uomo nel grembo di Maria, come "fecondata" dal sole dello Spirito Santo.
Si
tratta di "incastri" suggestivi di diversi tasselli, che riconducono spesso alla stessa tradizione lauretana, anche se questa va letta con vigile senso critico.
Non si deve ignorare che qualche studioso anche oggi trova diffi
­coltà ad accogliere la sostanza storica del traslazione della Santa Casa. Qualcuno fa rientrare la relazione del Teramano nel contesto dei cosiddetti "racconti di fondazione" dei santuari, accentuando-ne gli elementi dell'immaginario collettivo e delle ierofanie, e rele­gando, in tal modo, il fatto della traslazione angelica e, al limite, la stessa tradizione lauretana nell'ambito dei miti. Proposte del ge­nere vanno incontro a serie obiezioni di vario genere.
Esse
non riescono a spiegare la vera origine del santuario di Loreto, né tanto meno a dare ragione del suo eccezionale sviluppo, accompagnato da un imponente apparato monumentale, con ec­celse opere d'arte, che costituiscono indubbiamente la glorificazio­ne della Casa della Madonna, trasportata, secondo la tradizione, da Nazaret a Loreto.

 I MESSAGGI DELLA SANTA CASA "RELIQUIA E ICONA"
Giovanni Paolo II nella
Lettera per il VII Centenario lauretano, indirizzata a mons. Pasquale Macchi, arcivescovo di Loreto, il 15 agosto 1993, ha scritto: "La S. Casa di Loreto non è solo una reliquia, ma anche una preziosa icona concreta". È reliquia perché è "resto", cioè parte superstite della dimora nazaretana di Maria. È icona perché si fa specchio che riflette ineffabili verità di fede e rifrange luce su alti valori di vita cristiana. Per questo "la S. Casa di Loreto" è il "primo santuario di portata internazionale dedicato alla Vergine". Vengono qui ri­chiamati i messaggi biblico-teologici del ricco magistero-lauretano di alcuni papi, in primo luogo di Giovanni Paolo II.
Culla dell'Immacolata

La Casa nazaretana venerata a Loreto è identificata dalla tradizio
­ne con quella in cui "la Vergine Maria nacque e fu educata e poi salutata dall'angelo Gabriele" (Teramano). Lo ha ribadito anche Giulio II nel 1507 e, in seguito, numerosi pontefici.
Dimora del Verbo Incarnato

La S. Casa è il santuario dell'Incarnazione. È questo il mistero di
cui essa fa quotidiana e orante memoria. È questo il mistero che teologicamente la caratterizza e la qualifica.
Scrive Giovanni Paolo nella
Lettera per il VII Centenario: «La S. Casa di Loreto è 'icona' non di astratte verità, ma di un evento e di un mistero: l'Incarnazione del Verbo. È sempre con profonda commozione che, entrando nel venerato sacello, si leg­gono le parole poste sopra l'altare: 'Hic Verbum caro factum est': Qui il Verbo si è fatto carne. L'Incarnazione, che si riscopre dentro codeste sacre mura, riacquista di colpo il suo genuino significato biblico».
"Cenacolo" dello Spirito Santo

La Vergine Maria nella
sua Casa di Nazaret ha concepito il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo (Lc 1, 13). Così sviluppa questo aspetto Giovanni Paolo II nella Lettera per il VII Centena­rio: «E dove si potrebbe parlare con più efficacia del ruolo dello Spirito Santo, 'datore di vita', se non nel Santuario lauretano, che ricorda il momento e il luogo in cui Egli compì la suprema delle sue operazioni 'vivificanti' dando vita, nel seno di Maria, all'umanità del Salvatore?».


Raffaele da Montelupo, La Natività di Maria nella Casa di Nazaret, Rivestimento marmoreo.

 Tabernacolo della Santissima Trinità
Nell'annuncio dell'angelo a Maria sono chiamate in
causa le tre Persone della Santissima Trinità: Dio Padre ("l'Altissimo"), Dio Figlio e Dio Spirito Santo.
Casa dell'avvento

Maria nella
sua dimora nazaretana, in un prolungato "avvento", attese la nascita del Figlio nel silenzio e nella contemplazione del mistero.
La Casa di tutti i figli adottivi di Dio

È un motivo teologico caro al magistero di Giovanni Paolo II che vi
è tornato più di una volta. «La Casa del Figlio dell'uomo è la casa universale di tutti i figli adottivi di Dio. La storia di ogni uomo, in un certo senso, passa attraverso quella casa. La storia dell'intera umanità in quella casa riannoda le sue fila. La Chiesa che è in Italia, alla quale la Provvidenza ha legato il santuario della S. Casa di Nazaret, ritrova lì una viva memoria del mistero dell'Incarnazione, grazie al quale ogni uomo è chiamato alla dignità di figlio di Dio».
La "Casa comune" dei giovani

La Casa di Nazaret ha accolto Gesù, che ivi ha trascorso l'infanzia,
l'adolescenza e la giovinezza. Essa è punto privilegiato di riferi­mento per i giovani cristiani. In occasione del Pellegrinaggio dei giovani d'Europa, Giovanni Paolo II, nel messaggio del 9 settembre 1995, ha detto loro: «Da Loreto questa sera abbiamo compiuto un singolare pellegri­naggio dall'Atlantico agli Urali, in ogni angolo del Continente, dovunque si trovano giovani in cerca di una "casa comune". A tutti dico: ecco la vostra Casa, la Casa di Cristo e di Maria, la Casa di Dio e dell'uomo»!
La Casa del
di Maria e del delle persone consacrate

Questo aspetto è stato messo in evidenza da Giovanni Paolo II nei
suoi vari interventi mariano-lauretani, in special modo nella Lette­ra per il VII Centenario Lauretano.
«La S. Casa ricorda in pari modo anche la grandezza della voca
­zione alla vita consacrata e alla verginità per il Regno, la quale ebbe qui la gloriosa inaugurazione nella persona di Maria, Vergi­ne e Madre».
Santuario della riconciliazione

A Loreto giungono innumerevoli pellegrini per riconciliarsi con
Dio e con i fratelli nel sacramento della confessione, sperimentan­do la dolcezza ineffabile del perdono e della grazia.
"Prima chiesa domestica della storia"

La Santa Casa di Loreto fa riferimento di per sè, in primo luogo, al
mistero dell'Incarnazione, perché lì è avvenuto l'annuncio angeli­co a Maria. È considerata anche, però, luogo che accolse, almeno saltuariamente, la Santa Famiglia.


Giovanni Paolo II in preghiera nella Santa Casa. 10 dicembre 1994.

 Scrive Giovanni Paolo II nella Lettera per il VII Centenario Lauretano: «Il ricordo della vita nascosta di Nazaret evoca questioni quanto mai concrete e vicine all'esperienza di ogni uomo e di ogni donna.
Esso ridesta il senso della santità della
famiglia, prospettando di colpo tutto un mondo di valori, oggi così minacciati, quali la
fedeltà, il rispetto della vita, l'educazione dei figli, la preghiera, che le famiglie cristiane possono riscoprire dentro le pareti della Santa Casa, prima ed esemplare 'chiesa domestica' della storia».
Casa della vita
nascosta di Gesù

Nel magistero di Giovanni Paolo II il precedente motivo trova un
suggestivo approfondimento nell'omelia pronunciata a Loreto il 10 settembre 1995, davanti a quattrocentomila giovani:«Gesù prese dimora in lei [Maria] come in un tempio spirituale preparato dal Padre per opera dello Spirito Santo. È grazie a Maria che la casa di Nazaret è diventata un simbolo così straordi­nario, essendo lo spazio in cui, dopo il ritorno dall'Egitto, si è sviluppata l'umana vicenda del Verbo Incarnato; il luogo in cui Cristo "cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (Lc 2, 52)».
Luogo del lavoro santificato

È questo un tema riproposto mirabilmente da Giovanni Paolo II nella
Lettera del VII Centenario con queste parole: «Nessuna considerazione teorica potrà mai esaltare la dignità del lavoro umano quanto il semplice fatto che il Figlio di Dio ha lavora­to a Nazaret ed ha voluto essere chiamato 'figlio del falegname' (cf. Mt 13, 55).
Il lavoratore cristiano che ripensa la sua vocazione
all'ombra della Santa Casa scopre anche un'altra importante veri­tà: che il lavoro non solo nobilita l'uomo e lo rende partecipe dell'opera creatrice di Dio, ma può essere altresì un'autentica via per realizzare la propria fondamentale vocazione alla santità (cf. Laborem exercens, 24-27)
».
Oasi degli infermi

Da sempre la S. Casa di Loreto è stata meta di pellegrini malati, che hanno invocato dalla Vergine protezione e guarigione. Dal
1936 vi confluiscono i "treni bianchi" organizzati dall'Unitalsi e da consimili associazioni.
La Casa della vedovanza santificata

Su questo
aspetto inedito ma altamente significativo si è soffermato Giovanni Paolo II nel suo discorso rivolto alle vedove di Sarajevo, nella basilica di Loreto, il 10 dicembre 1994. Ecco le sue parole: «Il pensiero va, in questo momento, alla Famiglia di Nazaret. Grande è il suo fascino! In essa si rispecchia ogni situazione fami­liare, anche la vostra. Maria Santissima, infatti, per quanto possia­mo intuire leggendo i Vangeli, ha conosciuto la condizione della vedovanza: del suo sposo San Giuseppe, dopo l'episodio di Gesù dodicenne nel Tempio, non si fa più parola».
La Casa
in cammino

Una strofa dell'inno del VII Centenario Lauretano dice: "È la Casa
del cammino / da Oriente ad Occidente: / essa è segno della gente / pellegrina verso il ciel". Così la Casa lauretana diventa segno di protezione per emigranti ed esuli, che cambiano patria, come la dimora mariana di Nazaret. In special modo, la Madonna di Loreto è Patrona universale dei viag­giatori in aereo, perché tale l'ha proclamata Benedetto XV nel 1920, come ricorda anche Giovanni Paolo II nella Lettera per il VII Cente­nario quando scrive che "la Vergine Lauretana viene ovunque invo­cata dai viaggiatori in aereo, in un abbraccio di pace che unisce idealmente tutti i continenti".

