
SANTIAGO DI COMPOSTELLA:
La Spagna in gara con Roma
Una reliquia molto speciale
Il miracolo dell'impiccato
Compagno di viaggio
Il vademecum del pellegrino
Il sogno di carlomagno
Il "camino de Santiago"
Arrivo alla meta
Un santo in paradiso
Oasi di libertà
L'apostolo guerriero
Una domenica speciale
Sulle strade d'europa
Per mare e per terra
Diritto d'asilo
La salvezza in una conchiglia
Fu un'idea del vescovo
LUOGHI MINORI:
MONTSERRAT Beata Vergine
SARAGOZZA
Beata
Vergine del Pilar
ALMONTE
Nostra
Signora della rugiada (rocio)
ARANZAZU
Nostra
Signora
SANTIAGO
DI COMPOSTELLA
La Spagna in gara con Roma
Fra i grandi pellegrinaggi medievali – inclusi i viaggi ai luoghi santi di
Roma e a Gerusalemme – quello a Santiago di Compostella si distingue per più
di una ragione.
Roma, come sede del Papato, attirava, per motivi politici o
politico-ecclesiastici, prelati, principi, imperatori e monarchi, e non
soltanto pellegrini. La storia di Gerusalemme e della Terrasanta si
confondeva con le origini stesse del cristianesimo e il fascino di questi
luoghi era determinato dal ricordo della vita e della morte del Cristo.
Una
reliquia nolto speciale
Compostella fu invece una costruzione tutta nuova, riconducibile,
diversamente da Roma e da Gerusalemme, ai secoli medievali. Come tutti i
luoghi di pellegrinaggio, ebbe alla base una reliquia, ma non rubata, o in
qualche modo acquisita, come in altri casi e nel corso di tutto il Medioevo
(si pensi, per richiamare due ben note vicende italiane, al trafugamento del
corpo di San Marco da Alessandria da parte di mercanti veneziani nell'827 o
828, o a quello del corpo di San Nicola da Mira, compiuto da mercanti baresi
nel 1087).
Nel caso di Compostella – per cui non manca tuttavia qualche voce isolata
che ipotizza il reale trasferimento del corpo di San Giacomo il Maggiore
dalla Palestina alla Spagna, nel momento in cui quest'ultima passò sotto la
dominazione araba, non si trattò di un osso, della testa, o di una parte
qualunque della salma di un santo, ma di un corpo intero (e di questa
interezza anzi ci si gloriava). E non delle spoglie di un santo qualunque,
ma del corpo di un apostolo. Così che, per questa via, Compostella venne a
porsi in Occidente sullo stesso piano della capitale della cristianità, che
poteva vantare i resti di Pietro e di Paolo. A questa "costruzione" del
pellegrinaggio collaborarono insieme, in un complesso difficilmente
scindibile di forze, la religiosità popolare, il pensiero di qualche monaco,
l'orientamento della Chiesa della vecchia città romana di Iria (al fondo
del-la baia di Arosa in Galizia), i sovrani del minuscolo regno delle
Asturie, che costituiva un piccolo ridotto cristiano di resistenza contro i
musulmani che si erano, nel corso dell'VIII secolo, impadroniti della
Spagna.

La
grandiosa facciata barocca della cattedrale di Santiago di Compostella,
dovuta alle trasformazioni sei-settecentesche dell’originario edificio
romanico.
Non ci si deve quindi meravigliare se, tra tutti i pellegrinaggi medievali, quello per Santiago ha attirato e continua ad attirare l'attenzione degli studiosi – e per la verità non degli studiosi soltanto, ma anche delle più diverse categorie di persone e di associazioni – e che tutto ciò che su di esso è stato scritto, non solo in Spagna, ma anche in tutti i Paesi della vecchia Europa cattolica, quindi anche in quelli oggi protestanti, sia sintetizzabile in alcune migliaia di titoli. Di questi studi, una parte è stata dedicata alla complicatissima storia della comparsa, anzi della scoperta, della "invenzione" della tomba del santo nel luogo dell'attuale Compostella, un'altra alla descrizione della provenienza geografica dei pellegrini, un'altra ancora, e molto ampia, alle strade che conducevano i pellegrini in Galizia, al loro modo di viaggiare e ai luoghi in cui trovavano accoglienza. Altri studi, infine, sono stati dedicati alle influenze che il pellegrinaggio a Santiago ebbe o avrebbe avuto in campi diversi della vita medievale, dall'economia all'arte e alla letteratura. Si può anzi dire che, nel caso di Santiago, il peso che talvolta viene attribuito alle strade e alla viabilità nei collegamenti e negli sviluppi della civiltà risulti, per così dire, sublimato e, diciamo pure, anche un po' eccessivo.

