I LUOGHI DELLO SPIRITO

eremi, conventi, abbazie: l'ospitalità nei monasteri italiani






















 


Ospizio Gran San Bernardo

Convento di Monte Mesma
Abbazia di Santa Fede

Certosa di Santa Maria di Pesio

Monastero di Bose

Abbazia dei Santi Pietro e Andrea 

Abbazia Mater Ecclesiae

Abbazia di San Michele

Sacro Monte di Crea

BASILICA-CONVENTO DI SUPERGA

ABBAZIA DI SANTA MARIA E SAN NICOLÒ

COMUNITÀ VANGELO E ZEN

ABBAZIA DI SANTA MARIA DELL'ACQUAFREDDA

ABBAZIA DI MAGUZZANO

ABBAZIA DI CHIARAVALLE

ABBAZIA DI SANTA MARIA

MONASTERO DI SAN GIACOMO MAGGIORE

CONVENTO DI SAN PIETRO APOSTOLO

ABBAZIA DI SAN NICOLA

ABBAZIA DEI SANTI PIETRO E PAOLO IN VIBOLDONE

MONASTERO DELLE SERVE DI SANTA MARIA

CONVENTO DI SABIONA / KLOSTER SABEN

CONVENTO-SANTUARIO DELLA MADONNA DI PIETRALBA / MARIA WEISSENSTEIN

CONVENTO-SANTUARIO DELLA PIEVE

ABBAZIA DI SANTA GIUSTINA

CONVENTO DI SANT'ANTONIO

CONVENTO-SANTUARIO DELLA MADONNA DEL FRASSINO

ABBAZIA DI SANTA MARIA ASSUNTA

CONVENTO DI SAN FRANCESCO DEL DESERTO

                                        continua...

 

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Ospizio del Gran San Bernardo

Bourg Saint-Pierre: canonici regolari di sant’agostino

Sul celebre valico del Gran San Bernardo, da circa un millennio sorge in selvaggio paesaggio alpino un Ospizio per antichi e moderni viandanti, in cui si allevano cani e si custodiscono libri, reliquie, reperti.

Secondo una tradizione assai consolidata, Bernardo, arcidiacono di Aosta, fondò nel 1050 sul valico tra il gruppo del Combin e il massiccio del Bianco - lungo la strada tra Aosta stessa e la valle del Rodano - un ricovero per viandanti e ne affidò la cura a una comunità di monaci Agostiniani. La storia del transito in quest'aspro paesaggio coperto di neve e ghiaccio per nove mesi all'anno, immerso sovente nella nebbia e costantemente nella silenziosa solitudine dell'alta montagna (metri 2473), era già allora antichissima. Il Colle del Gran San Bernardo, frequentato sin dall'età del Bronzo, era al tempo dei Celti e dei Romani, che lo chiamavano Mons Jovis, uno dei principali valichi alpini, tanto che nel 47 d.C. vi era stata costruita una strada militare per favorire i collegamenti tra Mediolanum e Octodurus, ovvero tra Milano e Martigny. Nell'alto medioevo pellegrini e mercanti l'avevano regolarmente e perigliosamente varcato, esposti a predoni e geli terribili. Verso la fine del X secolo vi era giunta forse una banda di agguerriti Saraceni, certamente l'aveva varcato l'arcivescovo di Canterbury Sigerico, sulla via dalla Gran Bretagna a Roma, lungo quella Via Francigena di cui il suo diario permette di ricostruire soste e tracciato.

Sorto comunque l'Ospizio (accanto al quale è documentato anche un ospedale di Saint-Pierre, posto sotto la giurisdizione dell'omonimo monastero sul versante vallesano), la situazione di pellegrini, viandanti e mercanti migliorò di molto. L'iniziativa di Bernardo fu subito sostenuta dai conti di Savoia, interessati all'impulso che ne derivava ai traffici mercantili, e l'Ospizio venne a godere di cospicui redditi. Fu così trasformato, ampliato e posto sotto l'esplicita protezione del papa (1177). Nel 1475 venne sottratto, col Vallese, alla sovranità dei Savoia e la circostanza - insieme al già avvenuto tramonto delle fiere della Champagne - ne determinò il declino. Al XVII secolo risale la prima citazione dei celebri cani addestrati a ritrovare e salvare i malcapitati sperduti nelle tormente o vittime di crepacci e valanghe.

La chiesa, il museo, la montagna

Gli attuali edifici dell'Ospizio, che sorgono appena oltre il confine svizzero e il lago del Gran San Bernardo, sono frutto della ricostruzione ottocentesca. La chiesa, barocca, assai semplice, è invece del 1686; vi si vede la tomba del generale Desaix, caduto di Marengo, fatta erigere da Napoleone, e nel Tesoro una raccolta di reliquie, anelli, calici e altri oggetti sacri. Esemplari di fauna alpina, minerali, peltri, monete, ex voto sono esposti nel Museo, il più alto d'Europa, dove si organizzano talora mostre di arte antica. Dal 1817 è annessa all'Ospizio una stazione meteorologica e ininterrotta è anche l'attività di allevamento dei cani San Bernardo, i cui cuccioli sono venduti a 3-4 mesi, con pedigree, a privati che li richiedono con largo anticipo.

I canonici Agostiniani rimangono fedeli alla loro missione originaria di accogliere i pellegrini, che nel XX secolo è più realistico chiamare viaggiatori o turisti: col suggerimento magari che le loro scalate (in luglio-agosto si tiene una settimana di alpinismo, a Natale e Pasqua si fa sci alpinismo) siano anche ascensioni interiori la ricerca della strada - dal 1904 per fortuna carrozzabile! - una ricerca di senso.

La storia al passaggio del valico

Se prima dell'esistenza dell'Ospizio il valico fu transitato da consoli, imperatori e legioni romane (lapidi conservate nel Museo attestano un "record" di otto giorni per il tragitto Roma-Ginevra), e poi nel 775 da Carlo Magno, anche dopo la metà del Mille non mancarono viaggiatori illustri: forse Enrico IV sulla via di Canossa (1077), certo il Barbarossa (1174 e 1175) e i principi di Casa Savoia, uno dei quali, Amedeo VIII vi fece anche passare l'artiglieria. Soprattutto famoso è il passaggio di Napoleone, nel 1800. Era maggio, inverno qui, e nella neve salirono oltre 40000 soldati portando con sé 5000 cavalli, 50 cannoni e 8 obici. Un mese dopo avrebbero sconfitto gli Austriaci a Marengo. In parte ripristinate, le antiche mulattiere del "sentiero dí Napoleone” che coincidono a tratti con la strada romana, sono oggi itinerari di visita da ripercorrere a piedi.

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Convento di Monte Mesma

Ameno: i frati francescani minori

Il paesaggio è quello boscoso del monte Mesma; il panorama, oltre le acque del lago d'Orto, abbraccia le Prealpi della Valsesia e il gruppo del Rosa. Nel monastero si prega, si medita, si canta.

L'edificazione del convento francescano alla sommità del monte Mesma (m 576) cominciò nel 1619, sulle rovine di un antico castello visconteo e sul suolo donato dagli abitanti di Ameno e Lortallo; dieci anni dopo fu consacrata la chiesa. Allontanati dal complesso a seguito delle due soppressioni ottocentesche, nel 1810 e nel 1855, i frati vi tornarono stabilmente a partire dal 1870 grazie a un nuovo dono: fu Giuseppina Pamelio Reggio, divenuta proprietaria del convento, a restituirlo ai religiosi. Nel 1933 s'intraprese un ampliamento, di recente si è restaurata la zona dell'"eremo" destinata all'accoglienza.

Chiesa e convento sono improntati a francescana semplicità. La chiesa, preceduta da un piccolo portico, ha cappelle con dipinti secenteschi e un crocifisso del 1712 sospeso sull'altar maggiore. Il convento si articola intorno a due eleganti chiostri barocchi, il maggiore dei quali conserva nel mezzo un'edicola da pozzo con copertura in rustiche pietre, il minore con affreschi. Affreschi secenteschi si vedono anche nel refettorio. Una biblioteca ricca di testi di spiritualità e patristici è aperta agli ospiti su richiesta.

Le attività spirituali comprendono giornate di ritiro per giovani, genitori e coppie organizzate ogni mese, corsi biblici di spiritualità ed esercizi spirituali aperti a tutti in agosto ma anche concerti, grazie a un coro che è nato e si è sviluppato con passione proprio qui. Gli ospiti, se vogliono, condividono la preghiera dei frati. La casa francescana è compresa nell'area della Riserva naturale del Monte Mesma, zona di grandi boschi di querce e castagni, ricca di sempreverdi.

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Abbazia di Santa Fede

Cavagnolo: i padri maristi

Su un'altura tra il Po e le estreme pendici settentrionali del Monferrato, non lontano da Chivasso, l'abbazia di Santa Fede si segnala come importante monumento romanico, ricco di storia e di spiritualità.

L’abbazia sorge nel verde di una piccola valle tra prati e boschi, là dove nella seconda metà del XII secolo la fondarono alcuni Benedettini Cluniacensi provenienti dall'abbazia di Sainte Foy de Conques, in Alvernia. Sul sito esisteva già un piccolo santuario intitolato a santa Fede, fanciulla martirizzata ad Agen, in Francia, al tempo di Diocleziano (303). A partire dal 1584 -trascorso ormai il periodo di maggior prosperità - e fino al 1728 fu amministrata e custodita da Priori Commendatari, che specie all'inizio del XVII secolo la sottoposero a restauri estesi (non sempre rispettosi e felici). Venduto all'asta nell'Ottocento, al tempo delle soppressioni dei privilegi ecclesiastici, il complesso fu infine acquistato nel 1895 dai padri Maristi, che hanno poi trasformato il monastero, ampliandolo, in una Casa di accoglienza predisposta per ritiri spirituali e convegni.