 OPERE D’ARTE DEL SANTUARIO
Il Santuario di Loreto non è soltanto un eccezionale monumento di storia e di fede, ma anche un prezioso contenitore di opere d'arte che spaziano dal secolo XIV, con i lacerti degli affreschi della S. Casa, fino ai nostri giorni, con le sculture del Manfrini e del Bodini (1994). Una vera antologia d'arte sacra che accoglie capolavori di architettura, scultura e pittura, con nomi celebri nel firmamento dell'arte, e scandisce i ritmi dei gusti, delle maniere e degli orien­tamenti di oltre sei secoli. La S. Casa è il centro generativo e ispirativo dell'intero patrimonio artistico del santuario. L'arte a Loreto è un'esaltazione di Maria e della sua dimora terrena.
Un itinerario pratico per la visita delle opere d'arte del santuario è
quello che parte da Piazza della Madonna, dove arriva il visitatore, e prosegue all'interno della basilica. Di qui il visitatore può recarsi subito in S. Casa, fulcro spirituale, e, dopo la visita dell'in­terno e dell'esterno (Rivestimento marmoreo), può osservare la soprastante cupola e quindi iniziare la visita delle cappelle absidali, a partire dalla Cappella del Crocifisso, sul lato sinistro, presso la porta del Corridoio d'ingresso. Dopo la visita delle cap­pelle absidali, può proseguire con la visita delle cappelle laterali, a partire dalla navata destra (rispetto all'ingresso), e, attraversata la basilica e osservate le cappelle della navata sinistra, può portarsi all'Atrio della Sagrestia e al Tesoro e di qui uscire attraverso il Corridoio, dove può ammirare altri oggetti d'arte.
La Piantina allegata può facilitare il percorso dalla Piazza della Madonna all'interno della basilica, fino all'uscita.

Piazza della Madonna

È delimitata a est dalla facciata della basilica, a nord e a ovest dal
Palazzo Apostolico e a sud dal Palazzo Illirico, ed è abbellita da una Fontana posta al centro e da un Campanile sul lato sinistro.


Piazza della Madonna

La basilica
Iniziata nel 1469 in stile tardo-gotico, probabilmente su un proget
­to di Marino di Marco Cedrino, fu completata nel 1587 con la facciata in stile tardo-rinascimentale. Nel 1468 il vescovo di Recanati Nicolò delle Aste decise la costruzio­ne dell'attuale tempio, iniziato nell'anno successivo. Morto il vesco­vo nel 1469, prese a cuore i lavori il pontefice Paolo II che nel 1464, ancora cardinale, era stato prodigiosamente guarito in S. Casa.


Veduta della Basilica dalla parte delle absidi

La cupola
Fu costruita nella parte del tamburo ottagonale, sino al cornicione, da Giuliano da Maiano e fu voltata da Giuliano da Sangallo in soli otto mesi, dal settembre 1499 al maggio 1500.

La facciata

Fu progettata e iniziata da Giovanni Boccalini nel 1571, portata avanti, a partire dal cornicione inferiore, da Giovan B. Ghioldi e terminata nel 1587 da Lattanzio Ventura, sotto Sisto V, il cui nome è scritto nel cornicione superiore.

Le porte di bronzo

I tre portali in bronzo che abbelliscono la facciata della basilica
furono voluti dal cardinale Antonio Maria Gallo, protettore del santua­rio (1587-1620), in vista del giubileo dell'anno 1600. Nell'intenzione della committenza i soggetti biblici ivi raffigurati sono intesi ad ac­compagnare spiritualmente il pellegrino alla contemplazione del mi­stero dell'Incarnazione, di cui fa memoria la S. Casa. Le tre porte sono state lavorate nella fonderia di Recanati e hanno subito un recente restauro ad opera della ditta Morigi (1988-1992).
Porta centrale

Fu lavorata da Antonio di Girolamo Lombardo, con la collabora­zione dei fratelli Pietro, Paolo e Giacomo. Iniziata nel 1590 fu terminata nel 1610.


I due bracci del Palazzo Apostolico: nord e ovest.

Porta destra
Fu commissionata ad Antonio Calcagni nel 1590 che la ideò e in
gran parte la modellò. Dopo la sua morte (1593) fu portata a termine nell'anno 1600 dal nipote Tarquinio Jacometti e da Sebastiano Sebastiani, i quali rielaborarono e integrarono il progetto iniziale.
Porta sinistra

Fu commissionata nel 1590 a Tiburzio Vergelli che si avvalse della
collaborazione di Giovan B. Vitali e la portò a termine nel 1596.
Monumento a Sisto V

Sul lato sinistro del sagrato si scorge la Statua a Sisto V, opera eseguita nel 1587 da Antonio Calcagni con la collaborazione di Tiburzio Vergelli. Fu eretta a spese della Provincia della Marca e di otto prelati piceni creati cardinali da Sisto V.

Palazzo Apostolico

Si apre davanti alla facciata della basilica, a due piani, con due lati,
uno più lungo, a nord, e uno più breve, a ovest. Qualche studioso ritiene che sia stato iniziato nel 1498 su disegno di Giuliano da Sangallo o di Francesco di Giorgio Martini. In effetti l'ideazione del Palazzo si deve a Donato Bramante, inviato a Loreto da Giulio H con l'incarico di "disegnare molte opere".
Palazzo Illirico

Si eleva sul lato sud. È una decorosa costruzione in laterizio, ridotta alle forme attuali nel 1831-1835 dall'architetto Giuseppe Marini.

La Fontana

Al centro della Piazza si eleva un'artistica
Fontana, opera del cele­bre Carlo Maderno e dello zio Giovanni Fontana che la realizzaro­no tra il 1604 e il 1614. Ornano la Fontana alcune sculture in bronzo, lavorate da Tarquinio e Pietro Paolo Jacometti nel 1622.
Campanile

Il disegno si deve a Luigi Vanvitelli, celebre architetto, autore
della ben nota Reggia di Caserta. I lavori iniziarono nel 1750 e si conclusero nel 1755, sotto la sorveglianza di Pietro Bernasconi. Il Campanile ospita nove campane, fra le quali merita di essere menzionata quella denominata Loreta, opera di Bernardino da Rimini (1515). Ha un diametro di 184 cm. e pesa 73 quintali.


Campanile, cupola e parte superiore della facciata della Basilica.

 LA SANTA CASA
È il centro nativo e ispirativo della spiritualità e dell'arte del san
­tuario. Il visitatore può portarsi direttamente dal sagrato della basilica in S. Casa, che si eleva, come su un'ara, nel presbiterio, al di sotto della cupola. Prima può visitare l'interno, con rispetto e devozione, perché questo è luogo di preghiera e di silenzio, e poi l'esterno, ossia il Rivestimento marmoreo.
Interno della Santa Casa

La S. Casa, nel suo nucleo originario, è costituita da sole tre pareti,
perché la parte dove sorge l'altare dava, a Nazaret, sulla bocca della Grotta e, quindi, non esisteva come muro. Delle tre pareti originarie le sezioni inferiori, per quasi tre metri di altezza, sono costituite prevalentemente da filari di pietre, per lo più arenarie, rintracciabili a Nazaret, e le sezioni superiori - aggiunte successivamente e, quin­di spurie - sono in mattoni locali, gli unici materiali edilizi usati


Il rivestimento marmoreo della Santa Casa

nella zona. Alcune pietre risultano rifinite esternamente con tecnica che richiama quella dei nabatei, diffusa in epoca romana anche in Palestina. Vi sono stati individuati una sessantina di graffiti, molti dei quali giudicati dagli esperti simili a quelli giudeo-cristiani di epoca remota, esistenti in Terra Santa, compresa Nazaret.


Interno della Santa Casa

 
La statua della Madonna rivestita della tradizionale dalmatica, nella sua nicchia in Santa Casa

Le sezioni superiori delle pareti, di minor valore storico e devozionale, nel secolo XIV furono coperte da dipinti a fresco, mentre le sottostanti sezioni in pietra furono lasciate a vista, espo­ste alla venerazione dei fedeli.
Il Crocifisso dipinto su legno, sopra la cosiddetta finestra dell'Angelo, assegnato alla fine del sec. XIII, secondo alcuni è di cultura spoletina e secondo altri rivelerebbe segni della maniera di Giunta Pisano. La Statua della Madonna, scolpita su legno di un cedro del Libano dei Giardini Vaticani, sostituisce quella del sec. XIV, andata di-strutta in un incendio scoppiato in S. Casa nel 1921. È stata fatta scolpire da Pio XI che nel 1922 la incoronò in Vaticano e la fece trasportare solennemente a Loreto. Fu modellata da Enrico Quat­trini ed eseguita e dipinta da Leopoldo Celani che le conferì una tonalità troppo scura rispetto a quella dell'originale.


Floriano Bodini, II nuovo altare maggiore con il relativo arredo liturgico.

Rivestimento marmoreo
Dalla S. Casa si esce per la porta di sinistra, a nord. Subito si può
iniziare la visita del Rivestimento marmoreo, che sostituisce l'anti­co muro dei recanatesi costruito agli inizi del sec. XIV per proteg­gere la S. Casa. t stato voluto da Giulio II che nel 1507 inviò a Loreto Donato Bramante con il compito di compiervi "cose magne e... per disegnare molte opere". I lavori iniziarono nel 1511, sotto la direzione di Giovan Cristoforo Romano, dopo che il fiorentino Antonio Pellegrini, su incarico e su disegno del Bramante, aveva approntato il modello ligneo su scala. Dal 1513 al 1527 diresse l'impresa Andrea Contucci, detto il Sansovino. I lavori ripresero nel 1531, dopo un'interruzione dovuta al sacco di Roma (1527), sotto la direzione di Rinieri Nerucci. Nella fase finale essi passaro­no alla direzione di Antonio da Sangallo il Giovane. L'opera fu conclusa nel 1538. Successivamente furono collocate nelle nicchie le statue delle Sibille e dei Profeti.
Qui il Bramante ha inteso celebrare la Madre del Salvatore, vaticinato dalle dieci Sibille, scolpite dai fratelli Della Porta (1570-1572), preannunciato dai dieci Profeti, scolpiti dai fratelli Lombar­do (1540-1570), e figurato con la Madre nelle "storie" del dado marmoreo, secondo questa successione, a partire dalla parete nord: Natività di Maria di B. Bandinelli e R. Montelupo; Sposalizio di A. Sansovino e N. Tribolò; Annunciazione di A. Sansovino e, sotto, Visitazione di R. Montelupo e Censimento di F. da Sangallo; Natale di A. Sansovino; Adorazione dei magi di R. Montelupo; Tran-sito della Vergine di D. D'Aima. A sè stante è la Traslazione di F. da Sangallo e N. Tribolo.
Nei secoli
passati il Rivestimento destò universale ammirazione. Giorgio Vasari, in visita a Loreto nel 1566, lasciò scritto che la S. Casa "non poteva, quanto al mondo, ricevere maggiore né più ricco orna-mento", superiore alle "più preziose gemme orientali". Michel Montaigne, pellegrino alla S. Casa nel 1581, annotò: "Non è facile vedere opere più rare ed eccellenti". Torquato Tasso, a Loreto nel 1587, richiamò poeticamente per le sculture "i magisteri e l'opere di Fidia". E Antonio Canova inviava i suoi discepoli a Loreto per studia-re questo monumento, asserendo che vi è "quasi tutto".
Caduto in un inspiegabile oblio, da alcuni anni è ritornato all'at­
tenzione degli studiosi che giustamente lo considerano, oltre che "la massima impresa plastica del pieno Rinascimento", "uno stra­ordinario esempio di lavoro di gruppo, quasi l'antitesi del sommo principio dell'unità nell'unico, personificato da Michelangelo" (R. Lunardi, 1983). E nel lavoro di gruppo si coglie anche il senso dell'emulazione, tipica degli artisti dell'umanesimo-rinascimento. Nel presbiterio, sulla parete destra, è stato collocato il pregevole Ciborio marmoreo finemente scolpito da Aurelio Lombardo verso il 1542, con l'Eterno in alto e due angeli adoranti in basso. La porticina argentea, ornata da cornice indorata, è stata eseguita su disegno di Floriano Bodini dall'orafo varesino Somaini (1994).
L 'Altare maggiore,
con il relativo arredo liturgico, è opera di Floriano Bodini che, sul davanti, vi ha figurato la Vergine Lauretana con il Bambino e due angeli, nel gesto di accogliere i pellegrini alla sua Casa. L'altare è stato donato da Giovanni Paolo II, a ricordo del VII Centenario Lauretano, mentre l'ambone è dono delle diocesi di Mo­naco e Passau, il leggio di mons. Pasquale Macchi, in memoria di Paolo VI, e la sede con i due scanni dell'Unitalsi. Il complesso è stato inaugurato da Giovanni Paolo II il 10 dicembre 1994, nella cerimonia di apertura del VII Centenario della S. Casa.