Particolare
della decorazione scultorea della Cattedrale, le sculture sulla porta de las
platèrias.
Il
miracolo dell'impiccato
Della straordinaria fortuna, avuta dal pellegrinaggio a Santiago di
Compostella nel corso dei secoli e del culto diffuso cui esso dette luogo
resta testimonianza in molte pitture e sculture relative ai miracoli del
santo o alla rappresentazione della sua figura, sparse in tutta l'Europa
cattolica, anche con interessanti specificità locali. Per quanto riguarda i
prodigi, il più rappresentato fu probabilmente quello conosciuto come
"miracolo dell'impiccato", presente in diverse versioni da mettere in
relazione con le varianti delle narrazioni scritte da cui esso deriva, tutte
relative a una falsa accusa di furto contro alcuni pellegrini, che si erano
fermati in un albergo, e nel caso più diffuso e più tardo alla falsa accusa
di una servetta nei confronti di un giovane, in viaggio per Santiago con i
genitori, che aveva rifiutato le sue profferte. In quest'ultima versione, il
presunto responsabile viene impiccato, ma sulla via del ritorno i genitori
Io ritrovano ancora in vita perché San Giacomo, da lui invocato, lo ha
sorretto sulla forca impedendo che la corda gli si stringesse intorno alla
gola. L'avventura si conclude con la giusta punizione della vera colpevole,
che avviene attraverso un secondo miracolo: un gallo e una gallina già sullo
spiedo cantano di fronte al giudice, raccontandogli che il giovane sulla
forca è ancora vivo. Di questi animali resuscitati si conserva ancora un
singolare ricordo nella cattedrale spagnola di Santo Domingo della Calzada –
località in cui fu ambientato il miracolo nella sua versione più tarda –
dove da secoli vengono tenuti all'interno di una gabbia un pollo e una
gallina vivi, delle cui penne i pellegrini hanno fatto devota incetta.
Meno colorita, ma più importante, risulta invece l'immagine con cui è stato
rappresentato nel corso dei secoli in tutta l'Europa cattolica, tanto nella
scultura quanto nella pittura, l'apostolo Giacomo. All'origine nulla lo
differenziava dagli altri apostoli, che recavano in mano, come simbolo, un
rotolo o un libro: semmai a Giacomo venne aggiunta una spada, simbolo del
martirio da lui subito a Gerusalemme nel 44, primo fra tutti gli apostoli,
per volere di Erode Agrippa. Ma poi, a partire dal XII secolo, si diffonde
un'immagine di San Giacomo che all'altra si sostituisce o almeno si
intreccia, vale a dire quella che lo ritrae in veste di pellegrino, anzi di
pellegrino a Santiago, evidenziata in primissimo luogo dalla comparsa sul
copricapo e sull'abito che indossa, nonché sulla sua borsa da pellegrino, di
una o più conchiglie.
Compagno di viaggio
II santo – caso unico, crediamo, nella storia dei pellegrinaggi – viene così
a identificarsi con le stesse figure che al suo santuario sono dirette,
quasi loro compagno e protettore nella devozione, nella fatica e nei rischi
del viaggio. E quell'abbigliamento da pellegrino con cui lo si designa
nell'iconografia appare via via sempre più definito e completo: un largo
copricapo, la borsetta, o scarsella, di pelle, l'abito corto, il lungo
bastone, o bordone, dalla punta ferrata, talvolta la zucca contenente
qualcosa da bere, e sempre la conchiglia. Quegli attributi che
contraddistinguevano, così, il pellegrino fra gli altri viandanti erano allo
stesso tempo oggetti utili nel viaggio, ma anche strumenti a cui la
letteratura del pellegrinaggio, sin dalle origini, attribuì un ben preciso
significato simbolico. Il bordone costituiva insieme un appoggio nei passi
più difficili della strada e una difesa contro lupi e cani, ma nel contempo
richiamava alla difficoltà del pellegrinaggio che il fedele compie sulla
Terra prima di raggiungere la patria celeste. La borsetta, che non doveva
avere legacci, rappresentava la generosità che il buon pellegrino doveva
praticare nei confronti del compagno di viaggio più bisognoso e, più in
generale, verso il prossimo. Allo stesso modo, la conchiglia, con le sue
scanalature, ricorda le dita di una mano che offre il proprio aiuto agli
altri. La scarsella e il bordone, prima della partenza, venivano benedetti
secondo un ben preciso cerimoniale di cui sono rimaste molte testimonianze.