Nell'architettura della chiesa, romanica, l'ispirazione oltralpina si combina al talento di maestranze monferrine locali. Magnifico il portale in facciata, con ricchi capitelli, lunetta e ghiere scolpite in rilievo, sovrastante bifora e due alte colonne ornamentali, ai lati, in corrispondenza della metà delle navate minori. Il vasto interno, che richiama esempi borgognoni e provenzali, è spartito da pilastri cruciformi con semicolonne dai bei capitelli, da cui partono archi di rinforzo per la copertura a botte della navata centrale. Delle tre Absidi semicircolari appartenenti all’originaria costruzione si conserva solo la mediana. L’altar maggiore è aggiunta settecentesca.
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Certosa di Santa Maria di Pesio

Chiusa di Pesio: missionari della consolata

Intorno, nell'alta valle del Pesio verde di prati o bianca di neve, con la mole del gruppo del Marguareis sullo sfondo, si villeggia o si scia. La certosa, d'illustre storia, è oggi casa di spiritualità missionaria.

Il primo impatto è con la natura all'in torno, luminosa d'estate di prati e di boschi; il secondo con il vastissimo chiostro del monastero, aperto su un lato verso il parco e la sovrastante montagna, sotto il cui portico – interminabile, ritmato da colonnine romaniche – si aprivano un tempo le celle dei monaci (oggi vi si vedono antichi resti scultorei). La Certosa è qui dal 1173, quando padre Ulderico da Casale Monferrato, dell'Ordine dei Certosini di san Bruno, proveniente da Grenoble, la fondò su terreni donati dai signori di Marozzo. La storia successiva fu travagliata, soprattutto a causa dei contrasti con la comunità di Chiusa di Pesio, ma anche felice perché per lunghi secoli la certosa fu prospera e potente, largamente dotata di pellegrinaggi dalla Liguria e dalla Provenza. L'apogeo si ebbe forse nel Seicento. Dopo la soppressione napoleonica (1802) conobbe un periodo di diversa e non ricercata fortuna allorché venne trasformata, dal 1840, in stabilimento climatico e idroterapico: fu allora che vi soggiornarono, tra gli altri, Cavour e D'Azeglio. Nel 1934 i Missionari della Consolata l'hanno riacquistata e riportata alla sua missione di cura d'anime, aperta anche all'accoglienza.

Lo schema del complesso — rimaneggiato nei secoli dal XVI al XIX — è quello classico delle certose, con chiostro maggiore per la distribuzione delle casette dei monaci e chiostro minore per il disimpegno della chiesa e degli spazi comunitari, dalla sala capitolare al refettorio. All'angolo settentrionale degli edifici è la cinquecentesca chiesa dell'Assunta, preceduta da un portico che guarda valle e torrente, adorna di eleganti affreschi e stucchi del XVI secolo. Da non molto è riaperta la chiesa inferiore, del XII secolo. Affreschi settecenteschi con scene religiose e finte prospettive si vedono nella cappella del Priore, cui si accede dal Chiostro grande.

Lo spirito della comunità si apre in scuole di preghiera, incontri, ritiri, campi; l'attività missionaria, alla sua base, si manifesta anche nel Museo-negozio che raccoglie esemplari di fauna e flora e oggetti tribali provenienti dall'Africa e dall'Asia. Una piccola biblioteca con testi di spiritualità e teologia è disponibile al pubblico.

Fuori si stende un angolo di natura intatta e montana (siamo a quota 900, ai piedi delle Alpi Marittime), tutelata dal Parco naturale dell'Alta Valle Pesio e Tanaro. Poco sopra la certosa, una ripida scalinata porta al sacrario monumentale dei partigiani della valle del Pesio.

Gli affreschi dell’Assunta

La chiesa abbaziale, come spesso accade nei complessi delll'Ordine, colpita dalle spogliazioni ottocentesche, conserva tuttavia bagliori dell’antica bellezza. Spiccano i luminosi affreschi del catino absidale e della volta con scene della vita della Vergine, opera di Antonio Parentano (1599-1660), tra bianchi stucchi profilati d'oro. Del belga Jan Claret 1679) sono invece gli affreschi della navata raffiguranti episodi del Vangelo. All’altar maggiore è una preziosa tela (Vergine col Bambino sullo sfondo della Certosa, con San Brunone, San Carlo Borromeo e due  certosini) attribuita al Moncalvo.

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Monastero di Bose

Magnano: comunità monastica di bose

Attorno a un'antica chiesa romanica, sulla Serra tra Biella e Ivrea si è costituita una comunità monastica giovane, mista, interconfessionale, aperta alla preghiera, al lavoro, allo studio e all'accoglienza.

La storia della comunità di Bose ha termini quasi esclusivamente spirituali, ovvero non mediati - se non in via indiretta - dal corso dei secoli e dell'arte. Nel 1965 un giovane religioso, Enzo Bianchi, che già aveva organizzato un campo di lavoro per ripristinare la splendida chiesa romanica di San Secondo, vi si trasferì in isolamento. Attorno a lui tre anni dopo si raccolse la comunità, impegnata secondo la tradizione monastica cristiana al celibato e alla vita comune ma sin dalle origini aperta all'esperienza interconfessionale e all'accoglienza. Ne fanno parte uomini e donne di Chiese cristiane diverse. I religiosi, dopo la chiesa, hanno restaurato anche i ruderi delle cascine all'intorno e costruito nuovi edifici per più larghe esigenze di preghiera (la nuova chiesa è del 1999), di meditazione e di lavoro, dei cui frutti la Comunità vive interamente. È stata anche organizzata una biblioteca ricca di 25000 volumi di tema biblico, teologico, spirituale, consultabile dagli ospiti. La giornata di Bose scorre così in un flusso ritmato, individuale e comune, di preghiera, lettura, lavoro.

La chiesa "originaria", San Secondo, risalente al XII secolo, ha pure linee romaniche; di particolare eleganza appare la zona posteriore, con tre absidi, su una delle quali - con inconsueta soluzione - è impostato il massiccio campanile cuspidato a due ordini di trifore mentre nelle altre due sono visibili tracce di affreschi trecenteschi.

I frutti di bose

A Bose tutti lavorano, alcuni, professionalmente, anche fuori della comunità. Il risultato sono tisane, marmellate, mieli, ceramiche in gres e raku, icone dipinte, icone stampate su legno, oggetti di falegnameria, traduzioni, libri, CD e audiocassette delle Edizioni Qiqajon. L'attività culturale e di formazione spirituale è rivolta a diverse fasce di età, a partire dagli 8 anni, con incontri, settimane residenziali, campi di lavoro. Sono anche organizzati corsi di ebraico e greco biblico e di cetra per l'accompagnamento del canto. In primavera ed estate nella chiesa di San Secondo si ascolta musica classica.

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Abbazia dei Santi Pietro e Andrea

Novalesa: monaci benedettini sublacensi

Sulla via dello storico valico transalpino del Moncenisio, l'antichissimo centro benedettino di fede e cultura di Novalesa conserva e tramanda affreschi, pergamene rare, ricami e ori tessuti.

L'abbazia - un nucleo centrale con la chiesa e il convento e quattro cappelle sparse nel verde del parco - sorge a dominio della valle Cenischia su un colle a 800 metri di altezza, nel luogo in cui nel 726 la fondò il nobile Abbone, governatore di Susa. Affidata ai Benedettini, divenne uno dei più celebrati centri culturali del medioevo. Nel 773 vi soggiornò Carlo Magno, che la colmò di privilegi; nel IX secolo la sua influenza e la sua ricchezza -in terre come in codici miniati - raggiunsero il culmine. Il sacco dei Saraceni, nel 906, concluse il periodo di splendore dell'abbazia, che pure continuò per secoli a ospitare pellegrini e viandanti sulla via del Moncenisio, transito strategico tra la pianura padana e la Francia. L'Ottocento riservò al complesso due soppressioni (1816 e 1855), due allontanamenti dei monaci e varie vicissitudini: dalla trasformazione in ospizio per le truppe di passaggio, in tempi napoleonici, a quella in stabilimento per cure idroterapiche nel 1861. Nel 1973 i Benedettini - provenienti dall'abbazia di San Giorgio di Venezia - sono ritornati in possesso dell'abbazia e si sono assunti il compito di ripristinarne il prestigio spirituale e culturale, come testimonia tra l'altro l'apertura di un laboratorio di restauro di libri antichi.

Tra passato e presente

Le vicende della storia non hanno intaccato il fascino del sito, una conca montana verdissima e ventosa, in una maestosa cornice di monti dominata dal Rocciamelone. Gli edifici che con oculatissima scelta i monaci vi avevano costruito sono invece assai diversi da quelli dei tempi d'oro dell'abbazia, ridotti di dimensioni e sparsi, con aspetto - comunque piacevole - di rustica armonia. S'incontra dapprima la cappella di Santa Maria Maddalena, risalente all'VIII-IX secolo, con semplice facciata a capanna e abside quadrata; in origine era annessa alla foresteria (distrutta dai Saraceni) che accoglieva i pellegrini sulla via del valico e in particolare le donne, non ammesse all'interno del cenobio. In fondo al primo cortile dell'abbazia si vede la chiesa, rifatta nel 1712, con scarsi frammenti di antiche strutture; affreschi quattrocenteschi sono ancora visibili nel presbiterio e in sagrestia. Più avanti si trova la cappella più nuova delle quattro, quella di San Salvatore (XI secolo), di architettura romanica già raffinata, oggi Sacrario dei Caduti della val di Susa. Dietro, a poca distanza sta invece la cappella più antica, di San Pietro, con originale facciata a tre alte arcature digradanti. La cappella meglio conservata e più preziosa è però quella di Sant'Eldrado, la cui bella abside curva risale al X secolo: l'interno è interamente coperto da preziosi affreschi databili dagli inizi del XII secolo.

Il presente dell'abbazia parla - secondo la Regola e lo "stile benedettino" - di spiritualità ecumenica ma anche di ospitalità e di lavoro. Spicca l'attività di restauro di pergamene e libri antichi, svolta in un attrezzatissimo laboratorio (non aperto al pubblico). Ma ci sono anche una sartoria che confeziona arredi sacri, soprattutto, trasportandovi ricami d'epoca e una distilleria che ricava essenze e liquori dalle erbe della valle; dalla natura vengono anche squisite marmellate e cosmetici profumati. La biblioteca, che dell'originario scriptorium conserva solo una Regola di San Benedetto manoscritta nell'XI secolo, è in ricostruzione; i suoi circa 10000 volumi sono consultabili su richiesta. Un'associazione di volontari San Benedetto dell'abbazia dei Santi Pietro e Andrea di Novalesa coopera alle iniziative, in prevalenza culturali, finalizzate alla valorizzazione dell'abbazia, dalle visite guidate agli studi, alle pubblicazioni, alle ricerche, alle attività del laboratorio di restauro.