 CUPOLA E CAPPELLE

Da questa posizione si può iniziare la visita delle decorazioni della soprastante cupola per passare poi alle cappelle absidali e a quelle laterali.
Cupola

È stata elevata fino al tamburo da Giuliano da Maiano e voltata
nella calotta da Giuliano da Sangallo (1499-1500). Tra il 1610 e il 1615 fu affrescata da Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio, con una "gloria celeste" calata nell'ampio invaso. Deperiti quegli af­freschi e staccate alcune loro porzioni da O. Ottaviani (1888-1890), la cupola fu nuovamente dipinta da Cesare Maccari. Questi, dal 1890 al 1895 affrescò la calotta con simboli e figurazioni delle Litanie Lauretane, e dal 1895 al 1907 dipinse le pareti del tamburo con grandiose scene della Storia del domma dell'Immacolata, deco­rando anche i contigui sottarchi e arcate con episodi devozionali e con immagini di santi e di pontefici. I lavori sono stati finanziati con le offerte dei fedeli italiani, sollecitate e raccolte dalla Congre­gazione Universale della S. Casa, tramite il suo solerte direttore p. Pietro da Malaga. Questo ciclo pittorico del Maccari è considerato il più grandioso e significativo in arte sacra di tutta Europa per il periodo a cavallo tra Otto e Novecento. L'opera resta sostanzialmente fedele alla prima educazione purista del pittore e si rivela attenta a sollecitazioni neo-rinascimentali. È improntata da un lato a un evidente verismo stori­co, che traluce soprattutto nelle scene del tamburo, e dall'altro è animata da un senso vivo per l'allegoria e per il simbolo di segno iconografico. Vi si nota anche un gusto spiccato per la monumentali­tà, per il decorativismo e per la teatralità, che consentono al pittore di cimentarsi su enormi spazi, con scene assiepate e mosse, condotte con grande maestria tecnica di affresco e con sicurezza di disegno. La visita può proseguire nelle cappelle absidali, a cominciare da quella del Crocifisso sul lato sinistro, presso la porta del corridoio d'ingresso, per passare a quella Francese, Slava, Americana, Tede­sca, Polacca, Sagrestia di S. Giovanni, Duchi d'Urbino, Spagnola, Svizzera e Sagrestia di S. Marco.


La cupola affrescata da Cesare Maccari, dopo i restauri del 1984-1994.

Cappella del Crocifisso
Nel mezzo si ammira un
Crocifisso scolpito su legno da fra Innocenzo da Petralia nel 1637 e donato al santuario da una con­fraternita nel secolo XVIII. Gli affreschi e le decorazioni sono di Biagio Biagetti di Portorecanati che li eseguì nel 1928-1932, su commissione della Congregazione Universale. Raffigurano scene della Passione di Gesù. Questi affreschi sono giudicati dalla critica il capolavoro del Biagetti che qui, liberatosi ormai da tempo dalla lezione stringente del Seitz, suo maestro, si muove in clima novecentista e dimostra di aver avvertito l'influsso della tecnica divisionistica, specie negli esiti luministici, e sembra attento anche agli orientamenti di un tardo previatismo di specie monumentale.
Cappella Francese o del Sacramento

È stata decorata con le offerte dei cattolici francesi per interessa-mento della Congregazione Universale. Charles Lameire dal 1896
al 1903 ha dipinto a fresco il Trionfo della croce e Santi francesi nella volta e ha raffigurato scene di Crociati francesi (sinistra) e di S. Luigi IX (destra e di fronte) a Nazaret su tre tele applicate a muro.
Il ciclo pittorico del Lameire rivela tonalità moderate, dai tocchi raffinati, e un gusto decorativo quasi da arazzo. Palesa anche una
spiccata capacità dell'artista di unificare in sintesi spazio architettonico e spazio pittorico. Tutto ciò genera semplicità narra­tiva e recettività della storia, con figure linearmente distese, senza spessore. Il Lameire qui si apre anche al movimento simbolista, il cui influsso è ravvisabile nel Trionfo della Croce e nelle due grandi scene delle pareti.
Cappella Slava
o dei Santi Cirillo e Metodio

Fu fatta decorare dalla Congregazione Universale con i contributi dei fedeli soprattutto croati. Gli affreschi, con scene della vita dei santi fratelli Cirillo (827-869) e Metodio (825-885), apostoli dei po­
poli slavi, si devono a Biagio Biagetti che li eseguì nel 1912-1913. Il Trittico dell'altare è opera di Stanislao De Witten (1897). A questa immagine della Vergine con il Bambino Leone XIII diede il titolo di "Madre nostra".
In questi affreschi il Biagetti resta legato alla lezione puristica del maestro Ludovico Seitz mostrando una spiccata predilezione classicistica verso modelli quattro-cinquecenteschi, devotamente sen­titi. Ciò comunque non gli impedisce di entrare nello spirito degli avvenimenti rappresentati e di esprimere una personale capacità interpretativa.
Sagrestia di S. Luca

Vi si accede attraverso una elaborata porta lignea, attribuita a Giuliano da Maiano, impreziosita da un artistico portale che reca alla sommità una terracotta rafigurante S. Luca, l'uno e l'altra asse­gnati a Benedetto da Maiano (1481). All'interno si ammirano gli Armadi finemente intarsiati da artefici fiorentini nel 1516-1517.
Più avanti, all'ingresso della Cappella Americana, sulla parete sinistra si ammira il Monumento al cardinale Bonaccorsi. È stato eseguito verso il 1678 da Antonio Raggi il Vecchio in squisite forme berniniane.
Cappella dell'Assunta o Americana
Fu decorata con le offerte dei cattolici americani di lingua inglese,
per iniziativa della Congregazione Universale, da Beppe Steffanina negli anni 1953-1970, con scene relative a Maria Regina (volta), alla Proclamazione del domma dell'Assunta (parete sinistra) e alla Glorificazione della Vergine Lauretana, patrona universale del-l'aviazione (parete destra).
Cappella
del Coro o Tedesca

È stata decorata con le offerte dei cattolici di lingua tedesca, per
iniziativa della Congregazione Universale nel VI Centenario della Traslazione. Gli affreschi si devono a Ludovico Seitz che li eseguì negli anni 1892-1902. Nelle lunette delle pareti egli ha dipinto per­sonaggi biblici prefiguranti la Madonna; nella vetrata, eseguita da Francesco Moretti, ha effigiato l'Immacolata; nella parete destra, Maria Vergine e Maria Madre di Dio; nella parete sinistra, Maria compaziente, con scene della Passione, e Maria Mediatrice; nello spicco centrale della volta, l'Incoronazione. Il ciclo pittorico del Seitz è considerato la summa e il vertice della sua vasta opera. Qui egli manifesta il suo convinto purismo che si alimenta di modelli quattrocenteschi italiani (Vivarini, Gentile da Fabriano e i fratelli Salimbeni) e tedeschi (Van der Groes, Griinewald e Diirer). I modelli però sono ormai filtrati e interpretati da un sentire nuovo e animati da un costante e amoroso studio del "vero", in "presa diretta" di persone e ambienti del luogo. Per l'eletto sentimento religioso, sostanziato da forti contenuti, e per l'alta vocazione e abilità artistica, il pittore è in grado di ridurre a unità di linguaggio quelle esperienze, attingendo esiti di originali­tà e compiendo un capolavoro di arte sacra.
Cappella del Sacro Cuore o Polacca

Fu decorata da Arturo Gatti negli anni 19 12-1939 per incarico della
Congregazione Universale con le offerte dei cattolici polacchi. Nel catino il pittore ha raffigurato Maria Regina della Polonia, nella parete destra la Vittoria di Sobieski a Vienna contro i turchi (1683) e nella parete sinistra il Miracolo della Vistola, o battaglia di Varsavia contro i bolscevichi (1920). Anche il trittico con le immagini del Sacro Cuore e di santi polacchi è opera del Gatti (1950). Il Gatti, loretano, devoto discepolo del Maccari, resta fedele in questo ciclo ai canoni della pittura storico-celebrativa del tempo, con aperture all'esperienza simbolista da Hodler a Fabry. Vi si avverte uno studio assiduo dei modelli settecenteschi italiani illu­stranti episodi di storia e degli autori polacchi che hanno trattato isuoi stessi temi come, ad esempio, Jan Mateiko. L'accuratezza del disegno e l'amore per il particolare riconducono l'artista nell'am­bito di una pittura di segno veristico. Nell'atrio di questa cappella si ammira il Monumento al cardinale Caetani, eseguito nel 1580 su disegno di Francesco Volterra. Le statue in marmo della Fede e della Carità sono di G.B. Della Porta, e il busto in bronzo del cardinale di A. Calcagni. È un monumento di notevole interesse artistico.
Sagrestia di
S. Giovanni o del Signorelli