E appunto alla benedizione dei bordoni e delle scarselle richiama una di
quelle molteplici varianti dell'iconografia dell'apostolo, a cui abbiamo
fatto riferimento e che troviamo presente in qualche area della Germania.
Ma la più importante di tutte, diffusissima nella Penisola iberica, ma
presente anche altrove, appare la rappresentazione del San Giacomo che si
batte per la fede, del Santiago matamoros, in veste di combattente a
cavallo, con - la spada in pugno, che atterra e uccide i nemici musulmani.
Una simile immagine è indice di uno sviluppo militare e cavalleresco di
quella funzione patronale dei cristiani a lui affidata sin dalle origini, un
riconoscimento e un'invocazione per il suo intervento nei cruenti e ripetuti
scontri di quella reconquista della Spagna da parte dei cristiani che durò
alcuni secoli.
San Giacomo nel particolare di una pagina miniata del Codex
Calixtinus (sec. XII),
primitiva versione del Liber Sancti lacobi, la più importante
testimonianza scritta della storia del culto di San Giacomo.
Santiago di Compostella, Archivio della Cattedrale.
Il
vademecum del pellegrino
La storia del culto di San Giacomo, del pellegrinaggio, dello sfondo
geografico, politico e sociale in cui esso si svolse poggia su uno
straordinario complesso di fonti scritte, prima fra tutte è la ponderosa
raccolta in cinque libri del Liber Sancti lacobi, detto anche nella
versione primitiva e più ampia conservata a Compostella, Codex Calixtinus,
per la falsa attribuzione della sua stesura a papa Callisto Il, un pontefice
amico e largo di privilegi verso la Chiesa di Compostella, che innalzò, tra
l'altro da sede vescovile ad arcivescovado. Ma non deve neppure essere
dimenticata la Historia Compostellana, una cronaca redatta negli
ambienti ecclesiastici della città dai collaboratori del vescovo Diego
Gelmirez, che, nel corso dei primi quarant'anni del XII secolo, resse quella
sede con straordinaria energia e grande ambizione, fino a diventare
arcivescovo. Gelmirez rafforzò in modo decisivo il richiamo internazionale
del pellegrinaggio, dando l'impulso necessario per condurre a termine,
almeno nella sua struttura essenziale, la grande cattedrale romanica della
città. E questo a dispetto di due successive rivolte della cittadinanza
contro di lui – il vescovo godeva a Compostella di diritti signorili – e
delle stesse divisioni fra i canonici della cattedrale, che egli volle
allargare al numero "apostolico" di settantadue. L'Historia Compostellana
è importante proprio perché ci informa sulle ambizioni, i disegni, le
realizzazioni di Gelmirez e perché ci offre, magari anche solo
indirettamente, un'immagine vivissima di molti aspetti della città, dei suoi
abitanti e dello stesso pellegrinaggio. Anche la confezione del Liber
Sancti lacobi, la cui ricostruzione ha impegnato studiosi di diversa
provenienza e di differenti competenze in una proficua discussione, pare
ormai riconducibile a una scelta della Chiesa di Compostella, e forse dello
stesso Gelmirez, e fu comunque condotta a termine alla metà dello stesso XII
secolo. Le parti che lo compongono hanno sicuramente origini e autori
diversi, e la discussione in proposito è ancora aperta.
Il sogno di carlomagno
Il primo libro, di gran lunga il più diffuso, raccoglie omelie e brani
relativi alla liturgia dell'apostolo, fra i quali deve essere
particolarmente ricordato il lungo sermone che inizia con le parole
Veneranda dies, sia per la sua bellezza, sia per il materiale che esso offre
sulla spiritualità e gli aspetti pratici del pellegrinaggio, sia infine per
il fatto che qualche illustre studioso lo considera il nucleo iniziale di
tutto il Liber. II secondo libro raccoglie una ventina di miracoli di San
Giacomo, non molti rispetto ad al-tre raccolte similari, ma che risultano
scelti con particolare oculatezza per diffondere e rafforzare l'idea che gli
interventi del santo avessero un carattere per così dire internazionale.