Cronache dal medioevo

La storia del Monastero è narrata dal Chronicon Novalicense, la "Cronaca di Novalesa", uno dei più straordinari testi pervenutici dal medioevo: alla metà dell’XI secolo un ignoto monaco dello scriptorium annotò - su un rotolo di pergamena custodito oggi all'Archivio di Stato di Torino - i nomi degli abati e i fatti del suo cenobio.

La cappella di sant'eldrado

Gli affreschi che brillano con rinnovati colori (dopo il restauro) nella cappella di Sant'Eldrado costituiscono uno dei più importanti cicli del romanico piemontese. Le immagini della vita di sant'Eldrado - abate dell'abbazia dall'822 all'840 circa - e le scene della vita di san Nicola vi si mescolano a più consuete figurazioni del Cristo Pantocratore fra Angeli e i due Santi. In basso, in uno dei monaci prostrati ín preghiera si riconosce Adraldo di Breme, ritenuto committente delle pitture. L'influsso bizantino testimonia l'apertura culturale dell'abbazia in quei tempi lontani.

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Abbazia Mater Ecclesiae

Orto: monache benedettine

All'abbazia, così come alle rive della piccola, pittoresca isola di San Giulio nelle acque del lago d'Orta, si arriva solo in barca; le monache pregano e lavorano all'ombra dell'insigne basilica romanica.

La storia del monastero è recente: nel 1973 un gruppo di monache Benedettine dell'abbazia di Viboldone, presso Milano, si stabilì in un edificio attiguo alla basilica di San Giulio; nel 1989, fattosi più numeroso, si trasferì nella sede dell'ex seminario diocesano, al centro dell'isola. Da allora le religiose vivono nei lindi ambienti del monastero - che è costruzione ottocentesca - dove pregano, cantano e lavorano: tessendo a mano e restaurando antiche stoffe, confezionando paramenti e arredi liturgici, dipingendo icone, redigendo testi di spiritualità e fascicoli di lectio divina, traducendo.

Nei giorni feriali, quando scema il flusso di visitatori attratti dalle suggestioni di San Giulio, il silenzio si allarga dall'abbazia all'isola; per chi vuole assaporarlo - ed esplorarlo nelle sue dimensioni di ascolto e d'incontro - possono aprirsi allora le porte della foresteria. Le basse case e i giardini di San Giulio sono dominati, oltre che dall'imponente edificio del monastero, dal campanile della basilica. L'origine della chiesa è assai più antica (attorno al 390), nell'XI-XII secolo intervenne un rifacimento cui seguirono, a più riprese, decorazioni e rimaneggiamenti parziali. La facciata, tripartita da paraste e affiancata da torricelle romaniche, si vede al meglio dal lago. Nell'interno spicca uno splendido ambone in marmo nero eseguito tra l'XI e il XII secolo da lapicidi di ambiente comasco, con straordinarie figurazioni di animali fantastici sul parapetto. Notevole l'apparato pittorico, con affreschi dei secoli XIV-XVI, alcuni della scuola di Gaudenzio Ferrari.

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Abbazia di San Michele

Sant'Ambrogio di Torino: padri rosminiani

Il colpo d'occhio non si dimentica: fuso con la cima del monte Pirchirano, allo sbocco della val di Susa, il complesso di edifici e ruderi della Sacra di San Michele racconta un'aerea vicenda di millenaria spiritualità.

In questo sito di eccezionale posizione  panoramica e strategica, a 962 metri d'altezza, già in epoca longobarda esisteva forse un oratorio dedicato a San Michele Arcangelo. Nel 998 un discepolo di san Romualdo, con l'aiuto del nobile alverniate Ugo di Montboissier, che obbediva a un voto di penitenza, vi costruì il primo edificio certo (anche se avvolto in leggende di eventi miracolosi). L'abbazia benedettina visse tra l'XI e il XIII secolo il suo periodo di massimo splendore: punto di passaggio dei pellegrini che dal Moncenisio e dal Monginevro scendevano a Roma, venne fortificata e si arricchì di terreni, di una cospicua biblioteca, della giurisdizione su centinaia di chiese sparse anche in Francia e Spagna. Fu centro di cultura e di potere con cui anche vescovo e marchesi di Torino, e perfino l'imperatore Enrico IV, dovettero non sempre pacificamente trattare.

Nel Trecento intervenne il declino: un incendio, saccheggi di truppe straniere, l'affidamento al Conte Verde (Amedeo VI di Savoia) e la conseguente trasformazione in commenda (1379). Seguirono un lungo periodo di abbandono, la soppressione (nel 1622), infine, nel 1836, su richiesta di Carlo Alberto, la nomina dei padri Rosminiani ad amministratori del complesso monastico. Furono poste allora le premesse di una rinascita che prosegue ai nostri giorni, tra

interventi di restauro e iniziative spirituali e culturali (calendario consultabile nel sito).

Forte anche l'interesse specificamente turistico del luogo.

Panorami di arte e di fede

Non articolati come di consueto intorno a un chiostro, ma avvolti a spirale sulla vetta del monte, gli edifici della Sacra di San Michele si sono evoluti dal primitivo impianto romanico a forme gotiche cisalpine, portato di sovrapposizioni e aggiunte intervenute fino al Trecento. Danni e restauri ottocenteschi nulla hanno tolto al fascino dell'insieme, di vertiginosa topografia, con cappelle primitive, chiese, monasteri concresciuti in un emozionante slancio verso l'alto. La visita è dunque una salita – punteggiata di magnifiche viste – e l'ideale è cominciarla a piedi, tra i boschi, lungo l'antichissima strada selciata che parte da Sant'Ambrogio. Prima dell'abbazia s'incontrano i ruderi di un tempietto ottagonale (forse dell'XI secolo) detto Sepolcro dei Monaci. Si oltrepassa la foresteria, poi si sale una gradinata e si entra, per un portale, ai piedi dell'altissimo basamento su cui poggia l'abside della chiesa. Un'erta scala angolare interna, lo scalone dei Morti, conduce alla porta dello Zodiaco, romanica, con fantastiche figurazioni ai capitelli. Di nuovo allo scoperto, si sale infine sotto colossali archi rampanti al fianco destro della chiesa, cui si accede per un portale gotico. L'interno è di forme gotiche nelle tre navate (XIII secolo), romaniche nelle absidi: tra navate e coro si vedono dipinti e affreschi quattro cinquecenteschi e moderni sarcofagi in pietra dei principi di Casa Savoia; all'altar maggiore è un trittico di Defendente Ferrari. Dall'inizio della navata sinistra si esce su un belvedere che dischiude un magnifico panorama sulla val di Susa.

Volontari per la sacra

A.Vo.S... così si chiama in sigla l'associazione dei Volontari della Sacra che dal 1993, in stretto accordo con i padri Rosminiani, la Ragione e gli Enti preposti, contribuisce concretamente (e gratuitamente) alla conservazione e la valorizzazione dell'abbazia di San Michele riaffermando i valori culturali e ambientali di cui la Sacra è testimone e simbolo. I volontari gestiscono anche una biblioteca con testi dall'Ottocento in poi di storia dell'arte e teologia, consultabili dagli studiosi, con preavviso, il mercoledì e il venerdì.

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Sacro Monte di Crea

Serralunga di Crea: Frati Francescani Minori

Su un panoramico poggio del Monferrato. alto sulla valle dello Stura il complesso monumentale di Crea - chiesa, convento e cappelle del Sacro Monte -rimane tra i più frequentati e famosi del Piemonte.

Le origini del santuario e del Sacro  Monte dl Crea sono leggendarie: verso il 350 sant'Eusebio vescovo di Vercelli si sarebbe ritirato in questo luogo solitario per sfuggire alle persecuzioni degli Ariani. e vi avrebbe fondato un oratorio. Una decina d'anni dopo avrebbe riportato dall'oriente tre statue della Madonna. e una - la "Madonna Bruna" – sarebbe rimasta a Crea come cuore del santuario. La prima notizia di una chiesa, poi trasformata in santuario, risale però al XII secolo. Fino al 1478 la ressero i monaci dell'abbazia di Santa Maria di Vezzolano. cui subentrarono dal 1483 al 1802 i Canonici Lateranensi, quindi per breve tempo i Serviti e infine, dal 1820 - dopo la crisi. l'abbandono e la parziale spoliazione seguiti alla soppressione napoleonica - i Frati Francescani Minori che ancora gestiscono il complesso. Nel Seicento e nel Settecento, una volta costruiti le cappelle e l romitori sparsi nel bosco, il Sacro Monte dl Crea svolse in pieno la funzione di “città dello spirito” che fondatore e priori avevano inteso assegnargli: la stessa che i frati coltivano oggi.

La chiesa, il convento, le cappelle

La chiesa, situata un po' inusualmente nella parte bassa del parco (m 396), è frutto dl vicende costruttive complesse. Oggi si presenta con la grandiosa facciata baroccheggiante a portico che le fu aggiunta nel Seicento, insieme all’ultima campata: ma l'origine è romanica, con un ampliamento dl fine Quattrocento, e restauri sono intervenuti poi sin nel secondo dopoguerra (la sopraelevazione del campanile è del 1929). All'Interno. oltre all'antica statua della Madonna - non più bruna dopo il restauro del 1981 - nella cappella a destra dell'altare maggiore si osservano ancora numerosi affeschi quattrocenteschi. Particolarmente belli quelli della cappella di Santa Margherita. all'altro lato dell'altare. di scuola lombardo-piemontese.

Alle spalle della chiesa sorge il convento. duecentesco per fondazione ma più volte trasformato, con un elegante chiostrino rinascimentale dalle ritmiche arcate (chiuso da vetrate, è a disposizione del pellegrini e delle iniziative dei frati). Un suggestivo viale pianeggiante circonda il Sacro Monte vero e proprio. Disseminati nel bosco che ne copre la sommità (in 443). 23 cappelle e 5 rumitori, collegati da sentieri, risalgono il colle fino al culmine rappresentato dalla cappella detta dell'Incoronazione di Maria o dei Paradiso. Le cappelle, progettate nel 1589 dal priore Costantino Massimo, dovevano essere all'inizio 15, poi addirittura 40. Ne rimane comunque una “selva”. a illustrare I Misteri del Rosario con bei gruppi plastici del fiammingo Jean Wespin (il Tabacchetti, 1568-1615) e altri ottocenteschi

del Latini e del Brilla: le decorazioni pittoriche sono soprattutto di Guglielmo Moncalvo (1568-1625). Dalla cima del bellissimo parco. accanto al gruppo di centinaia di angeli e santi sospesi al soffitto della cappella del Paradiso. la vista spazia a tutto campo dal Monferrato alle Alpi.