Custodisce i pregevoli affreschi di Luca Signorelli, eseguiti proba­bilmente tra il 1481 e il 1485, con
otto angeli musicanti nella volta, con i quattro Evangelisti intercalati con quattro Dottori della Chiesa (registro superiore delle pareti), con cinque coppie di Apostoli e l'Incredulità di S. Tommaso (registro inferiore), e con la Conversione di Saulo, sopra la porta. Il Lavabo, sotto la finestra, è attribuito a Benedetto da Maiano (1481 c), mentre gli Armadi intarsiati sono ascritti ad artefici fiorentini degli inizi del sec. XVI. Negli otto Angeli musicanti si intravede lo stile del Botticelli, con il quale il Signorelli lavorò in quegli anni nella cappella Sistina. Sono figure di eccezionale eleganza, calibratissime e calde di colore, sedu­centi per levità aerea, per ritmo e per sinuose movenze. Nei sottostanti quattro Evangelisti (Luca, Marco, Matteo e Giovanni) e nei quattro Dottori della Chiesa occidentale (Girolamo, Gregorio Magno, Agostino e Ambrogio) traluce un modulo compositivo che richiama Piero della Francesca per la proclamata monumentalità, non disgiunta però da un'insistita ricerca del movimento.
La Conversione di Saulo
(non visibile, perché sopra la porta) è il capola­voro di questo ciclo per la sapienza prospettica che anticipa, negli audaci scorci, qualche figura del Finimondo (Giudizio Universale, duomo di Orvieto). È una mirabile sintesi dello staticismo di Piero e del dina­mismo del Pollaiolo, sintesi che costituisce per altro uno degli elementi peculiari dell'arte signorelliana.
Cappella dei Duchi di Urbino

La Cappella fu fatta decorare a proprie spese dai duchi di Urbino Guidobaldo II e Francesco Maria II della Rovere negli anni 1571‑1584. Gli affreschi delle pareti con le scene dello
Sposalizio e della Visitazione, e quelli della volta con il Transito, l'Assunzione e l'Inco­ronazione della Vergine sono opera di Federico Zuccari (1582-1583). La pala in mosaico con l'Annunciazione è copia di una tela di Federico Barocci (1582-1584), trafugata dai francesi nel 1797. Gli stucchi si devono in gran parte a Federico Brandani (1571-1572) e gli intagli su pietra a Lattanzio Ventura, architetto della cappella. Questa cappella è una sintesi straordinaria di pittura, scultura e architettura tardo-cinquecentesca di segno manieristico urbinate. È stata giudicata uno dei complessi più rappresentativi dell'arte della Contro-riforma nell'ultimo quarto del sec. XVI. Gli affreschi dello Zuccari - tra i più significativi della sua ricca opera - denuncia-no un ritorno alla classicità di stampo raffaellesco per la proclamata semplicità e, al tempo stesso, per la solenne scansione degli spazi.
Cappella di
S. Giuseppe o Spagnola

Questa cappella è stata la prima a essere decorata, nel piano generale
di abbellimento pittorico promosso dalla Congregazione Universale. È stata decorata negli anni 1886-1890 con le offerte dei cattolici spa­gnoli. Gli affregehi delle pareti sono di Modesto Faustini e raffigurano, da sinistra a destra, la Santa Famiglia, il Sogno di Giuseppe, il Ritorno dall'Egitto e la Morte di S. Giuseppe. La decorazione della volta con un cielo stellato e il tendaggio della zoccolatura si devono a Luigi Stella. La Statua di S. Giuseppe sull'altare è di Eduardo Barròn Gonzales de Castilla, mentre le statue in bronzo sono di Eugenio Maccagnani. Gli affreschi del Faustini traducono le scene evangeliche con fre­schezza e immediatezza. Sono animate di vivo senso religioso e generano un'atmosfera di mistico stupore. Per la sua formazione preraffaellita l'artista è portato a guardare i modelli tre-quattro­centeschi, con una speciale predilezione per il Beato Angelico, il cui spirito sembra rivivere in queste pareti.
Cappella Svizzera
o dei Santi Gioacchino e Anna

È stata affrescata da Carlo Donati negli anni 1935-1938, su com­missione della Congregazione Universale, con le offerte dei catto­lici svizzeri. Il pittore ha decorato le sezioni superiori delle pareti
con figure di santi nati o operanti in Svizzera e in quelle inferiori, entro quattro grandi quadri, episodi dei Ss. Gioacchino e Anna e di Maria Bambina.
Il Donati con questi dipinti si distacca dalla tradizione puristica e
veristica dei precedenti cicli pittorici otto-novecenteschi del santua­rio e si apre a influssi di un tardo preraffaellismo, alla maniera del De Carolis. Vi si riscontra un gusto quasi liberty con una propensio­ne per un linearismo costantemente perseguito nella definizione delle figure e con aperture simboliste di segno sia "iconografico" che "analogico".
Sagrestia di S. Marco
o del Melozzo

Custodisce i pregevolissimi affreschi di Melozzo da Forlì che li eseguì, secondo l'opinione corrente, tra il 1477 e il 1479. Nella
volta ha figurato otto Angeli recanti simboli della Passione, e, sotto, altrettanti Profeti con una scritta allusiva a un dato momento della stessa Passione. Nella parete sottostante, in un riquadro centinato, ha raffigurato l'Ingresso di Gesù a Gerusalemme. Il pittore avrebbe dovuto affrescare anche i restanti sette riquadri con scene della Passione ma, per ragioni ignote, non attuò il progetto. Stupisce in questo ciclo l'unità compositiva degli elementi pittori­co-decorativi, con i Profeti che, oltrepassando col capo le linee delle finestre, si legano alla sezione superiore degli Angeli, i quali si staccano prospetticamente dal fondo e sembrano deambulare su invisibili cristalli. Le figure della volta, angeliche e profetiche, fanno un tutt'uno con le architetture dipinte, in un organismo decorativo unitario e autonomo rispetto all'architettura della sacrestia, ritmato da mirabili scansioni e animato da una luce meridiana che esalta i lucenti e densi impasti cromatici. Quel che più vi si ammira è l'abilità prospettica che fece scrivere al Vasari: il Melozzo fu "un grandissimo prospettivo". Un assoluto capolavo­ro di pittura quattrocentesca.
Le cappelle laterali

Nelle due navate laterali della basilica si trovano dodici cappelle,
sei per lato, aperte agli inizi del sec. XVI dal Bramante e ridotte allo stato attuale, in gran parte, da Andrea Vici nell'ultimo ventennio del sec. XVIII. Sono state abbellite con pale settecente­sche in mosaico e con modesti dipinti del sec. XX. Ecco l'ordine delle cappelle della navata destra, dalla Sagrestia del Melozzo verso l'uscita.
Sposalizio della Madonna -
Il mosaico è derivato da una tela di Carlo Maratta (1625-17 13). È detta Cappella Messicana perché fu decorata nel 1933 da Giuseppe Pauri con la storia del Santuario di Guadalupe e del beato martire Agostino Pro (1891-1927).
Immacolata -
Anche questo mosaico è copia di un dipinto del Maratta (1625-1713). La cappella è detta anche della Gioventù Cat­tolica Femminile perché Tito Ridolfi nel 1933 vi ha raffigurato le rispettive sante protettrici: Rosa da Viterbo, Giovanna d'Arco, Maria Bambina, B. Imelda e, nel S. Maria Goretti.
Ss. Emidio e Carlo Borromeo -
La pala d'altare in mosaico è copia di un dipinto di Antonio von Marron (173 1-1808). Nel 1939 Pasquale Arzuffi vi ha rappresentato scene della vita di S. Luigi M. Grignon de Monfort, pellegrino a Loreto nel 1704.
S. Francesco di Paola -
Il mosaico è desunto da un dipinto di Antonio Cavallucci di Sermoneta (1752-1795). Beppe Steffanina nel 1937 vi ha raffigurato scene della vita di Luisa Maria Baudin e di Carlotta Ranfray, fondatrici delle suore orsoline, con S. Angela Merici, loro patrona.
Ss. Domenico e Agostino - Il
mosaico è copia di un dipinto di Desiderio De Angelis (sec. XIX).
Cappella Massilla-Rogati -
È artisticamente la più pregevole delle cappelle laterali di questa navata. I bronzi che la adornano sono stati trasferiti qui nell'ultimo ventennio del sec. XVIII, ad opera del Vici, dalla cappella dell'Immacolata.
Delle due
cornucopie in bronzo, sui pilastri d'ingresso, l'una si deve ad Aurelio, Girolamo e Ludovico Lombardo (1547) e l'altra al solo Girolamo (1581). La pala con la Deposizione e il Cristo risorto è opera di Antonio Calcagni, coadiuvato da Tiburzio Vergelli, eseguita tra il 1577 e il 1582: espressiva rappresentazione del mistero pasquale di Cristo, morto e risorto. I quattro medaglioni ai lati dell'altare sono i ritratti di Ginevra Ginevri e di Gregorio Massilla (sinistra) e di Antonietta Rogati e Barbara Massilla (destra); sono stati eseguiti dal Calcagni nel 1585.
L'Organo, sopra la cantoria, è l'opera n. 1126 della rinomata ditta
Vincenzo Mascioni di Cuvio. È stato installato nel 1993-1994 e inaugurato il 26 febbraio 1995 dal card. Carlo Maria Martini, arci­vescovo di Milano. L'organo è suddiviso in tre corpi: il primo è situato sopra la porta d'ingresso, il secondo ("positivo corale") è sistemato nei pressi del presbiterio, sul lato destro, e il terzo ("espressivo corale") è montato sopra la S. Casa. In totale, nei suoi tre corpi, l'organo conta 5.283 canne e si configura, così, come uno dei più grandi e potenti d'Italia.
I medaglioni di Luca Sígnorelli -
Volgendo lo sguardo sulla volta della navata centrale della basilica, si scorgono 23 medaglioni a monocromo con Personaggi dell'Antico Testamento recanti cartigli al­lusivi a Cristo, Messia regale e sofferente. Venti di essi sono di L. Signorelli, coadiuvato da discepoli, ascrivibili al 1492 circa.
Battistero - È la prima cappella della navata sinistra, dall'ingres­so verso l'interno, ed è la più importante fra tutte le cappelle laterali, un vero monumento di arte e di teologia sul battesimo, con dipinti del Pomarancio nella volta, eseguiti tra il 1612-1615, ornamenti a stucco e statue di Francesco Selva del 1611-1612, e con il battistero in bronzo di Tiburzio Vergelli, lavorato tra il 1600 e il 1607.
Ss. Ignazio e Filippo Neri -
Il mosaico è desunto da una tela di Cristoforo Unterberger (1732-1798). La cappella è detta anche dei cattolici indiani e nelle pareti reca scene della vita di S. France­sco Saverio, apostolo dell'India, dipinte da Cesare Peruzzi nel 1932, su commissione della Congregazione Universale.
S. Francesco d'Assisi -
La pala in mosaico è copia del noto dipinto del Domenichino (1581-1641), custodito nella chiesa della Concezione (cappuccini) di Roma. L'anconetano Giuseppe Cheru­bini nel 1937, su commissione della Congregazione Universale, figurò nelle pareti i santi e i beati cappuccini delle Marche: S. Serafino da Montegranaro e B. Benedetto da Urbino (sinistra), B. Bernardo da Ofida e S. Veronica Giuliani, pellegrina "in spirito" a Loreto nel 1714 e nel 1715 (destra).
S. Michele arcangelo -
La pala d'altare in mosaico è desunta dalla famosa tela di Guido Reni (1575-1642) esistente nella chiesa della Concezione a Roma. Nelle pareti si scorgono le figure dei santi passionisti Paolo della Croce, fondatore della congregazione, Vincenzo Strambi, vescovo di Macerata, e Gabriele dell'Addolorata, tutti pellegrini alla S. Casa. Sono opera del pittore Ettore Ballerini (1934), commissionatagli dalla Congregazione Universale.
Il Nome di Gesù -
Il mosaico ovale, raffigurante la Vergine Desolata, deriva da una tela di Gaspare Landi (1756-1830) e sostitu­isce un dipinto raffigurante la Circoncisione, eseguito da Filippo Bellini nel 1592 e ora nel museo pinacoteca. Il Bellini nel 1592 eseguì gli stucchi e le pitture a olio, parte su tela e parte su muro, delle volta e delle piccole pareti, su commissione del canonico Mazza.
Ultima cena -
Il mosaico è copia della tela di Simon Vouet (1590-1648) eseguita per la confraternita del Sacramento nel 1627, ora custodita nel museo-pinacoteca. Nel 1933 Cesare Peruzzi, su commissione della Congregazione Universale, dipinse sulle pareti
episodi della vita di S. Teresa del Bambin Gesù,
che visitò Loreto il 13 novembre 1887, ricevendo la comunione in S. Casa, come dimostra il quadro centrale della parete sinistra. Proseguendo si incontra, dopo l'angolo, il Portale della Sagrestia di S. Matteo (adibita a "Pron­to soccorso"), recante alla sommità una splendida lunetta in terra-cotta smaltata e invetriata con la figura di S. Matteo, l'uno e l'altra attribuiti a Benedetto da Maiano (1481 c).
Proseguendo ancora verso l'uscita, a lato della Cappella del Croci
-fisso, ci si immette sulla destra nell'Atrio della Sagrestia e nella Sala del Tesoro o del Pomarancio.
Si attraversa una porta con artistico
Cancello in ferro battuto, esegui­to nel 1894 per la cappella slava da Eugenio Mattacotta su disegno del Sacconi e qui trasferito in epoca successiva. Sulla parete sini­stra si vede l'antica Iconostasi della S. Casa, eseguita su un'idea del Sacconi da Eugenio Maccagnani nel 1896 e qui trasferita dopo l'incendio del 1921. L'attuale sistemazione risale al 1994.