Essi riguardano, infatti, soprattutto persone e luoghi esterni alla Spagna,
e spaziano dalla Francia all'Italia e alla Germania, interessando anche in
qualche caso individui che vanno o tornano da Gerusalemme, a evidente
dimostrazione dell'intento di legare in qualche modo gli interventi
miracolosi del santo e il pellegrinaggio a Compostella anche al
pellegrinaggio e alla crociata in Terrasanta. Il terzo libro, il più breve
di tutti, è costituito dai testi relativi alla traslazione del corpo di
Giacomo dalla Terrasanta in Galizia e dal racconto dell'usanza, da parte dei
pellegrini delle origini, di raccogliere conchiglie marine sulle coste
galiziane. Il quarto libro, che inserisce così Carlomagno nelle storie della
fortuna del pellegrinaggio, è costituito dalla cronaca dello Pseudo-Turpino,
di cui si conoscono numerosissimi manoscritti, che la tradizione vuole sia
stata scritta da questo eccelesiastico compagno dell'imperatore, ma in
realtà riconducibile a un anonimo autore del XII secolo. Vi si racconta che
San Giacomo, apparso in sogno a Carlo, lo avrebbe chiamato a liberare la sua
tomba dai musulmani e ad aprire le strade del pellegrinaggio, e gli avrebbe
indicato la direzione da prendere seguendo il cammino delle stelle. Il
quinto libro, il più noto, del quale esistono traduzioni in varie lingue
moderne, è conosciuto come Guida del pellegrino, anche se in realtà a una
vera funzione di guida non deve poi avere assolto, se ne sono rimasti un
limitatissimo numero di esemplari e per di più concentrati in Spagna, i cui
abitanti avevano ovviamente meno bisogno di informazioni rispetto agli altri
pellegrini.

Veduta
aerea della badia di San Salvador di Leira.
Celebre cenobio cluniacense non lontano dal cosiddetto Cammino aragonese,
che attraversava i Pirenei al passo del Somport,
era meta di pellegrini che deviavano appositamente per farvi visita.
Il
"camino de Santiago"
La Guida è comunque un testo importantissimo e di affascinante lettura. Ne
ricordiamo i tratti essenziali, a cominciare da quelli che l'hanno resa
famosa fra gli appassionati del pellegrinaggio iacopeo, vale a dire la
descrizione delle strade che dalla Francia conducevano a Compostella. Ne
sono elencate quattro, la prima delle quali parte da Arles, passa per Tolosa
e attraversa i Pirenei al passo del Somport. Le altre tre, che si
ricongiungevano in una località ai piedi dei Pirenei, prima di superarli a
Roncisvalle, prendevano il via, ciascuna da un importante centro di
pellegrinaggio, vale a dire, rispettivamente, da Le Puy-en-Velay, Vézelay,
Tours. La via del Somport e quella di Roncisvalle si riunivano a loro volta
nella località di Puente la Reina, nella regione della Navarra, e
proseguivano poi su quello che veniva ormai chiamato, tra XI e XII secolo,
anche per volontà dei sovrani delle diverse monarchie iberiche, Camino de
Santiago. Esso toccava in successione le città di Estella, nata addirittura
in funzione del Camino, Najera, Burgos, Leòn, Astorga, prima di penetrare in
Galizia, attraverso i monti che la dividono dalla depressione del Bierzo, e
raggiungere Compostella.
Cartina con i quattro itinerari percorsi in terra francese
dai pellegrini diretti a Compostella:
convergevano tutti verso la Navarra, dove si univano a Puente la Reina per
proseguire nel cosiddetto Camino de Santiago.