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BASILICA-CONVENTO DI SUPERGA

Torino I Frati Servi di Maria

Lo basilica dl Superga, uno dei segni costitutivi del paesaggio di Torino, capolavoro d'arte e scrigno di memorie, è anche luogo d'intensa devozione madrina. meta di pellegrinaggi da tutta Italia.

Maestosamente scenografica secondo il gusto regale di Vittorio Amedeo II, che la volle, e la felice ispirazione di Filippo Juvarra che nel 1716 ne tracciò ii disegno, la basilica di Superga sorge alla sommità dell'omonimo Colle (in 669), seconda più alta elevazione della Collina torinese: pensata per essere ammirata da Torino, su Torino e le Alpi dischiude, specie dalla sommità della cupola, un'amplissima vista di particolare suggestione al tramonto. Secondo la tradizione fu costruita in adempimento di un voto fatto dal re nel 1706, mentre dal colle, insieme al principe Eugenio, studiava la posizione delle truppe franco-spagnole assedianti Torino. Dieci anni dopo, in un sito dl già consolidato culto mariano, l'alate Juvarra, messinese,  abbatté una precedente cappella, scavò li colle abbassandone la cima e con marmo, onice e mattoni iniziò la fabbrica del suo capolavoro barocco e dell'attiguo convento, compiuta nel 1731.

A pianta circolare, con l'ardita cupola affiancata da due campanili gemelli, la basilica accoglie nel suo slanciato, luminosissimo interno una serie di altari e dipinti meticolosamente “orchestrati” da Juvarra: nei sotterranei. dal 1774 trasformati in austero mausoleo, si vedono le sepolture di molti principi di casa Savoia e dei re sabaudi fino a Carlo Alberto.

Dal 1966 la basilica è officiata dalla comunità dei Frati Servi di Maria, lieti di accogliere pellegrini e visitatori desiderosi di immergersi nell'intenso silenzio e nella bellezza del luogo.

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ABBAZIA DI SANTA MARIA E SAN NICOLÒ

Colico Monaci Cistercensi di Casamari

La posizione. nel verde. all'estremità di una penisoletta pretesa nelle acque della sponda nordorientale del lago di Como, é splendida: il monastero, uno dei complessi più significativi dell'architetettura comacina

L'abbazia di Piona - questo il nome con cui è più conosciuta - venne fondata nel XII secolo dai monaci Cluniacensi, nella seconda metà del Quattrocento divenne commenda e in seguito progressivamente decadde, fino alla soppressione del 1798. Nel 1937 vi tornarono i Benedettini, stavolta dell'Ordine Cistercense di Casamari. Da allora, i monaci seguono la loro regola e il loro spirito pregando. cantando nelle messe talora celebrate in latino e lavorando. per provvedere a se stessi, alla parrocchia di Olgiasca e alle proprie missioni in Africa e Brasile. Particolarmente richiesti i liquori prodotti all'interno e le tisane. Circa 15000 testi teologici, spirituali, monastici e di storia locale sono raccolti nella biblioteca abbaziale.

Gli edifici dei complesso sono eccellenti esempi di architettura romanica comacina. La chiesa venne costruita nell'XI secolo sul sito di un oratorio altomedievale dedicato a Santa Giustina. di cui resta traccia nell'absidiola dietro l'attuale edificio. Ha semplice facciata a capanna coronata da archetti, con finestrone centrale. Nell'interno, a una navata, si vedono due leoni marmorei già basi delle colonne che reggevano l'ambone e in fondo, nell'abside, un affresco duecentesco raffigurante Cristo tra gli apostoli. Splendido il chiostro, edificato tra il 1252 e il 1257 in raffinata fusione di elementi romanici e gotici, cui si accede per un atrio adorno di un affresco quattrocentesco: intorno al cortile, a marmi bianchi e Scuri, si svolge l'elegante teoria degli archi a tutto sesto. poggianti su colonnine dai bellissimi capitelli a figurazioni fantastiche, antropomorfe, fitomorfe, geometriche. Sui muri, affreschi del XII secolo rappresentano i Mesi, i Martiri, San Benedetto.

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COMUNITÀ VANGELO E ZEN

Galgagnano Con un sacerdote missionario saveriano e un monaco missionario dello Zen

Nella compagna in riva destra dell’Adda, non lontano da Lodi, una comunità o meglio due comunità sorelle nel dialogo - una cristiana e una buddista Zen - condividono l'esperienza religiosa.

All'origine della comunità sta la lunga esperienza vissuta in Giappone da padre Luciano Mazzocchi, missionario saveriano che vi è stato dal 1963 al 1982 incontrando lo Zen nella sua forma monastica come nella quotidianità della vita contadina, e di Jiso Giuseppe Forzani. che dal 1979 al 1987 ha condotto la sua esperienza religiosa e Monastica nel monastero Antaji fra le montagne del Giappone. Nel 1995 i due religiosi hanno deciso dl proseguire il dialogo e la comune ricerca di senso nell'Associazione “Vangelo e Zen Stella del Mattino”; l'anno dopo, hanno radunato la prima piccola comunità presso la casa canonica dl Galgagnano messa a loro disposizione dal vescovo, da cui si sono in breve trasferiti in un'ampia cascina del luogo presa in affitto.

La "stella del mattino" si propone come esperienza potenzialmente aperta a tutti di ascolto, confronto, simpatia tra persone e culture, condivisione di sensibilità, speranze e beni spirituali radicati nel Cristianesimo e nel buddismo Zen. La conoscenza e il riconoscimento delle diverse identità storiche sono premesse e obbiettivi concretamente praticati del cammino comune. Dimensione comunitaria e personale s'intrecciano nella vita e nelle funzioni della casa, che coniugano nel ritmo più naturale possibile pratica religiosa (zazen e ascolto del Vangelo all'inizio e alla fine della giornata. Eucaristia alla sera), studio, lavoro (nell'orto e nel giardino, nella legnaia, nella cucina e nella casa), pasti in comune e tempi di fraternità, accoglienza. Accoglienza che assume le forme dell'ospitalità (per qualche giorno o per qualche mese). dell'apertura domenicale anche per una prima conoscenza, della partecipazione a seminari, ritiri. corsi speciali organizzati mensilmente nella casa di Galgagnano. A chi viene non sono richieste dichiarazione di appartenenza, ma apertura di cuore.

Da Galgagnano - struttura assai semplice. con edifici di rustico aspetto, un cortile interno, un giardino, un orto - la comunità si allarga ai molti che non vi risiedono ma ne vivono l'esperienza abitando nella famiglia e nella società. Incontri, corsi e ritiri periodici si svolgono in varie altre importanti città italiane. da Vicenza a Firenze.

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ABBAZIA DI SANTA MARIA DELL'ACQUAFREDDA

Lenno Frati Francescani Cappuccini e Sorelle Francescane Ancelle del Signore

Su un tratto della riva occidentale del lago di Como noto per i parchi e le ville, oltre che per panorami e dolcezza di clima, un'antica fondazione cistercense rivive la sua tradizione nel nome di Francesco.

L'origine del cenobio - dl complesse, talora incerte vicende costruttive, il cui nome si lega alla fresca sorgente che sgorga presso il sagrato - è cistercense. Lo fondò nel 1143 un monaco proveniente dall'abbazia di Morimondo, Enrico, dopo la donazione del terreno da parte di Ottone Pellegrino, signore dell'Isola Comacina. all'espresso scopo che vi fosse edificata un'abbazia dedicata alla Vergine, a san Pietro e a san Agrippino (vescovo di Como, le cui spoglie per tradizione vi furono traslate). Pochi anni dopo venne consacrata la chiesa, costruita presso un'antecedente cappella preromanica che oggi serve da base al campanile: entro la fine del secolo, fu ampliata e dedicata all'Annunciazione di Maria (Madonna dell'Oliveto). Dato in commenda nel Quattrocento a Francesco Piccolomini, il monastero prese rapidamente a declinare fino a ridursi quasi a rovina: la veste attuale e così quella della ricostruzione secentesca e settecentesca. Dal 1785 al 1904, allorché vi ritornarono i Benedettini, il complesso fu in mano ai privati. I Cappuccini, che lo hanno infine acquistato nel 1934, ne hanno fatto un luogo di studio e di preghiera mentre le Sorelle Francescane Ancelle del Signore dirigono oggi la Casa di Spiritualità in cui sono accolti gli ospiti.

All'interno della chiesa, barocca, con stucchi e balaustrate marmoree, spiccano le tele e gli affreschi dipinti intorno al 1621 dal Fiamminghino per l'altare della Madonna Annunciata, nella cappella di San Bernardo e nel coro.

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ABBAZIA DI MAGUZZANO

Lonato Poveri Servi e Povere Serve della Divina Provvidenza

Sulle prime ondulazione moreniche del Garda, con in vista il lago e la pianura, un'abbazia benedettina sopravvissuta agli Ungari e a Napoleone è oggi viva come centro ecumenico, e casa di spiritualità,

Sorta alla fine del IX secolo nel pressi di  una strada romana, l’originaria abbazia venne distrutta dagli Ungari nei 922, ricostruita, devastata dalle truppe viscontee nel 1399, riedificata quasi completamente dopo l'unificazione con l'abbazia dl San Benedetto Po in Polirone, nel 1490. Risalgono ad allora la bella chiesa rinascimentale e l'elegante chiostro dal convento. Dopo la soppressione napoleonica (1796), il complesso passò ai privati. La sua storia religiosa ricominciò nel 1904, allorché vi s'insediò, rimanendovi fino al 1938, una comunità di Monaci Trappisti Cistercensi provenienti da Sauoeli in Algeria. Nel 1938 passò al sacerdote don Giovanni Calabria e alla Congregazione che egli aveva da poco fondato a Verona. Oggi l'abbazia si apre a tutti come casa di spiritualità per ritiri, esercizi spirituali, esperienze anche individuali di silenzio e di ascolto: chiunque sia alla ricerca di pacificazione interiore e “ricarica” spirituale può trovarvi accoglienza e attenzione. Il Centro Ecumenico trae stimolo e iniziative dalle istanze del Concilio Vaticano II. In contrasto con le inquiete vicende della sua storia, l'abbazia di Maguzzano offre adesso un'immagine idillica: ettari di campi punteggiati di cipressi, pini, ulivi (i religiosi ne usano per fare un ottimo olio, gli ospiti possono adottare una pianta), con l'azzurro del lago sul fondo: un giardino fiorito bordeggiato dagli aerei archi del chiostro. Nella chiesa, decorata con affreschi di buona fattura, è custodito un crocifisso ligneo dei primi del Seicento. Il contesto giusto, tra l'altro, anche per la scuola di iconografia, ovvero di pittura di icone secondo la tecnica russa del XV secolo, i cui programmi sono richiedibili direttamente all'abbazia o consultargli sul sito.