 ATRIO DELLA SAGRESTIA TESORO E CORRIDOIO D'INGRESSO

Atrio della Sagrestia


L’atrio della Sagrestia.

È un capolavoro di arte barocca con stucchi nella volta di France­sco Selva (1611) e pregevoli dipinti cinque-secenteschi, entro fastose cornici, attribuiti ad autori famosi, quali Andrea del Sarto, Guido Reni, Jacopo da Bassano, ecc.
Sulla parete di fronte: Traslazione della S. Casa, splendida nelle
festose figure di Maria e del Bambino, probabilmente eseguite dal Selva su un disegno del Pomarancio. Al centro della volta si scor­gono ricche ornamentazioni a stucco con angeli ed emblemi. Il lucernario, aperto dal Sacconi nel 1884-1888, è stato decorato dal folignate Ottaviano Ottaviani con una mediocre figura dell'Eterno recante il globo in mano.
Al sontuoso soffitto barocco fanno da contrappunto le esuberanti
cornici lignee sottostanti, con fogliame dalle espanse e sinuose evo­luzioni, opera del romano Giuseppe Ciferri che le eseguì nel 1696-1697 su commissione del canonico cingolano Pietro Paolo Raffaelli. Questi, tra la fine del sec. XVII e gli inizi del successivo, in tre riprese, donò 15 tele per questo Atrio, molte delle quali ancora in sede. Nella parete di fondo, Scuola delle vergini o Adole­scenza della Madonna, probabile replica autografa di Guido Reni (1572-1642), con varianti, dell'originale esposto all'Ermitage di Sanpietroburgo. Nella parete destra, Madonna seduta col Bambino, opera attribuita per lungo tempo ad Andrea del Sarto (1486-1530), ma più probabilmente lavoro di un suo imitatore, quale Francesco Montaletici, detto Cecco il Bravo (+1661) o, meno persuasivamente, Pietro Faccini (1562-1602), oppure Francesco Furini (1600-1676).
Sala del Tesoro o del Pomarancio


Veduta della volta della Sala del Tesoro, dipinta dal Pomarancio (particolare).

Vi si accede direttamente dell'Atrio. La volta è decorata con affre­schi raffiguranti scene della vita della Madonna, eseguite nel 1605-1610 da Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio. Gli armadi, che un tempo custodivano preziosissimi doni, sono opera di Andrea Costa che li lavorò tra il 1608 e il 1615. La Sala fu voluta da Clemente VIII per accogliervi l'ingente cumulo dei doni. Il disegno dell'edificio, iniziato nell'anno 1600, fu preparato forse dall'urbinate Ventura Venturi, portato avanti poi da Muzio Oddi e da G.B. Cavagna. Nel 1604 fu indetto il concorso per gli affreschi, a cui parteciparono Lionello Spada, Guido Reni, Michelan­gelo Merisi, detto il Caravaggio, e Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio. Questi nell'ideazione del ciclo figurativo si ispirò forse al Rivesti-mento marmoreo della S. Casa, rappresentandovi "istorie" della vita della Madonna tra Sibille e Profeti.
Anche la pala d'altare, riproducente la
Crocifissione con la Madonna, la Maddalena e S. Giovanni, è del Pomarancio che qui nel colorito preferisce la maniera "scura" e soluzioni quasi "melodrammatiche Gli affreschi del Pomarancio sono giudicati dalla critica uno dei capolavori del tardo manierismo romano, ai cui canoni il pittore si attenne, coniugando lo stile di Michelangelo con quello di Raffael­lo. Si tratta di una pittura celebrativa e decorativa di alta qualità, resa piacevole dai colori chiari e iridescenti e sostenuta da un sa­piente e vigoroso disegno.
Corridoio d'ingresso e di uscita

Dopo la Visita alla Sala del Tesoro si può uscire dal santuario
attraverso il vicino corridoio, che mostra nelle pareti 17 bassorilievi in bronzo con scene della vita della Madonna e, sopra la porta, la Vergine Lauretana, tutte opere di Enrico Manfrini (1994). Vi si am­mirano anche antiche sculture quattro e cinquecentesche, fra le quali merita menzione una Traslazione (sec. XV), in prossimità dell'uscita.

 LA PINACOTECA
Fondato nel 1995, il museo della Santa Casa celebra l’incarnazione con il linguaggio dei maestri contemporanei. Una tradizione iconografica che rivive.
La vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parole, di colori, di forme… e voi sapete conservare a questo mondo la sua ineffabilità, il senso della trascendenza, il suo alone di mistero”. Così, citando le celebri parole che Paolo VI pronunciò incontrando nel lontano 1964 gli artisti, l'arcivescovo di Loreto Pasquale Macchi inaugurava nel 1995 la pinacoteca mariana del santuario lauretano, auspicando che l'iniziativa di celebrare la Vergine attraverso le immagini dell'arte contemporanea fosse “…un itinerario che partendo da queste opere conduce ciascuno nell'intimo di sé per riscoprirvi presenze misteriose, aneliti di bellezza e di bontà, echi di infinito”. La bellezza come via propedeutica e naturale al mistero, alla religio, alla fede: ecco insomma il senso, nell'accezione pienamente montiniana, di quella storica mostra per il VII Centenario Lauretano, che - allestita con la collaborazione di Mario Ferrazza, Floriano Grimaldi, Alfredo Paglione, Carlo Pirovano e Marisa Zattini - coinvolse quarantatré maestri della pittura e della scultura odierne rinvigorendo la non sopita fiammella di una tradizione iconografica. Artisti che, su invito di Macchi, hanno liberamente recuperato la continuità di secoli e secoli di figurazioni, adoperandosi attorno a tre nuclei espressivi fondamentali: la Vergine in gloria fra gli angeli, l'Annunciazione dell'Angelo a Maria, la traslazione della Santa Casa. Con quella performance collettiva, divenuta il nucleo del museo, la Chiesa tornava per certi versi all'antico, ai fasti della grande committenza del passato, quando si chiamavano gli artisti perché attraverso l'immagine magnificassero la Parola, il Verbo.

Del resto, il «colle dei lauri» è forse il più rinomato e popolare fra i millecinquecento templi italiani dedicati a Maria. Un vero faro del Vangelo nel mondo adriatico. Non per niente Giovanni Paolo II ha detto che “Loreto è una sosta per l'anima, è un incontro particolare con Dio, è un rifugio per chi cerca la Verità e il senso della propria vita. Loreto è il Santuario dell'Incarnazione, che proclama l'amore di Dio, la dignità della persona, la santità della famiglia, il valore del silenzio e del lavoro, la necessità della preghiera, il comando della carità verso tutti i fratelli!”. (Angelus dell'8 dicembre 1987), arrivando a definire il santuario “vero cuore mariano della cristianità”.
Una lunghissima storia di popolo, ammantata di leggenda. La tradizione vuole che nel 1291, quando i crociati furono espulsi per sempre dalla Palestina, le pareti della casa della Madonna furono trasportate «per ministero evangelico» prima in Illiria (a Tersatto, nell'odierna Croazia) e poi in territorio lauretano, dove approdarono il 10 dicembre 1294. Oggi, a seguito di studi archeologici, filologici e iconografici, si è avanzata l'ipotesi che le pietre della Santa Casa furono in realtà portate a Loreto, su nave, per iniziativa della famiglia Angeli che regnava in Epiro. Un documento datato 1294 attesta infatti che Nicoforo Angeli, nel dare la figlia Ithamar sposa a Filippo di Taranto, quartogenito di Carlo II d'Angiò re di Napoli trasmise a questi una serie di beni tra i quali anche «le sante pietre portate via dalla Casa della Nostra Signora la Vergine Madre di Dio». Ben presto, Loreto divenne la casa dei poveri, dei cercatori di pace e di speranza. Casa Santa non solo perché di origine sovrannaturale, ma perché ricettacolo di santità. Se, come ha detto sempre Giovanni Paolo II, “i malati furono tra i primi ad accorrere pellegrini alla Santa Casa e a diffondere la sua fama tra le genti” è anche vero che a Loreto sono accorsi - come pellegrini -, santi e beati fin dal  XIV secolo: sn Nicola da Tolentino,  Francesco di Paola, Ignazio di Lodola, Carlo Borromeo, Luigi Gonzaga, Francesco di Sales,  Pio X, fino a san Giovanni Bosco e ai beati Ildefonso Schuster, Josè Maria Escrivà de Balaguer, Luigi Orione.