E’ appena il caso di dire che quelle indicate dalla Guida non furono le uniche strade, né in Francia, né in Spagna, battute dai pellegrini. Si può semmai osservare che furono forse, verso la metà del XII secolo, le più importanti e le più frequentate. Ma si deve anche considerare che il concetto di "strada di pellegrinaggio", usato talvolta non sempre con acume critico, e la stessa espressione o espressioni simili impiegate nelle fonti medievali non vogliono affatto significare strade esclusivamente riservate a questo tipo di viaggiatori (tanti e diversi erano infatti gli uomini di quei secoli che popolavano le strade, mercanti e religiosi, militari e vagabondi, contadini e artigiani in cerca di lavoro), ma soltanto strade particolarmente battute da pellegrini o a loro consigliate.Sui quattro itinerari elencati dalla Guida in terra francese – e possiamo aggiungere anche per il Camino in Spagna – vengono segnalati una serie di famosi santuari da visitare prima di giungere a Compostella – ad esempio Saint-Gilles-du-Gard sulla strada che raggiungeva il Somport, Conques sulla strada di Le Puy. Ciò documenta, da un lato, un comportamento radicato nei pellegrini, che amavano fare queste devote soste intermedie, e anche vere e proprie deviazioni che richiedevano qualche giorno di cammino (tale, in Spagna, la deviazione León-Oviedo per andare a visitare la cattedrale di San Salvador, con la sua Arca Santa piena di reliquie), ma testimonia anche la precisa e oculata intenzione del redattore della Guida – o della Chiesa di Compostella che da lui l'aveva ricevuta – di non mettere Santiago in concorrenza con altri santuari, ma di farlo piuttosto apparire come una sorta di coronamento di un lungo e faticoso cammino devozionale.

Il
prezioso reliquiario che contiene i resti dell’apostolo Giacomo nella
cattedrale di Santiago di Compostella.
Arrivo
alla meta
Altri interessanti aspetti della Guida sono la descrizione concisa di
Compostella e quella, molto più ampia, riservata alla cattedrale, ormai in
fase di avanzata realizzazione, nonché la descrizione delle genti, che il
pellegrino incontrava lungo il cammino. Tutti questi elementi costituiscono
una testimonianza di primaria importanza, che ha offerto agli studiosi
materia di approfondimento e di discussione.Per quanto riguarda la
descrizione di Compostella e della sua cattedrale, ci limiteremo qui a
ricordare che la grande chiesa romanica di Santiago viene generalmente
considerata uno degli esempi più alti, anzi il più perfetto e compiuto,
delle "chiese di pellegrinaggio". Il gruppo comprende – anzi comprendeva,
visto che le ultime due sono state distrutte negli anni della Rivoluzione
francese – anche la chiesa di Sainte-Foy di Conques, Saint-Servin di Tolosa,
San Martino di Tours, San Marziale di Limoges. Carattere essenziale era una
struttura architettonica che, attraverso la presenza delle navate laterali e
delle gallerie a esse soprastanti, del deambulatorio e di un transetto molto
sviluppato, consentiva la circolazione dei pellegrini senza che venissero
troppo disturbate le funzioni religiose. Nella Guida, alla descrizione della
chiesa e delle sue strutture viene dedicato un buon numero di pagine, che
non tralasciano di soffermarsi su particolari come l'arrivo dei pellegrini,
le loro preghiere e l'attesa del miracolo, le loro offerte e la ripartizione
di queste fra i membri del capitolo.
In quanto alle genti, invece, emerge una forte avversione per i popoli che
hanno abitudini di vita o parlano una lingua diversa e incomprensibile (al
centro di queste critiche stanno soprattutto i guasconi e i navarrini, ma
non sfuggono neppure i castigliani), mentre vengono trovati accettabili solo
coloro che in qualche misura hanno costumi simili a quelli dell'autore (che
si dichiara originario del Poitou), e tra questi gli abitanti della Galizia,
che potrebbero però godere di tale favore solo perché la loro terra accoglie
le spoglie di San Giacomo e la Chiesa di Santiago è la committente, o
comunque la prima destinataria della Guida.
Un santo in paradiso
A creare la leggenda di San Giacomo contribuirono due diverse credenze,
quella della sua predicazione in Spagna e quella del suo seppellimento nella
Penisola, l'una indipendente dall'altra, ma entrambe congiunte nel Liber
Sancti lacobi, non senza la combinazione con altre credenze minori.