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ABBAZIA DI CHIARAVALLE

Milano I Monaci Cistercensi di San Bernardo d'Italia

Situata in una sorta di anclavea agricola, ancora, all'interno del territorio comunale milanese, Chiaravalle è luogo d'arte e insieme sanbolo della colonizzazione benedettina di questa parte di campagna lombarda.

Tra le principali mete di visita dell'immediata periferia di Milano, con la città che incombe - ma di cui si gode l'assenza - l'abbazia di Chiaravalle è fondazione benedettina cistercense di prima generazione (così vien fatto di dire, mutuando l'espressione dal vicino contesto tecnologico-urbano). A tracciare il perimetro della chiesa originaria (1135) fu infatti san Bernardo stesso, fondatore di abbazie passato da Citeaux a Clairvaux e poi oltralpe, appunto, a Chiaravalle. Presto si cominciò a costruire un nuovo e più ampio edificio, consacrato nel 1221; poco più di un secolo dopo, con la comparsa della torre campanaria innestata sul tiburio, all'incrocio dei bracci, la veste del complesso attuale fu per l'essenziale compiuta. Trasformata in commenda nel 1442, intorno al 1490 l'abbazia fu arricchita di un secondo chiostro bramantesco che oggi però non vediamo (nel 1862, in tempi cupi per Chiaravalle. fu demolito per far spazio alla linea ferroviaria (la Milano a Pavia). Tra Cinquecento e Seicento il Luini, i fratelli Campi, i Fiammenghini attesero alla decorazione ad affresco della chiesa. Alla decadenza intervenuta nel 1798, con l'allontanamento dei monaci, posero freno i restauri iniziali da Luca Beltrami nel 1894 e soprattutto il ritorno dei Cistercensi, nel 1952.

La comunità religiosa, attivissima, ha curato il ripristino architettonico dell'abbazia e vi ha riportato il soffio dell'operosità benedettina: a tutto campo, dalle attività liturgiche (Chiaravalle è anche parrocchia), alle iniziative di studio e di spiritualità. alla conduzione dell'azienda agricola circostante. Enti o fondazioni esterne chiedono talvolta di poter organizzare in abbazia anche concerti o mostre.

Purezza e ornamenti

Il complesso architettonico dl Chiaravalle risente, e questa è una delle radici del suo fascino, di un duplice impulso: da un lato l'austera essenzialità del riformatori dl Citeaux, nemica della complicazione delle forme e del decoro sfarzoso; dall'altro il gusto e la tradizione costruttiva e iconografica lombarda, capace di ricche soluzioni espressive. Cosi gotico francese è lo schema della chiesa e cistercense è l'impronta di generale sobrietà dell'insieme: ma romanici e lombardi sono l'uso dei cotto, la facciata (poi alterata dal portico classicheggiante), le ampie arcate interne, e al decorativismo lombardo rispondono il monumentale tiburio e la torre nolare che lo sovrasta spiccando per decine di metri. Le pareti. nude, sono coperte di affreschi: grandiosi - nella navata centrale, sopra il ricchissimo coro intagliato secentesco, nei transetti - quelli dei fiammenghini (XVII secolo). Una Madonna col Bambino del Luini (1512) si ammira nel transetto destro, in cima a una scala che portava all'antico dormitorio.

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ABBAZIA DI SANTA MARIA

Morimondo Monaci Servi del Cuore Immacolato di Maria e Suore Oblate di Maria

Nella campagna ricca di acque e cascine sulla riva sinistra del Ticino, poco a sud di Abbiategrasso, l'abbazia che di queste terre fu regolatrice per secoli è vivo monumento di cultura e piritualità cistercense.

La fondazione dell'abbazia di Morimondo (1134), ascritta a san Bernardo come quella, contemporanea, della consorella Chiaravalle, fu opera di monaci francesi giunti da Morimond, sull’altopiano di Langres in Borgogna. Ubicazione - sul conteso confine tra Milanese e Pavese – e regola dell'Ordine, nella quale il lavoro dei campi aveva parte essenziale. ne determinarono la storia. A più riprese coinvolta in vicende militari (che nel 1237 le costarono un saccheggio), l'abbazia fu infatti contesa anche a suon di favori e donazioni terriere: terre che i monaci morimondesi si applicarono con tenace operosità a bonificare e mettere in valore. Fu cosi che nel 1501, dal primitivo nucleo di Coronate, i possedimenti terrieri dell'abbazia giunsero ad abbracciare 32000 pertiche milanesi di coltivo e un gran numero di grange e mulini, più 9000 dl bosco. Tuttavia il periodo di massimo splendore di Morimondo - che sul piano più propriamente spirituale aveva portato alle due filiazioni di Acquafredda presso Como e di Casalvolone Presso Novara - era già allora passato. A metà Quattrocento l'abbazia era stata trasformata in commenda. nel 1561 Carlo Borromeo alienò gran parte delle sue proprietà a vantaggio dell'Ospedale Maggiore dl Milano. Nel 1799, allorché il monastero venne secolarizzato, andò disperso coi monaci anche il patrimonio di codici e libri accumulato nella secolare attività dello scriptorium.

Eredi di tanta tradizione, i monaci che dal 1952 si sono reinsediati a Morimondo si sono impegnati a rivivificarne i valori.

Monastero e chiesa sono aperti alle visite (guidate, ogni domenica pomeriggio da aprile, per tutti e senza prenotazione: tutto l'anno per gruppi su prenotazione): la Fondazione culturale Sanctae Mariae di Morimondo organizza mostre d'arte e conferenze sulla spiritualità cistercense, corsi dl aggiornamento, viaggi studio: una biblioteca specializzata sui cistercensi e sul pensiero di san Bernardo é aperta al pubblico, con consultazione in sede. Da maggio a giugno si tengono anche concerti di canti sacri e rinascimentali.

Lo chiesa e il monastero

Fulcro compositivo del complesso convenutale è la grande chiesa di Santa Maria, costruita in laterizi tra il 1182 e il 1292 secondo uno schema gotico-borgognone adattato al contesto locale. La facciata, a capanna, con portale preceduto da un pronao settecentesco, è animata dagli effetti di luce sul paramento a mattoni. L'interno, dl sobria decorazione, è a tre navate su possenti pilastri con volte a crociera. Oltre all'acquasantiera trecentesca vi spiccano un grande affresco staccato dal chiostro, datato 1515 e opera di Bernardino Luini (Madonna col bambino e i santi Benedetto e Bernardo), e il coro ligneo intagliato dei 1522 con figure e motivi simbolici.

Sul fianco destro si apre il chiostro (XV-XVI secolo), su cui affacciano gli ambienti del monastero. Sul lati i orientale, il più antico, dà la sala capitolare, dl forme cistercensi, a due navate. Variamente modificati nei secoli il dormitorio, la sala di lavoro, il refettorio, il calefactorium (l'unico locale riscaldato nel cui camino era custodito il fuoco per la liturgia, la cucina, l'illuminazione).

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MONASTERO DI SAN GIACOMO MAGGIORE

Pontida Manaci Benedettini Cassinesi

L'ipotesi che l'abbazia di Pontida sia il luogo del “giuramento” lombardo contro il Barbarossa è assai improbabile; ma dice molto sul suo prestigio culturale ed economico durante tutto il Medioevo.

Il cenobio benedettino venne fondato alle pendici del monte Canto, non lontano dalla riva orientale dell'Adda, su terreni donati nel 1075 dal nobile Alberto da Prezzate all'abbazia di Cluny, perché vi fossero costruiti un monastero e un ospizio per i pellegrini. Qualche anno dopo lo stesso Alberto. fattosi monaco proprio a Cluny, tornò come priore a Pontida dove nel 1095 mori, già in fama dl santità, appena dopo la consacrazione della prima chiesa. la storiografia moderna dà scarso credito all'episodio del cosiddetto “giuramento di Pontida” (7 aprile 1167): ma è certo che il monastero aveva allora rapporti privilegiati con Milano ed era ricco di beni e terre (anche di là d'Adda). cosi come d'influenza politica. Le vicende successive, alterne, appaiono brusche nella sintesi storica. Messa a ferro e fuoco dalle truppe viscontee in guerra coi bergamaschl (1373), l'abbazia di Pontida risorse verso la fine del Quattrocento per conoscere nel XVIII secolo un periodo di particolare splendore. Nel 1798 intervenne però la soppressione napoleonica, cui segui l'abbandono.

I monaci. tornati nel 1910, si sono curati dei restauri come della ripresa e dell'ampliamento delle attività. Vita liturgica, impegno culturale, ospitalità fraterna si combinano nella loro giornata. Vengono gestiti un'importante biblioteca e un cospicuo Museo abbaziale, si organizzano concerti in chiesa a Natale, Pasqua e in estate. il cineteatro interno è messo a disposizione per convegni e incontri.

La basilica di San Giacomo appare oggi con la chiara facciata neoclassica disegnata da Giuseppe Bovara nel 1830-32 e solo parzialmente. all'interno, conserva le originarie forme gotiche trecentesche: gli altari sono barocchi e rococò ma in quello centrale, moderno, sono inglobati bassorilievi provenienti dall'antica tomba del santo fondatore. Accanto è la bella sagrestia con affreschi d'ispirazione bramantesca. Ai vari rimaneggiamenti del monastero sono scampati i due chiostri rinascimentali (nell'inferiore si conservano frammenti architettonici romanici, sotto gli eleganti portici del superiore si allineano medaglioni affrescati di papi e personalità eminenti dell'ordine Benedettino) e la sala capitolare, detta del Giuramento, con affreschi del primo Cinquecento.