Una bellissi vicenda di fede, un miracolo che ognuna delle opere del museo mariano racconta a suo modo. Fortemente poetico il bassorilievo di Novello Finotti (La traslazione) in cui emergono gli angeli, resi allusivamente da ali, con la casa-chiesa immersa fra nubi mentre in un tondo sta la Vergine col Bambino. Il bassorilievo bronzeo di Enrico Manfrini evidenzia la Vergine col Bambino sul tetto della Casa volante, attorniata e pilotata da quattro angeli, pronti ad atterrare. Trento Longaretti, nel suo olio Omaggio alla Madonna di Loreto, mette in luce la tradizionale immagine dipinta in un'aureola a mandorla, immersa nel suggestivo fondo azzurro tra i simboli del sole e della luna, con la Casa trasportata da quattro candidi angeli dall'aria chagalliana Aligi Sassu presenta nel suo acrilico un angelo gigantesco vestito di tunica rossa (L'angelo di Loreto) che attraversando un cielo azzurro e lambendo col piede le onde del mare porta a destinazione la piccola Santa Casa. Opera questa che infrange i canoni iconografici abituali, si carica di mistero e di preghiera e si alimenta di una materia pittorica fortemente solare. Dipinge invece lo stupore Riccardo Tommasi Ferroni: nell'olio La Casa di Nazareth trasportata dagli angeli protagonista è appunto lo stupore degli uomini, degli animali e degli alberi dinanzi al prodigio della Casa che vola sostenuta dagli angeli, immersa in un mare di nubi. Insomma tanta iconografia mariana rivisitata con gli occhi di oggi. Ma. Si sa, la Madonna di Loreto è particolare.
Infatti come nota Carlo Pirovano, tutto ciò non apparirebbe particolarmente significativo nel solco maestro della grande tradizione medievale e moderna  dell’iconografia cattolica direttamente o indirettamente legata al tema della Vergine,,, se, sullo sfondo, nelle motivazioni particolari del santuario laureano, non veleggiasse quell’impensabile monstrum antipositivista qual è il volo di una casa. Qui irrompe, dunque, la dimensione del miracolo. E tanti sono gli artisti attratti dal fascino delle antiche immagini lauretane sul trasporto della Casa per mare. Ecco per esempio Paolo Borghi, uno dei giovani e promettenti scultori italiani, con una realizzazione creativa in terracotta; l'immagine della Madonna “Madre” è messa in evidenza da una veste che si allunga fino a trasformarsi in acqua del mare, sul quale galleggia il Bambin Gesù, rapito nello sguardo dalla casetta. Valeriano Trubbiani ha realizzato una lucente scultura in bronzo, rame e argento, dal titolo Lauretanae Mariae Sanctae Ecclesiae per Adriaticum mare transitus, evidenziando il viaggio della Casa su una nave; sulla porta la Vergine porge il figlio all' adorazione, sulla prora spicca una colomba segno dello Spirito intervenuto a rendere Maria Madre di Dio; tra le onde emerge un pesce, simbolo paleocristiano a ricordare «Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore», secondo facrostico greco Ichtùs («pesce»); la singolare nave-casa-chiesa di Trubbiani presenta inoltre eleganti elementi architettonici, significanti la grandiosa basilica lauretana. Una serie di opere hanno per soggetto la Santa Casa senza fare accenno alla traslazione. Ecco i bellissimi Tre angli in terracotta di Giuseppe Bergomi, quindi la carnale e raffinata Apparizione di Claudio Bonichi, lo stupendo complesso scultoreo di Pietro Cascella dal titolo La Madonna e l'angelo muratore, con la Maria in trono col Bambino e un robusto angelo che costruisce più che trasportare. Il lombardo lacustre Giancarlo Vitali, con Pellegrini a Loreto, una sorta di d'après della Madonna di Loreto caravaggesca, lascia intravedere la basilica in uno squarcio di nubi nerastre, mentre la Vergine porge il Figlio a un gruppo di oranti. Ma ecco le opere sul tema dell'Annunciazione, il fiat che consentì l'Incarnazione.

Bellissima la tempera del 1975 di Silvio Consadori, che lascia intravedere un sapore quattrocentesco per via delle abrasioni di colore, dal clima crepuscolare e dalle tinte grigie, con ritagli scenografici un po' sironiani. Anche Giancarlo Ossola presenta una sua Annunciazione, con immagini sbozzate in un impasto di segni veloci e macchie colorate, il tutto inondato di luce e d'uno stupore miracolistico di sorprendente modernità. Infine tutta la nutrita schiera di Madonne lauretane eseguite da Carlo Cattaneo, Piero Guccione, Alberto Sughi e Floriano Bodini, a cui si deve un bozzetto bronzeo dello straordinario altare maggiore della basilica, con alcune varianti rispetto all'esecuzione marmorea Affascinante il Volto dí Maria di Ornar Galliani, matita su tavola di pioppo che ha tutta un'eco leonardesca di ombre e di sfumati. Di fronte a tanta bellezza, non si può non condividere il giudizio di Carlo Chenis, secondo il quale l'arte “è un mezzo privilegiato per annunciare il Vangelo, poiché diletta i sensi così che i contenuti appaiono maggiormente desiderabili, presenta la bellezza sensibile quale segno eloquente della bellezza divina, ha un linguaggio facile che si modella alla sensibilità di ciascuno e alla comprensione del popolo”. Il nodo ormai sciolto di una riconciliazione tra la Madonna della Santa Casa e l'arte contemporanea fa oggi piena luce sulla prima pinacoteca mariana contemporanea fondata in Italia, primo exemplum di un'iniziativa che è insieme culturale e pastorale, seguita da altre consimili.
Davvero, con la forza poetica di accenti diversi, la Vergine è stata restituita all'arte e l'arte a lei, rinnovando i fasti dei «secoli d'oro» quando qui al santuario lavoravano maestri che si chiamavano Melozzo, Signorelli, Lotto, Caravaggio, Tiepolo.

 QUANDO SARTRE SI INCHINÒ ALLA VERGINE
di Angelo Comastri
E difficile immaginare i sentimenti che provava Maria ogni volta che guardava suo Figlio e lo stringeva al petto con tutta la tenerezza di cui una madre è capace. L'arte ha tentato di tradurre il fascino unico della divina maternità di Maria: e Loreto, con le sue opere stupende, che vanno dal Rinascimento fino ai nostri giorni, è piena di testimonianze in tal senso. Che cosa ha tentato e tenta di esprimere l'arte, ogni volta che si lascia ispirare dall’incantevole avventura spirituale di Maria? Credo che la risposta giusta sia questa: l’arte tenta di esprimere lo stupore. Che cos'è lo stupore? Mi lascio aiutare da jean Paul Sartre, il quale, durante la seconda guerra mondiale, mentre si trovava in un campo di concentramento, ha avuto un momento di autentica ispirazione e ha dato voce allo stupore del cuore di Maria. Sollecitato da alcuni prigionieri, il filosofo de “La nausea” è stato capace di scrivere così: “Quello che si dovrebbe dipingere sul volto di Maria è una meraviglia ansiosa che non è apparsa che una sola volta sopra la faccia umana Perché il Cristo è il suo bimbo, la carne della sua carne, il frutto delle sue viscere. Essa lo ha portato per nove mesi e, porgendogli il seno, il suo latte diventa sangue di Dio. In certi momenti la tentazione è così forte, che lei dimentica che è Dio, lo stringe le sue braccia e dice: “Bimbo mio” in altri momenti, Maria rimane interdetta, e pensa “Dio è qui:..” Tutte le madri sono state bloccate questo modo davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino. E sembrano in esilio, davanti a questa vita nuova fabbricata la loro vita mai abitata da pensieri estranei. Nessun fanciullo è stato più crudelmente e più radicalmente strappato a sua madre, perché egli è Dio e passa in ogni senso ciò che essa può immaginare. Ma io penso che ci sono altri momenti rapidi e fuggevoli in cui lei sente che il Cristo, nel tempo stesso che è suo figlio, il piccolo suo, Egli è Dio vero. Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio, questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi, e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia”. Nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola, un Dio così piccolo che può prenderlo tra le sue braccia coprirlo di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e ride. E’ in uno di questi momenti che dipingerei Maria se io fossi pittore”. A Loreto è possibile leggere lo stupore di Maria in tante mirabili opere: Maria, la silenziosa, fa parlare, fa riflettere, fa scrivere, fa dipingere, fa scolpire... perché il cuore pieno di Dio diventa mirabilmente fecondo.

LUOGHI MINORI

 OROPA (Bl) Santuario Nostra Signora di Oropa
Il Santuario di Oropa sorge a 1.200 metri s.l.m. sopra Biella in cima alla valle omonima. Vi si venera una antichissima statua lignea della Vergine, portata da Gerusalemme e presunta opera di san Luca evangelista, collocata nella cavità della roccia dove oggi sorge il grande Santuario da S. Eusebio, Vescovo di Vercelli, nel 1369. Il nucleo primitivo di costruzioni, sorte fin dall'alto Medioevo attorno al sacello, si ampliò gradualmente nel corso dei secoli fino ad assumere, in tempi più recenti, unità monumentale per opera di insigni artisti quali lo Juvarra, l'Arduzzi, il Galleni, ecc., che hanno fatto di Oropa uno dei più vasti e celebri Santuari mariani della cristianità. Presso il sacello di S. Eusebio antiche lapidi ricordano i miracoli ottenuti per intercessione della Vergine di Oropa. Attorno all'originario sacello è stato costruito un complesso grandioso di edifici in stile barocco (XVII-XVIII secolo), in gran parte destinati a ospizio. Insigni opere d'arte vi sono raccolte: nelle gallerie si può ammirare una ricchissima raccolta di ex voto che vanno dal XVII secolo a oggi; preziosi volumi sono riuniti nella Biblioteca e altre notevoli opere adornano il monumentale cimitero di Oropa.