Entrambe non hanno alcun fondamento nella Scrittura o nella storia ed
emergono piuttosto tardi, nel corso dell'Alto Medioevo. Il rinvenimento
della tomba dell'apostolo sarebbe avvenuto tra 1'818 e 1'834 e le fonti che
narrano i particolari di questo avvenimento, per la verità molto più tarde,
lo mettono in relazione con una serie di segnali soprannaturali, che
indussero a cercare la tomba sotto un selvaggio ammasso di vegetazione, dove
in effetti fu poi trovata. Si credette che il ricordo della sua ubicazione
fosse andato perduto a causa dell'abbandono della fede cristiana da parte
delle popolazioni locali. Quel corpo, dopo il supplizio subito dal santo a
Gerusalemme, sarebbe in effetti tornato miracolosamente in Spagna a bordo di
un'imbarcazione, vegliato da sette discepoli, e sarebbe stato seppellito nel
luogo della futura Compostella, dopo una serie di altre miracolose vicende
che indussero alla conversione la nobile proprietaria del terreno, Lupa o
Luparia. In effetti, il piccolo edificio marmoreo che racchiudeva il corpo
identificato con quello del santo risaliva all'età imperiale e faceva parte
di un'antica necropoli. Scopritore del sepolcro fu il vescovo dell'antica
città romana di Iria Flavia, l'attuale Padròn, il quale volle essere sepolto
a fianco dei resti da lui riconosciuti come quelli di San Giacomo,
contribuendo così a rinsaldare la credenza. E in effetti la Chiesa di Iria
Flavia – la cui sede fu prima di fatto e poi anche formalmente trasferita
nel centro emergente di Compostella – fu la principale artefice, insieme con
la monarchia asturiana, poi asturo-leonese, della "costruzione" del culto
all'apostolo e della conseguente affermazione del pellegrinaggio iacopeo.
Oasi di libertà
In una Penisola iberica soggiogata dai musulmani, e con una Chiesa cristiana
costretta in qualche modo a fare i conti ogni giorno con questa dominazione
e con i problemi di convivenza che essa ingenerava, gli obiettivi e le
aspirazioni della Chiesa e dei cristiani, che vivevano liberi da questo
giogo nel piccolo angolo nord-occidentale della Penisola, sotto la neonata
monarchia asturiana, finirono con facilità per trovare un comune terreno di
intesa, nel quale fede religiosa e politica divennero un tutt'uno. Alla
Chiesa della Spagna occupata, che faceva capo al primate di Toledo, quella
del Nord, nella quale ebbero notevole peso i monaci, contrapponeva
un'intransigente difesa dell'ortodossia contro alcune tesi che apparivano
eretiche e quasi conciliatorie con gli infedeli. E non c'è bisogno di
aggiungere che col passare del tempo la rivendicazione a Compostella di
condizione del tutto eccezionale di Giacomo (il fatto innervosì anche Roma,
che lo accettò pienamente soltanto dopo che, alla fine dell'XI secolo, la
tradizionale liturgia spagnola venne abbandonata per quella romana), fece
prima emergere l'ambizione al titolo di arcivescovo da parte del vescovo
locale, poi quella, invece mai soddisfatta, di sostituire Toledo a capo
della Chiesa di Spagna.
I sovrani delle Asturie, che si atteggiavano programmaticamente a eredi
della vecchia monarchia visigota spazzata via dalla conquista musulmana, e
che erano del resto sicuramente influenzati dal mondo ecclesiastico, colsero
subito l'importanza di riconoscere il patronato di un apostolo – del tutto
eccezionale fra i patronati dei santi – che fosse insieme protezione della
monarchia e dei popoli che questa era chiamata a reggere.
L'apostolo guerriero
Con questi orientamenti, che si può immaginare continuamente martellati
nelle menti dei fedeli, si sposarono del resto facilmente i bisogni di
questi ultimi, fossero essi abitanti di quelle zone marginali e montagnose,
oppure fuggiaschi con le loro cose e la loro fede dalle terre invase dagli
infedeli. Essi si trovarono a disporre in cielo di un protettore potente, di
uno dei più illustri fra gli apostoli, insieme a Pietro e a Giovanni, per
aver partecipato a momenti decisivi della vita del Cristo e per essere stato
il primo a essere martirizzato in nome della fede.
Si capisce, quindi, come in un tempo non troppo lungo questo bisogno di
protezione e questi disegni politici finissero per lasciare il posto al
desiderio di coinvolgere il santo in quello che era e restò per secoli il
problema centrale della vita spagnola, politica, religiosa, sociale, vale a
dire quello della riconquista delle terre cristiane e della cacciata dei
Mori, nonché al desiderio di trasformarlo in un guerriero, anzi in un capo
alla guida di combattenti che lottano per la fede.

Veduta
aerea della città antica di Burgos, con la cattedrale gotica.
Lungo la strada verso il santuario di Compostella erano molte le città di
sosta per i viaggiatori.
E, proprio in seguito al pellegrinaggio, alcune di esse, come León, Pamplona,
Burgos, svilupparono fiorenti attività
ricettive, commerciali e manifatturiere.