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CONVENTO DI SAN PIETRO APOSTOLO

Rezzato Frati Francescani Minori

Siamo in una terra di rustici e ville, industrie e navigli, coperta da una fitta rete di insediamenti conventuali e monastici. Quello francescano di Rezzato si segnala per l'intensa vita religiosa e la biblioteca.

La fondazione del cenobio, originariamente benedettino. risale al XIII secolo e non sorprende in una regione come questa tra Brescia e Garda, ben aperta agli insediamenti e all'operosità spirituale e agricola dei seguaci del santo di Norcia (non lontano di qui c'è l'ex monastero di San Gallo, più antico, sorto per il ricovero dei pellegrini provenienti dalle valli Giudicarie). Il convento fu tenuto in seguito dai Cappuccini e dall'Ottocento in poi dai Frati Francescani Minori, che ne hanno fatto uno del più importanti insediamenti lombardi.

Il complesso conventuale, raccolto intorno al chiostro e alla piccola chiesa, ha forme sobrie, per lo più settecentesche, quasi di contadina severità; asciuttezza che si estende ad arredi e decorazioni interne. I frati aprono volentieri al laici la loro giornata liturgica e promuovono una vivace attività di formazione religiosa e spirituale, con incontri, brevi ritiri, esperienze estive rivolte specificamente ai giovani. La biblioteca interna, assai ricca, conserva incunaboli, cinque centine, codici miniati e rari libri antichi, con un'importante sezione di storia locale. Gli annali del convento ricordano tra L'altro l'episodio della conversione di Agostino Gemelli. che avvenne proprio qui, nel 1903, allorché il promettente medico e ricercatore, fin li positivista secondo lo spirito dei tempi, prese l'Ordine dei Frati Minori: nel primo dopoguerra avrebbe fondato l'Università Cattolica del Sacro Cuore dl Milano.

Dal poggio boscoso della collina che sovrasta Rezzato si arriva in breve al lago di Garda, a Desenzano o Salò. Ma il luogo stesso è molto frequentato nella bella stagione per il verde dei boschi e la bellezza della natura.

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ABBAZIA DI SAN NICOLA

Rodengo Saiano Monaci Benedettini Olivetani

Caposaldo storico ma anche attuale della presenza benedettina in Franciacorta, tra la pianura e le vigne, l'abbazia di San Nicola è anche importante monumento dell'arte e della cultura lombarda tra XV e XVII secolo.

Dell’Abbazia si ha notizia certa fin dall’XI, come fondazione cluniacense. Nel 1446 ne entrarono in possesso gli Olivetani che in pratica la ricostruirono (1450-1531), chiamando a lavorarvi i migliori artisti bresciani. Segui nel 1779, come brusca cesura, la soppressione napoleonica.

Solo nel 1969 l'abbazia di San Nicola è stata riconsegnata agli Olivetani, che l'hanno restaurata e restituita allo spirito benedettino e alla sua importanza e bellezza monumentale. Dal 1970 l'Associazione Amici dell'Abbazia promuove la valorizzazione del monastero anche come centro di iniziative culturali e sociali. Sono attivi una ricca biblioteca con testi teologici e d'arte: un laboratorio di restauro di stampe antiche: un Museo del ferro che raccoglie strumenti e oggetti di arte povera del brasafer, gli artigiani locali del ferro battuto: una storica liquoreria.

Nella chiesa, di facciata quattrocentesca e interno barocco, spicca il prezioso coro ligneo intarsiato (1480). Nel monastero si ammirano il tardorinascimentale chiostro della Cisterna (1580-90). Il chiostro grande (1480-90), a portico e loggiato, e il più antico chiostro del 1455-60, con capitelli goticizzanti. Ma anche antirefettorio, refettorio, galleria di servizio alle celle dei monaci, appartamento dell'abate sono ambienti notevoli con affreschi per lo più cinquecenteschi. Importanti pitture del Romanino si vedono nella foresteria.

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ABBAZIA DEI SANTI PIETRO E PAOLO IN VIBOLDONE

San Giuliano Milanese Monache Benedettine

L'abbazia di Viboldone, appena fuori Milano, affascina visitatori e ospiti moderni con la sua storia intensamente lombarda di Casa degli Umiliati, poi benedettina, centro di spiritualità del territorio.

La primitiva chiesa di Viboldone venne fondata nel 1176 - anno della vittoria dei milanesi sul Barbarossa a Legnano - da un gruppo di Umiliati che intraprese l'edificazione anche dell'attiguo monastero, presso la via consolare Emilia verso Lodi e in prossimità di Lambro e Vettabbia. Dopo l'approvazione del tre ordini degli Umiliati da parte di Innocenzo III, nel 1201, l'abbazia si vide riconosciuto un ruolo dl preminenza: la comunità di frates et sorores (frati e suore che coesistevano nella stessa casa, com'era ammesso dagli Umiliati) poté condurvi una vita proficua di lavoro e preghiera ricevendo anche ospiti illustri - papa Gregorio X con san Bonaventura nel 1273, Galeazzo Visconti nel 1300 -e riuscendo infine a compiere la facciata della chiesa. nel 1348. La decadenza del monastero. e il decadimento spirituale degli Umiliati, erano però in agguato: loro culmine fu la soppressione decretata da Carlo Borromeo nel 1571 (dopo un attentato alla sua vita compiuto da un appartenente all'ordine).

Lo stesso san Carlo, dieci anni dopo, chiamò in luogo degli Umiliati i monaci Benedettini Olivetani, che rimasero a Viboldone fino al 1773 allorché Maria Teresa d'Austria impose la chiusura dell'abbazia. Una nuova comunità benedettina, questa volta di monache, ne ha ripreso possesso nel 1941 su invito del cardinale Schuster e dal 1964 vi si è insediata stabilmente, nel nuovo monastero costruito alla sinistra della chiesa dall'architetto Caccia Dominioni. Il luogo ha riacquistato da allora dignità e operosità antiche. Le monache attendono tra l'altro alla tipografia, in cui si combinano piombo e computer; all'archivio e al restauro di immagini digitali; il laboratorio di restauro del libro antico, su commissione di biblioteche, enti, archivi di stato; alla biblioteca, con testi di sacra scrittura, teologia, filosofia, arte.

Artisti toscani a Viboldone

La chiesa ha a sinistra l'antica Casa del Priore, oggi foresteria per l'accoglienza degli ospiti. La facciata, a capanna, con paramento in laterizi e pietra e portale e cento di marmo, combina elementi romanici e gotici lombardi. Sopra l'abside si leva il bel campanile cuspidato. L’interno è a tre navate, divise da archi acuti su pilastri cilindrici e coperte da massicce volte a crociera costolonate. Lo copre un notevolissimo ciclo di affreschi trecenteschi d'ispirazione toscana. Nell'ultima campata, alla parete di fondo si ammira una Madonna in trono e Santi capolavoro d'ignoto maestro fiorentino, diretto seguace di Giotto; alle altre pareti il grandioso Giudizio Universale di Giusto de’ Menabuoi. Gli artisti toscani seguivano Giotto (a Milano nel 1334), e fuggivano dalla peste che nel 1338 infuriava su Firenze e dintorni.

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MONASTERO DELLE SERVE DI SANTA MARIA

Arco Monache Serve di Santa Maria

Alle porte meridionali di Arco, nella piana incorniciata dai monti, sorgono il monastero e !'annessa chiesa di Santa Maria di Reggio, motivo di una breve e piacevole escursione da Riva del Garda.

Dal mare, e più precisamente dall'isola di Burano giunse a fondare questo monastero tra i monti, nel 1689, la badessa Arcangela Biondini, i cui scritti conservati nell'archivio, interno delineano gli albori della casa di preghiera -riformata-. Il sostegno finanziario accordato alla fondatrice dall'imperatore d'Austria Leopoldo I è ricordato dallo stemma che spicca su uno dei portali, in cui si vede l'aquila asburgica sorretta da due angeli, a preesistente chiesa dedicata alla miracolosa Madonna di Reggio venne restaurata nel 1848, con apporto di marmi da Castione e dipinti (sul soffitto) del roveretano Domenico Udine: nel presbiterio si conserva l'originario capitello con l'effigie della Vergine e sopra l'altar maggiore rimangono le grate che celavano ai fedeli le monache di clausura. Com'era già negli intenti della volitiva Arcangela

l'attuale Fraternità riunisce monache e frati (divisi ovviamente nella clausura) che fanno capo allo stesso ordine - quello dei Servi di Santa Maria, nato a Monte Senario e rivisto al femminile da santa Giuliana da Firenze - e che condividono la vocazione di assistenza a chiunque ricerchi la propria identità spirituale. Il clima è di pace e di voluta essenzialità: l’intento è quello di aiutare gli ospiti a riprodurre nella vita di tutti i giorni, nelle possibilità di ciadxscuno, le cadenze e gli appuntamenti di preghiera della vita al monastero.

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CONVENTO DI SABIONA / KLOSTER SABEN

Chiusa/Klausen Monache Benedettine

Un gruppo di case pittoresche,  -chiuse, per l'appunto, in uno stretto della val d'Isarco, dominate dallo torre del capitano e dalla fortezza, poi convento: così Durer vide Chiusa e cosi il paese appare ancor oggi.

La rupe di Sabiona, poderoso agglomerato di diorite che si erge isolato a dominare il paese dl Chiusa da 200 metri d'altezza (729 sul livello del mare), fu sede di un insediamento primitivo già nell'età del Bronzo e divenne, a partire dal IV secolo, sito deputato ad accogliere luoghi dl culto e fortificazioni del potente vescovado locale. Anche quando, nel 933, la diocesi fu spostata a Bressanone, la rocca di Chiusa mantenne grande importanza strategica - posta com'è a dominio di un passaggio obbligato lungo la strada che sale al Brennero - tanto da meritare ampliamenti e ricostruzioni a più riprese fino al 1535, anno dei suo quasi totale incenerimento a causa di un fulmine. Fu quindi per volere del parroco del paese Mathias Jenner che sulle rovine della fortezza vescovile sorse, tra il 1681 e il 1685, il convento di clausura, affidato alle monache Benedettine del Nonnberg di Salisburgo.