La Chiesa vecchia, che racchiude il primitivo sacello, presenta resti di affreschi trecenteschi: Incoronazione della Vergine e Santi, Madonna allattante, Annunciazione. Natività e Santi. La venerata statua lignea che rappresenta la Madonna nel Mistero della Presentazione del Bambino al Tempio e della Sua Purificazione è una statua nera, come le icone orientali, che porta sul capo una preziosa corona di legno dorato. Nella cappella in fondo alla navata destra una tavola di Bernardino Luini rappresenta l'Ultima Cena, nel museo una Sacra famiglia di Gaudenzio Ferrari.
II complesso del Santuario si compone di una doppia fila di fabbricati, che racchiude quattro successivi piazzali. Dietro gli edifici antichi, in alto, si eleva la grandiosa Chiesa nuova, iniziata nel 1885 e terminata nel 1960, preceduta da pronao e con vasta cupola. Sui battenti in bronzo delle tre porte è descritta la storia di Oropa. L'interno è composto di due vani. II primo, ottagonale, è sovrastato dalla cupola, sorretta da 8 colonne, tra le quali si aprono le cappelle. La seconda, circolare, al centro ha un altare di Gio Ponti, con bassorilievo e statue di Virgilio Audagna. Mistiche e serene, nel verde ombroso del bosco, le Cappelle settecentesche con quadri plastici, in terracotta, pregevole opera dell'epoca, narrano la vita della Madonna. Di recente è stata realizzata una suggestiva Via Crucis sulla strada che sale alla cappella del Paradiso. Vengono celebrate tutte le festività liturgiche della Madonna. La massima festa di Oropa è l'ultima domenica di agosto, anniversario delle incoronazioni della statua; la festa di S. Eusebio, fondatore del Santuario, il 1° agosto e il 21 novembre, la festa della Presentazione di Maria al Tempio. Il Santuario è aperto dalle 9,30 alle 12 e dalle 15 alle 19. Possono essere ospitate fino a 3.000 persone in comode camere. Vi sono a disposizione dei pellegrini ristoranti, trattorie, tavola calda, bar, ufficio postale, posto telefonico, dispensario farmaceutico. Comode passeggiate nei dintorni dove si trovano caratteristiche trattorie campestri.

 ROMA Santuario della Madonna del Divino Amore
Le vicende storiche del Santuario della Madonna del Divino Amore hanno inizio nel XIII secolo quando in quella zona dell'agro romano sorgeva una specie di fortezza della famiglia Savelli-Orsini, chiamata Castel di Leva.
Su una torre del castello c'era un'immagine della Vergine raffigurata seduta in trono con in braccio Gesù Bambino, e con la colomba discendente su di lei quale simbolo dello Spirito Santo, che è appunto il Divino Amore. L'immagine dipinta a fresco in quella stessa epoca era molto venerata dai pastori della zona.
Nella primavera del 1740, un viandante che si recava a Roma, giunto nei pressi della torre, fu assalito da una turba di cani e stava per essere addirittura sbranato; il poveretto alzò gli occhi, vide la sacra effige e chiese aiuto alla Madre di Dio; il miracolo avvenne: i cani si dispersero improvvisamente, fuggendo per la campagna. In seguito al prodigio, il 5 settembre dello stesso anno, l'immagine mariana fu segata dal muro e trasferita nella vicina tenuta detta "La Falconiana" e nella quale era la chiesetta di S. Maria a Magos.
Dopo cinque anni, il 19 aprile 1745, l'immagine fu ricondotta alla sua antica sede, dove intanto era stata eretta una chiesa che fu successivamente consacrata nel 1750 dal Cardinale Carlo Rezzonico, poi divenuto Papa Clemente XIII. Da allora ebbero inizio i pellegrinaggi popolari, che si fecero sempre più numerosi e continuano tuttora. Il 13 maggio 1883, il Capitolo Vaticano incorona l'immagine della Madonna. Nel 1930 è nominato rettore don Umberto Terenzi. L'8 dicembre 1932, il Santuario diventa parrocchia e don Umberto n'è il primo parroco. Il 25 marzo 1942 don Umberto istituisce la Congregazione delle Figlie della Madonna del Divino Amore cui seguono, nel 1962 i sacerdoti Oblati che da allora custodiscono il Santuario.

 

Nel 1944, mentre Roma corre il pericolo di essere distrutta dagli eventi bellici, il 24 gennaio, il quadro della Vergine viene trasferito in città in varie chiese e infine in quella di S. Ignazio, dove il 4 giugno 1944 il popolo romano per ottenere la liberazione della città fa voto alla Madonna di rinnovare la propria vita, di erigere un nuovo Santuario e di realizzare un'opera di carità, in suo onore. La Madonna compie il miracolo e Roma è salva. Papa Pio XII l'11 giugno 1944, si reca a pregare con i romani e conferisce alla Madonna del Divino Amore il titolo di "Salvatrice dell'Urbe".
Dopo la guerra, il Santuario riapre i battenti, si sviluppano opere caritative, culturali e d'apostolato. Comincia la pubblicazione delle Riviste "Parrocchia" nel 1946, e "La Madonna" nel 1954, mentre il bollettino "La Madonna del Divino Amore" sorto nel 1931, riprende le pubblicazioni. Nella casa delle suore vengono accolte le prime orfanelle, mentre via via si formano altre case religiose in varie parti d'Italia e all'estero con le missioni in Colombia nel 1971, in Brasile nel 1991, in Perù nel 1993, nelle Filippine nel 1998, in India nel 1999 e nel 2000 in Nicaragua. Il 3 gennaio 1974 muore don Umberto Terenzi; le suo spoglie riposano al Santuario nella cripta dell'Addolorata. Nel 1975 ha inizio la Tendopoli mariana nazionale dei giovani. Il 1° maggio 1979 Papa Giovanni Paolo II visita il Divino Amore e lo definisce "Il Santuario mariano di Roma". Vi torna il 7 giugno 1987 per l'apertura dell'Anno Mariano e il 4 luglio 1999 per la consacrazione del Nuovo Santuario. Dal 1983 è in funzione la Casa del Pellegrino (Hotel) per convegni, Ritiri, Esercizi Spirituali. Dal 1983, Domenica delle Palme e Venerdì Santo, ore 20,30 si tiene la più spettacolare sacra rappresentazione romana della Via Crucis ispirata alla Sindone. Negli anno '80 sono stati fatti molti lavori di restauro del Santuario e nel 1991, si è affrontato il delicato restauro dell'altare e dell'antico e prezioso affresco della Madonna del Divino Amore. Il 29 febbraio 1991 è stato emanato l'editto dal Cardinale Vicario Camillo Ruini per la canonizzazione del Servo di Dio don Umberto Terenzi, fondatore dell'Opera della Madonna del Divino Amore.
Il Sinodo diocesano aperto (1986) e concluso (1993) davanti alla Madonna del Divino Amore in Piazza S. Pietro, costituisce l'evento più autorevole della Chiesa di Roma per assolvere il voto attraverso il rinnovamento spirituale e la crescita nella comunione e nella missione della Chiesa verso la Città e verso il mondo. Il 10 maggio 1999, è collocato nei Giardini Vaticani davanti alla Torre di San Giovanni, il mosaico della Madonna del Divino Amore. Il 4 luglio 1999 il Santo Padre Giovanni Paolo II, ha solennemente consacrato il Nuovo Santuario sciogliendo il "voto" fatto dai romani il 4 giugno 1944. Il Nuovo Santuario ha per tetto un prato verde, immense vetrate colorate danno una luce mistica a tutto lo spazio. La costruzione è stata realizzata ai piedi della collina, fuori delle antiche mura, senza violare l'incanto della campagna romana. Con il grande Giubileo dell'Anno 2000, per la prima volta il Santuario è associato alle Basiliche romane come meta per accogliere l'indulgenza giubilare. Il 15 settembre 2000, avviene l'inaugurazione dell'Auditorium del Divino Amore con la celebrazione del XX Congresso Mariologico-Mariano Internazionale.

 BIANCAVILLA (CT) Santuario “Maria SS. Dell’elemosina
L'impianto planimetrico
della Basilica è a croce latina immissa con tre navate suddivise in sette campate, e il transetto. È lunga m 62 e larga m 19. È uno dei maggiori templi della Sicilia.

Le navi minori fugano visivamente nelle due mirabili cappelle absidate, ubicate ai lati del presbiterio, contenenti l'altare della Madonna dell'Elemosina il destro, quello del SS. Sacramento il sinistro.
La nave maggiore è conclusa dall'ampio coro,largo mt. 7,60 lungo ml. 9,70 oltre l'abside.
Il transetto, di lunghezza maggiore rispetto la larghezza delle tre navate, ha sul lato sinistro un'ampia apertura che dà accesso alla settecentesca cappella dei Santi Martiri Zenone e Placido.
Le campate sono suddivise e demarcate da pilastri e paraste in muratura con capitelli compositi sormontati da archi a tutto sesto i quali conferiscono un calmo e solenne procedere verso l'abside. La navata maggiore, il transetto, il coro e la cappella di S. Placido hanno volte a botte lunettate ed unghiate, quelle minori hanno volte a pennacchi con cupolette ellissoidali (considerata la forma rettangolare delle campate). Le decorazioni, sono realizzate in rilievo a stucco e dorature, lavorate tra il 1803 (anno di commissione) ed il 1909.

È sicuramente dopo il 1488, dopo che il Conte Tommaso Moncada accordò agli "esuli greci" il permesso di caseggiare che, verosimilmente, può datarsi il primo nucleo dell'attuale Basilica, originariamente intitolata a S. Caterina d'Alessandria. Dal 1555 la chiesa, però, risulta già dedicata a "Nostra Signora della Limosina" e viene appellata Matrice, il che lascia intendere che nel Casale di Callicari (antico nome di Biancavilla) doveva esserci qualche altra chiesa, sicuramente quella di S. Rocco (l'odierna chiesa del Rosario). Non è possibile sapere quale fosse la forma o la tipologia di questa primitiva chiesa, è certo, tuttavia, che tra il 1488 ed il 1602 la fabbrica subì notevoli trasformazioni. Nel 1654 è data licenza, dal Vescovo, Mons. Marco Gussio, di ingrandire la chiesa "portandola a quattro archi e di farne il tetto di legname". Ciò significa che tra la fine del '600 ed i primi del '700 la pianta doveva, sicuramente, essere a tre navate e quattro campate, ma se l'impianto fosse di tipo basilicale privo di transetto o a croce latina con transetto è difficile stabilirlo (è molto probabile che il transetto, il coro e la cappella di S. Placido esistessero già nel '600).
Nel 1734 la fabbrica fu allungata d'altri tre archi. Tra il 1773 ed il 1776 si diede inizio ai lavori per la volta. Il tetto fu ultimato definitivamente solo nel 1846.
Ne l 1857 furono appaltati i lavori per la pavimentazione marmorea, commessa al marmista Carlo Cali da Catania e quelli per la costruzione della Cupola sotto la direzione dell'ing. Gaspare Nicotra da Catania. La cupola, del diametro interno di mt. 7,50 fu ultimata con lanternino, affrescata da Giambattista Russo palermitano, e solennemente inaugurata il quattro ottobre 1859, festa di Maria SS. dell'Elemosina. Ma solo dopo cinque mesi, nel febbraio del 1860, essa rovinava, con gravi danni al nuovo pavimento alla volta ecc. Sulle ragioni del crollo sono state avanzate ipotesi differenti: il cattivo impasto utilizzato; la prematura rimozione delle centine;   le gravi carenze del progetto , redatto dall'ing. Nicotra.
Tra il 1889 ed i primi del '900, essendo sindaco il Cav. Alfio Bruno (padre del poeta Antonio), fu dato incarico all'arch. Carlo Sada da Milano, (esperto e maturo architetto, autore di centinaia di progetti ed opere, professore ed accademico di S. Luca a Roma) di realizzare il prospetto della chiesa. Applicando tutte le moderne tecniche ottocentesche, dal cemento all'acciaio, eresse il monumentale campanile,che ancora oggi è considerato il simbolo della città. insieme al campanile (alto m. 42) ridisegnò anche la facciata, collocando sul cornicione le statue dei santi Giuseppe, Zenone, Placido, e Caterina d'Alessandria. Quest'opera, come le precedenti, fu totalmente promossa e sostenuta dalla amministrazione comunale e dai cittadini, i quali vi contribuirono sia attraverso generose largizioni in denaro, sia partecipando personalmente ai lavori manuali.
Dopo il 1900, l'opera è rimasta invariata, fatta eccezione di piccoli interventi quali rifiniture interne, infissi, ecc. L'opera ha oggi due aspetti: il lato sud, comprendente la facciata ed il campanile, è monumentale ed organico; il lato ovest, prospiciente piazza Roma, risulta monco, poiché alla splendida mole del campanile non corrisponde la "mancata" cupola.