La fortezza, ovvero il luogo di Dio

Nonostante le alterne vicende, le parziali distruzioni e riedificazioni, l’”Acropoli del Tirolo” - tale l'appellativo di cui si fregia Sabiona - si presenta oggi come un articolato e scenografico complesso di fortificazioni (notevoli la doppia cinta di mura merlato e le torri) e di edifici romanici, gotici e secenteschi. Vi si giunge in mezz'ora circa percorrendo a piedi un ripido e suggestivo sentiero acciottolato tra i vigneti, che passa per la torre del Capitano, ex castello di Branzollo e dimora del burgravio locale dal XV al XVII secolo (solo il mastio permane dell'originaria costruzione duecentesca).

Nella parte più antica del complesso conventuale si trova la prima delle tre chiese, quella dedicata alla Madonna barocca, a pianta ottagonale, con cupola ornata di stucchi e affreschi con scene della Vita di Maria opera di Stephan Kessler (1658). Nell'edificio è inglobata la cappella di Santa Maria, con abside preromanica, resto dell'antico santuario, la scultura reputata miracolosa della Madonna col Bambino, destinataria di un gran numero di ex voto, è oggi gelosamente custodita dalle monache nella chiesa del convento, edificata - anch'essa in forme barocche - sulle rovine dell'antico palazzo vescovile; l'antica, originaria cappella di quel palazzo, trasformata a più riprese nel XV e XVII secolo, è invece l'attuale terza chiesa, quella di Santa Croce. I vivacissimi affreschi (1679) che ne ricoprono le pareti, coro compreso, riproducono in guisa di trompe-Toeil colonnati e architetture fantastiche entro le quali, quasi sottomessi al virtuosismo scenografico, si muovono i protagonisti di una serie di episodi biblici.

Una sezione della chiesa è riservata agli ospiti del convento e al visitatori, che possono assistere alla Messa e partecipare alle preghiere delle monache nel rispetto delle regole claustrali. Tutte le funzioni sono tenute in lingua tedesca, ma chiunque sia alla ricerca di momenti di vero raccoglimento e meditazione saprà certamente trovarli, a dispetto del diverso idioma.

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CONVENTO-SANTUARIO DELLA MADONNA DI PIETRALBA / MARIA WEISSENSTEIN

Nova Ponente/Deutschnofen Frati Servi di Maria

Tra le fitte abetaie e i prati dell'altopiano che separa l’Ega dall'Adige, a sud di Bolzano e a 1520 metri d'altezza, da secoli i pellegrini venerano la taumaturgica Pietà su cui vigilano i frati di Pietralba.

Correva l'anno 1517. Al capofamiglia di uno del due masi del pianoro di Pietralba, tale Leonardo Weissensteiner, gravemente ammalato, apparve la Vergine, che gli concesse la grazia della guarigione. In cambio il contadino s'impegnò a costruire una cappella. Ecco spiegata, secondo la leggenda, la genesi del nucleo originario dell'attuale santuario di Pietralba, che dai primi del Settecento accoglie anche ll convento dei Servi dl Maria. L'oggetto di venerazione che ne ha fatto la meta di pellegrinaggio più frequentata dell'Alto Adige è la statuetta di pietra bianca raffigurante la Madonna Addolorata con il Cristo deposto (alta appena 20 cm), oggi sistemata sull'altar maggiore della chiesa. Sempre secondo la leggenda, il buon Leonardo l'avrebbe trovala su un albero: eventualità, questa, abbastanza verosimile, data l'usanza del tempo dl esporre effigi sacre sulle chiome di piante. I racconti popolari, la fede e l'intraprendente spirito di ospitalità del frati sono alla base della fama di Pietralba, il cui complesso ha assunto la fisionomia attuale nell'arco di circa un secolo: del 1638-1651 è l'edificazione della chiesa, eretta attorno alla cappella del Weissensteiner, mentre al 1719-22 risale la realizzazione delle due ali del convento. La chiesa, più volte rimaneggiala, conserva ricchi decori rococò e un ciclo di affreschi del pittore e scenografo viennese Josef Adam Molk (1753). La lunga tradizione di ospitalità presso il santuario trova oggi espressione in tre grandi strutture d'accoglienza, moderne e ben attrezzate, adiacenti al complesso conventuale; chi si trovasse a soggiornare a Pietralba la terza domenica di settembre avrà il privilegio di assistere alla processione dell'Addolorata, in occasione della quale i valligiani indossano gli sgargianti tipici costumi.

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CONVENTO-SANTUARIO DELLA PIEVE

Chiampo Frati Francescani Minori

Nel cuore della valle del Chiampo da cui già in età romana si trovano marmi preziosi, il complesso rappresenta da oltre un millennio uno dei più importanti luoghi di culto mariano del Vicentino.

La pieve originaria, di cui l'attuale santuario è erede diretto, sorse ancor prima dell'anno Mille. Era una piccola chiesa campestre che nel Duecento venne abbattuta per far posto a un edificio più vasto. Un importante restauro intervenne nel XVII secolo, mentre la chiesa, perduto il ruolo dl parrocchiale (trasferita al centro di Chiampo) fu eletta a speciale luogo di culto inadatto in ossequio all'antica devozione degli abitanti delle valli attorno. Se il tempo non ha offuscato le prerogative spirituali del santuario, presso il quale fu anzi insediato sul finire dell'Ottocento un Seminario Francescano, ha però finito per lederne l'architettura: nei 1960-62 la chiesa é stata perciò riedificata con sapienti rimandi storici da Ottavio Vignati. All'intento vi spiccano l’altar maggiore barocco e la veneratissima statua della Madonna con Bambino del XV secolo.

A tempi non lontani risalgono anche le due note e suggestive testimonianze di fede e di arte situate nel verde che circonda il sacro complesso: segno di inesauribile fervore religioso. La Grotta di Lourdes, copia perfetta dell'originale pirenaico ultimata nel 1935 dal frate-scultore Claudio Granzotto (beatificato nel 1994) e la Via Crucis che vi conduce, completata nel 1989 e scandita da 15 gruppi bronzei ad altezza naturale realizzati da autori diversi.

II convento organizza giornate di spiritualità, nell'attuazione di particolari iniziative pastorali, e presta talvolta i suoi spazi a concerti, conferenze, mostre organizzati da enti o istituzioni esterne.

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ABBAZIA DI SANTA GIUSTINA

Padova Monaci Benedettini Sublacensi

Nel cuore della città  ma avvolta in contemplativa quiete, la storica abbazia affaccia sul Prato della Valle, vastissima piazza di gusto settecentesco completata da un'ellisse d'acqua con ponti e statue.

La prima basilica intitolata a Santa Giustina, giovanissima protomartire patavina, fu fondata sul luogo della sua sepoltura intorno al V secolo e in breve divenne il fulcro di una comunità di tipo monastico, che probabilmente nel 730 adottò la Regola benedettina. Distrutta da un terremoto nel 1117, la chiesa fu riedificata in stile romanico gotico per essere poi demolita in favore dell'imponente fabbrica cinquecentesca che ora si vede. Particolarmente bella la vista dal fianco delle otto cupole che ricoprono la zona absidale, col campanile sopraelevato nel 1599 sui resti del precedente medievale. Il luminoso interno vanta cospicue opere d'arte d’epoca varia, dal magnifico sacello paleocristiano di San Prosdocimo (V secolo) al grande Martirio di Santa Giustina di Paolo Veronese (1575). Nel monastero attiguo, soppresso da Napoleone, riconvertito a caserma e tornato in efficienza nel 1919, ebbe inizio nei 1117 la riforma dell'Ordine di San Benedetto dovuta a Ludovico Barbo, e poi diffusasi in tutta l'Europa. Oggi, a riprova dell'assiduo impegno culturale del monaci, vi hanno sede l'Istituto di Liturgia Pastorale legato alla facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo e il Collegio universitario, un ben noto laboratorio di restauro del libro e la biblioteca specializzata in temi religiosi, di nuovo ricchissima dopo i danni patiti nell'Ottocento.

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CONVENTO DI SANT'ANTONIO

Padova Frati Francescani Conventuali

Insieme alla basilica del Santo, con cui direttamente comunica, il convento rappresenta il cuore pulsante del vasto movimento culturale sviluppatosi intono alla figura del primo teologo francescano.

Ai tempi di "frate" Antonio, sull'odierna piazza del Santo affacciavano due strutture molto semplici: la chiesetta di Santa Maria Mater Domini e, subito accanto, una modesta residenza francescana. Qui visse il piissimo e dottissimo portoghese destinato a divenire uno dei santi più venerati di tutta la cristianità. Quando mori, presso Padova, nel 1231, i confratelli erano già ben consci dell'eccezionale statura spirituale di Antonio (beatificalo l'anno dopo), cosicché per loro iniziativa venne avviata la costruzione di una chiesa degna di custodirne le spoglie. I lavori durarono dagli anni '30 del XIII secolo ai primi del Trecento, e inglobata la preesistente Santa Maria Mater Domini (detta ora cappella della Madonna Mora) misero capo alla maestosa basilica che, con qualche intervento posteriore volto al restauro e all'arricchimento dell'apparato decorativo, è di fatto quella attuale. Vi si fondono in suggestiva armonia elementi romanici (facciata), gotici (abside) e orientaleggianti (cupole e campanili ottagonali). L’interno, a tre navate, con matronei e profondo presbiterio cinto da deambulatorio, si è via via impreziosito di una profusione di opere d'arte. Particolarmente notevoli gli affreschi tardo trecenteschi di Giusto de' Menabuoi (cappella del Beayo Luca Belludi) e Altichiero da Zevio (cappella di San Giacomo), i bronzi di Donatello all'altar maggiore; la cappella del Santo, dov'è l'Arca cori le venerate spoglie e a cui lavorarono grandi maestri del Rinascimento (tra gli altri. Jacopo Sansovino); la cappella del Tesoro o delle Reliquie, splendido scorcio barocco ideato da Filippo Parodi; la gotica cappella del Santissimo, già del Gattamelata che qui ha il suo sepolcro.