 POMPEI (NA) Santuario della Madonna del Rosario
Il Santuario della Madonna del Rosario e' uno dei maggiori centri di devozione mariana d'Italia. Iniziato l'8 Maggio 1876 su disegno di Antonio Cua e compiuto nel 1891, fu poi ampliato nel 1933-39 su progetto dell'ing. Mons. Spirito Chiappetta.
Il Santuario ha titolo di Basilica Pontificia ed e' retto da un Delegato Pontificio, coadiuvato da un Consiglio di Amministrazione. L'interno, ricco di marmi, affreschi e mosaici, e' a croce latina a tre navate con grandiosa cupola (57 m.) su 4 pilastri, transetto a 3 navate e deambulatorio attorno al presbiterio. Entrando in Basilica dalla porta centrale, si passa sotto la monumentale e ricchisssima cantoria opera dell'arch. Giovanni Rispoli, con bellissimi intagli, sede di uno dei migliori organi, costruito dalla ditta del Cav. Pacifico Inzoli di Crema ed inaugurato l'8 maggio 1890. È stato successivamente ingrandito.

Sull'Altare maggiore e' la veneratissima Madonna di Pompei, tela seicentesca, della scuola di Luca Giordano, restaurata nel 1965, adorna di gemme e racchiusa entro una ricca cornice di bronzo; attorniata dai Misteri del Rosario, dipinti su rame da Vincenzo Paliotti. Le cappellette laterali del tempio sono dedicate a Santi particolarmente venerati nel Santuario; nella volta (catino) sono rappresentati i misteri del Rosario realizzati in mosaico dalla Scuola Vaticana.
Lungo i corridoi adiacenti alla Basilica sono esposti numerosi quadri di ex voto. Essi rappresentano episodi di grazie e prodigi attribuiti alla Madonna di Pompei: guarigioni, scampo da naufragi, salvezza da incidenti ecc...

 BUSSETO (PR) Santuario Madonna dei Prati
Nel comune di Busseto esiste a circa tre chilometri dal capoluogo e poco distante dalla casa natale del maestro Verdi una piccola frazione denominata, per il suo Santuario ove si venera fino dal 1600 una antica immagine della B.V. Maria, Santa Madonna dei Prati di Busseto. Il bel Santuario di stile bramantesco fu costruito, così come ora si trova, negli anni 1690-1696 su progetto dell’architetto Don Francesco Callegari di Roncole. Detto Santuario di belle dimensioni (m. 20x20 alt. m. 17) non fu originariamente sede di parrocchia fino al 1926 in cui il Vescovo di Fidenza S.E. Mons. Giuseppe Fabbrucci la ergeva in parrocchia, dopo che il predecessore S.E. il Vescovo Mons. Pietro Terroni a fine dello scorso secolo lo aveva innalzato a dignità di Santuario Diocesano in onore del SS.mo Nome della Beata Vergine Maria sia per l’affluenza dei fedeli pellegrini. sia per i favori concessi della Beata Vergine ai suoi devoti.
Quindi fin dalla sua fondazione vi furono, succedendosi diversi sacerdoti curatori eletti dall’autorità, vescovile di Fidenza fino al 1926 col titolo di Rettori del Santuario. Fra questi è degno ancor più degli altri di essere ricordato il Rettore Don Paolo Costa che mori nel 1820. Questo Sacerdote pur dimorando nella casa unita al Santuario di S. Madonna dei Prati, aveva incarico, di prestare aiuto nelle cose del ministero al parroco Prevosto delle Roncole dove doveva essere presente nelle diverse occasioni. Fu appunto in una di queste che venne a conoscere il fanciulletto di nome Giuseppe Verdi che era assiduo al servizio delle sacre funzioni che appariva innamorato sia del canto come del suono dell’organo.

Al piccolo Verdi il prete Don Costa fece un’interessante proposta: "Vuoi imparare un pò di musica che io te la insegnerò?", "Si, si" rispose il ragazzino. Allora, soggiunse il prete, "Non ti resta altro che fare di tanto in tanto qualche salto in più da me a Madonna dei Prati che è vicina e io ti addentrerò nello studio delle prime note". Non parve vero che al suo intelletto si aprisse così una nuova strada per assecondare il suo genio che da allora cominciò a manifestarsi. Così questo primo maestro dell’arte musicale iniziò il nuovo alunno nella strada luminosa che lo condusse fino a guadagnare il prestiogioso titolo di Arcangelo nella sublime arte musicale. Da Don Costa la famiglia Verdi acquistò una spinetta attualmente custodita presso la Casa di Riposo per Musicisti, in Milano. Sfortunatamente questo primo maestro Don Costa chiuse i suoi giorni nell’anno 1820.
Quando Giuseppe Verdi fu accolto da un più provetto artista, il maestro Don Piero Baistrocchi, col quale si apprestò a fare i suoi passi da gigante nell’arte che così tanto lo sublimò. Però, di animo riconoscente, aveva legato il suo cuore non solo al primo maestro, ma anche alla prima scuola. (E da ricordare che Don Paolo Costa è seppellito nel terreno del sagrato della chiesa di S. Michele Arcangelo in Roncole in una tomba rasente il muro della facciata di detta chiesa dalla parte destra entrando per la porta principale)  Quindi Verdi, legato com’era a Madonna Prati, vi ritornava sovente per condecorare all’harmonium le varie festività.

 SIRACUSA Santuario Madonna delle Lacrime
La mattina del 29 agosto 1953, alle ore 8,30 in  una  modesta  casa  di lavoratori,  sita in Siracusa, via degli Orti   n.11,  un quadretto di  gesso,  raffigurante  il  Cuore Immacolato di Maria, versò lacrime umane. Il  fenomeno,  che  a  riprese   più  o  meno lunghe,  si   protrasse   nei   giorni   30  - 31 agosto  e  1  settembre,   attirò   subito  una moltitudine  di   persone  che  poté   vedere coi  propri  occhi,  toccare  con  le  proprie mani,   asciugare  e   perfino  assaggiare  la salsedine di  quelle lacrime.
Il Reliquiario contiene la viva ed inconfutabile testimonianza dell’evento: le lacrime di Maria.

L’autore e l’artista è stato il prof. Biagio Poidimani di Siracusa, professore all’Accademia delle Belle Arti di Roma. Il Reliquiario poggia su un piede dalla base ottagonale e, al di sopra della impugnatura, vi sono tre piani sovrapposti. Nel primo piano vi è custodita parte di un panno ricamato utilizzato dalla sig.ra Antonina Giusto per coprire e custodire il quadretto, che spesso era interamente bagnato dalle lacrime; la metà di un fazzoletto anch’esso impregnato di lacrime, donato dalla sig.ra Lisetta Toscano Piccione; la provetta in cui fu riposto il liquido prelevato dagli occhi del quadretto dalla Commissione Scientifica il 1° settembre (circa 30 gocce); alcuni batuffoli di cotone.

Agli angoli della teca vi sono quattro statue: S. Lucia, patrona della città di Siracusa; S. Marziano, primo vescovo della città; S. Pietro e S. Paolo, colonne portanti della Chiesa, legati alla storia della prima comunità cristiana a Siracusa: Paolo perché secondo gli Atti degli Apostoli è rimasto tre giorni a Siracusa; Pietro perché secondo la tradizione, quando era vescovo di Antiochia, ha inviato il suo discepolo Marziano come primo vescovo della città di Siracusa.
Nel secondo piano quattro pannelli ricordano il prodigio: la riproduzione del quadretto prodigioso; la lacrimazione nella camera da letto dei coniugi Iannuso; l’esposizione del quadretto in via degli Orti; il quadretto posto in piazza Euripide, primo “Santuario” all’aperto.
Nel terzo piano, infine, custodita da quattro angeli, sta l’urna di vetro in cui vi è la fialetta che contiene le ultime lacrime, quelle rimaste dopo l’indagine scientifica.
L’8 maggio 1954, il Reliquiario fu sigillato e fu firmata la pergamena che ne attesta l’autenticità.
Sulla base del Reliquiario vi è una incisione in latino: “O Vergine delle Lacrime, strappa dalla durezza del nostro cuore lacrime di pentimento - 29 agosto 1953”.

 GENOVA Santuario Nostra Signora della Guardia
Benedetto Pareto, durante la bella stagione, sale ogni giorno il pendio del Monte Figogna, che sovrasta Livellato. Lassù fa pascolare le pecore e raccoglie erba . La sua giornata è interrotta solo dal pasto che la moglie gli porta da casa, verso le dieci del mattino.

Un giorno, alla fine di agosto, mentre Benedetto aspetta la moglie, gli si avvicina una Signora, bella e splendente, che si presenta come la Madre di Gesù, lo conforta e gli chiede di costruire una cappella sul monte. Benedetto esita: "Sono tanto povero, e per fabbricare su questo monte alto e deserto occorreranno così tanti soldi che io dispero di riuscirci".  Ma Maria lo rassicura: "Non avere paura. Sarai molto aiutato". Pieno di entusiasmo Benedetto  si precipita a casa per parlare dell'incontro miracoloso alla famiglia. La moglie incredula lo deride:  "Finora voi siete stato considerato da tutti un uomo semplice; d'ora in poi sarete ritenuto balordo o matto del tutto":  è così convincente da dissuadere il marito da ogni progetto. Il mattino dopo Benedetto sale su un albero di fico, il ramo cede al peso del suo corpo e si spezza. La caduta lascia conseguenze gravissime, che fanno pensare al peggio. Infermo a letto, Benedetto riceve ancora la visita della Madonna che, rimproverandolo dolcemente, lo invita di nuovo a costruire la cappella, e lo guarisce immediatamente, Superato ogni indugio, Benedetto si mette al lavoro: percorre tutta la valle chiedendo aiuto di braccia e offerte . In poco tempo porta a compimento la cappella. 

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