La comunità antoniana

L'edificazione della grande basilica, che da subito richiamò folle di devoti, rese necessario il rifacimento dell'attigua residenza del custodi della chiesa, ora addetti anche ad accogliere i pellegrini. Nel Quattrocento nacque così un convento articolato in più chiostri d'impronta gotica disseminati di tombe, lapidi, monumenti. In quello del Capitolo, oggi detto anche della Magnolia per il superbo esemplare piantato ai centro nel 1810, si trova ii negozio di ricordi vari da cui si accede all'Ufficio Accoglienza e alla sede del “Messaggero di Sant'Antonio” (rivista ufficiale della Famiglia Antoniana); nell'angolo a occidente, presso l'uscita sul sagrato, un Ufficio Informazioni offre ragguagli su ogni iniziativa legata alla figura del Santo e sugli eventi programmati all'Interno della basilica.

Sui chiostri del Generale (per le prospicenti stanze del Generale dell'Ordine) e del Beato Luca Belludi si aprono invece importanti istituzioni religiose e culturali, quali la prestigiosa biblioteca (con 85000 volumi e molti incunaboli e codici miniati, consultabile solo per ricerche), la Mostra Antoniana, il Museo di devozione popolare e il Museo Antoniano, che raccoglie le testimonianze della venerazione di sant'Antonio nei secoli.

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CONVENTO-SANTUARIO DELLA MADONNA DEL FRASSINO

Peschiera del Garda Frati Francescani Minori

A un paio di chilometri da Peschiera, perla della Riviera gardesana, fra le dolci colline moreniche che segnano il confine lombardo-veneto è questo luogo di secolare devozione e imperturbata serenità.

Incastonato in un paesaggio di grande bellezza, reso ancor più pittoresco dalla presenza dl un laghetto d'origine glaciale, il complesso santuariale risale al primo Cinquecento ma ha poi conosciuto ampi rimaneggiamenti all'inizio del XX secolo. La sua fondazione così come il nome valgono a commemorare un fatto prodigioso. Nel 1510 un contadino del luogo, tale Bartolomeo Broglia, intento a lavorare la terra, fu aggredito da una serpe. Atterrito invocò la Madonna e il rettile fuggì: proprio allora, tra i rami di un frassino li accanto, l'uomo scorse una statuina della Vergine ammantata da un'aura di luce. Quel miracoloso simulacro in terracotta, poggiante su un frammento dell'antico albero, ancor oggi custodito nella chiesa, la cui facciata preceduta da un portico è ornata di affreschi secenteschi. Nell'interno, a una sola navata, spiccano tele di Paolo Farinati: in cantoria, un organo del tardo Settecento dl Gaetano Callido; nel presbiterio, stalli corali del 1652 e affreschi di Muttoni il Giovane. Opere del Muttoni decorano anche gli attigui spazi conventuali sviluppati intorno a due bei porticati: il chiostro degli Uccelli, con al centro una voliera, e il Chiostro interno, con la vasca popolata dl pesci rossi e le tartarughe marine. Nel 1960 è sorta la Cappella Penitenziale, adiacente al santuario.

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ABBAZIA DI SANTA MARIA ASSUNTA

Teolo Monaci Benedettini Sublacensi

Importante centro di fede e cultura da quasi mille anni, il casto complesso si erge sullo sfondo dei Colli Euganei, tra le verdi distese erbose che hanno valso al luogo il nome di Praglia, in antico Pratalia.

L'originarlo insediamento fu fondalo sul far del XII secolo dal conte Maltraverso di Montebello e da questi donato a un gruppo dl Benedettini provenienti dal monastero mantovano del Polirone (San Benedetto Po), che tenendosi alle dipendenze della Casa madre diedero inizio alla colonizzazione agricola dell'area. Eretto in feudo nel 1232 da Federico II, divenne poi abbazia autonoma nel 1301 e commenda alla fine dello stesso secolo.

Il periodo dl decadenza che seguì ebbe termine intorno alla metà del Quattrocento, quando l'abbazia fu unita alla Congregazione di Santa Giustina di Padova (fonte della grande riforma anticommendataria), che ne promosse la ricostruzione e la rinascita spirituale. Arte e cultura vi ebbero grande sviluppo sino all'Ottocento, secolo in cui fu soppressa ben due volte, da Napoleone (1810) e per la legge Siccardi (1867), e ampiamente spogliata di beni. Nel 1904 il maestoso complesso di Praglia tornò ai Benedettini, che — fedeli alla Regola dell'Ordine — lo hanno restituito appieno al suo antico ruolo di centro religioso e culturale, fervente di attività e tradizionalmente vocato all'accoglienza.

I tesori di Praglia

Gli edifici che compongono il grandioso complesso abbaziale (12000 metri quadri) vennero realizzati tra la metà del Quattrocento e la metà del secolo successivo. La chiesa dell'Assunta fu iniziata nel 1490 su probabile progetto di Tullio Lombardo: posta su un basamento che la innalza dal suolo, presenta un'elegante facciata con Coronamento a voluta, cupola cilindrica e campanile romanico, unica parte conservata della chiesa preesistente; a fine Settecento la sommità, abbattuta da un fulmine, venne sostituita da una merlatura. L’interno, d'aspetto classicamente rinascimentale, ospita tra l'altro belle opere dei Varotari, di Palma il Giovane. G.B. Zelotti e Domenico Campagnola; sopra l’altar maggiore spicca un crocifisso ligneo di scuola giottesca.

Alle spalle della chiesa si stende il convento, articolato in quattro chiostri che offrono scorci stilistici dal gotico-veneziano al Rinascimento. Dal lombardesco portale esterno si entra nel Chiostro botanico, cosiddetto perché vi si trovava l'orto dei "semplici" (ovvero delle piante officinali); a destra, il Chiostro rustico, legato a memorie agricole, costituisce oggi lo spazio per l'ospitalità con la foresteria, il centro per attività culturali e congressuali, il locale d'accoglienza e il punto vendita dei prodotti provenienti dall'erboristeria (creme, liquori, unguenti) e dall'apiario monastico (miele e derivati, cosmetici compresi).

A sinistra del chiostro d'ingresso sono invece il Chiostro pensile, sito al livello della chiesa e accessibile per uno scalone monumentale (1712), su cui si aprono i locali comunitari: la sontuosa e fornitissima biblioteca, la sala del capitolo, ornata dalla Deposizione di Girolamo del Santo, il refettorio, con tele di G.B. Zelotti, una Crocifissione di Bartolomeo Montagna e stalli lignei barocchi. Contigua a quest'ultimo ambiente é la loggetta del Fogazzaro, in cui lo scrittore veneto, a lungo ospite dell'abbazia, ambientò una scena del suo Piccolo mondo moderno. Più oltre è, il Chiostro doppio o dei Novizi, silenzioso luogo della clausura cinto dalle celle dei monaci.

Grande fama all'abbazia viene anche dal Laboratorio dl restauro del libri antichi. Inaugurato nel 1951, il più “antico” dell'Italia settentrionale.

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CONVENTO DI SAN FRANCESCO DEL DESERTO

Venezia Frati Francescani Minori

Gli alti cipressi che ne orlano le sponde sembrano proteggere la mistica pace della piccola isola di San Francesco del Deserto e dei suoi pii abitanti; l'ambiente naturale è tra i più pittoreschi della laguna.

Tradizione vuole che nel 1220 san Francesco d'Assisi, di ritorno dall'Oriente, facesse tappa proprio su quest'isola allora chiamata “delle due Vigne”, dove fu accolto da un prodigioso coro di rondini (come ricorda san Bonaventura nella sua Legenda Major). Paco dopo, nel 1228, il nobile Jacopo Michiel, che era proprietario dell'isola, decise di farvi erigere una chiesa in onore del grande visitatore, la prima a lui dedicata nell'Italia settentrionale. Cinque anni più tardi il tutto venne donato ai Frati Francescani Minori che provvidero a costruire un cenobio in cui si insediarono per oltre un secolo, finché l'insalubrità del clima non li costrinse all'abbandono: Il nome di San Francesco del Deserto si deve proprio a questo evento. Nel 1453 l'isola fu concessa ai Frati Minori Osservanti, che restaurarono il complesso aggiungendo il chiostro rinascimentale, e quindi ai Minori Riformati che l'abitarono fino al primo Ottocento, quando le soppressioni napoleoniche trasformarono il convento in una polveriera e l'isola intera in quartiere militare. Il Patriarca di Venezia, rientrato in possesso del luogo nel 1856, lo destinò nuovamente al Frati Minori di San Francesco che subito disposero un ampio restauro delle strutture. Presto cominciarono ad affluire giovani spinti alla vocazione monastica nonché ospiti desiderosi di trascorrere periodi di riflessione spirituale lontani dal clamore mondano. Ancora oggi i monaci organizzano incontri di approfondimento religioso indirizzati in particolare ai giovani, e chi sosta al convento è tenuto a osservare i ritmi di vita e preghiera della comunità religiosa.

Il fascino della semplicità

La semplicità, regola di vita, è anche un principio ispiratore dell'edificazione e decorazione dei conventi dell'Ordine. L'eremo di San Francesco del Deserto ne è esempio eloquente.

L'attuale chiesa, detta delle Stimmate, risale fondamentalmente al XV secolo e ingloba nel sottosuolo resti del precedente edificio duecentesco (visibili attraverso apposite grate). Nel Seicento il tetto fu allungato e una facciata porticata sostituì l'originaria così da ricavare nella parte anteriore un coro pensile. Che, rivelatosi inatto, portò alla costruzione di un secondo coro dietro il presbiterio (abbattuto e due volte rifatto nel XX secolo). L’interno a navata unica con soffitto a capriate di gusto sansoviniano affascina per l'austera nudità. Adiacenti sono gli ambienti conventuali imperniati intorno a due chiostri: il primo, di origine duecentesca ma rifatto nel secondo Ottocento, è cinto da edifici in parte medievali in parte tardo quattrocenteschi: al centro spicca il pozzo di San Bernardino (XV secolo), intitolato a colui che con un segno di croce ne avrebbe reso potabile la malsana acqua salmastra. Il secondo chiostro fu realizzato nella seconda meta dei Quattrocento ed è l'unica parte dell'eremo che riveste una certa monumentalità; al pianterreno si affacciano il refettorio e i laboratori. al livello superiore sono le celle dei frati e la biblioteca (con testi di teologia, letteratura e storia) loro riservata.

 

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