Per quanto non sia facile valutarne la
portata reale, una delle idee continuamente ribadite in libri o in lavori
più brevi è quella che attribuisce al pellegrinaggio a Compostella
un'importanza fondamentale in tutta una serie di campi della vita
del tempo. Un altro concetto, ugualmente tenace nella sua vitalità, per
quanto ormai da molti abbandonato, è quello che monachesimo cluniacense
abbia gran parte del merito per quanto riguarda lo sviluppo del
pellegrinaggio iacopeo. A questo proposito, quello che si può dire è che
l'amicizia di quei monaci con i sovrani leonesi-castigliani ha avuto
un'influenza indiretta e niente affatto unica, neppure in relazione con
l'insieme del mondo monastico.
Ma restiamo alle influenze del pellegrinaggio, che furono, d'altra parte,
sicuramente innegabili. Se ormai non è più accettata l'ipotesi –
avanzata in modo particolarmente suggestivo all'inizio di questo secolo dal
grande filologo francese Joseph Bédier – che sulle vie di pellegrinaggio sia
nata l'epopea francese delle chansons de geste, non abbandonata appare
invece l'idea, con quella correlata, che il pellegrinaggio abbia avuto un
grande peso nella migrazione e nella circolazione delle forme artistiche.
Fondata appare l'opinione che il transito dei pellegrini abbia determinato
non soltanto le fortune e la crescita di Compostella, ma anche lo sviluppo e
l'emergere di caratteri particolari nei centri urbani lungo il tratto
spagnolo della strada, da Pamplona a Najera, da Burgos a León. In queste
città più che in altre si impiantarono, infatti, attività mercantili,
manifatturiere, assistenziali e ricettive direttamente collegate col
passaggio dei pellegrini. Titolari di queste imprese furono in primo luogo i
gruppi, spesso numerosi, di "Franchi" venuti dal di là dei Pirenei e
favoriti dalle particolari condizioni stabilite per loro dai sovrani
spagnoli, che intendevano ripopolare le terre via via strappate ai musulmani
(non si trattò soltanto di francesi secondo il significato attuale del
termine, ma questi ne costituirono senza dubbio la grande maggioranza).
Si deve anche dire che i contatti stabiliti dal pellegrinaggio, seppure,
com'è ovvio, non questi soltanto, fecero circolare notizie e determinarono
una migliore conoscenza reciproca tra le popolazioni locali e coloro che si
erano messi in viaggio. Più in generale si può osservare che un po' in tutta
l'Europa cattolica il pellegrinaggio a Santiago vanta una fitta presenza
nelle opere letterarie più diverse dei singoli Paesi. E si può aggiungere
che fu probabilmente la fama del pellegrinaggio iacopeo a diffondere il
culto di San Giacomo in Europa. Ne sono la prova la sua fortuna
nell'onomastica maschile, la sopravvivenza di certi modi di dire,
l'intitolazione all'apostolo di numerose chiese e cappelle e soprattutto di
ospedali, talvolta da solo e talaltra in unione con altri santi protettori
di pellegrini, come Nicola, Cristoforo o Egidio.
Scorcio
del ricco, sovraccarico interno della cattedrale di Santiago di Compostella:
il fasto barocco si è completamente sovrapposto all'originale struttura
gotica.
Una
domenica speciale
Meno noti di quanto si potrebbe pensare sono, invece, molti aspetti del
pellegrinaggio. Intanto, almeno per i secoli medievali, mancano dati
generali che permettano di farsi un'idea precisa circa il numero dei
pellegrini che ogni anno raggiungevano Compostella e anche quando, con
l'avanzare dell'età moderna, qualche dato parziale ci resta — relativo, ad
esempio, al numero di coloro che ricevettero assistenza presso il grande
ospedale di Roncisvalle — questo non consente che di farsi un'idea molto
approssimativa.
L'impressione è che, al di là della stagionalità del fenomeno — i pellegrini
diminuivano nel corso dei mesi invernali — e delle tendenze di medio e di
lungo periodo, le loro presenze giornaliere a Compostella non fossero più di
qualche centinaio, e crescessero semmai sia nel giorno della festa
dell'apostolo (25 luglio) e nella vigilia, sia nel corso degli "anni santi",
cioè quando la ricorrenza cadeva di domenica. Allora ai pellegrini
sinceramente pentiti venivano rimessi tutti i peccati, e non ha importanza
che di un documento papale che concedeva a Compostella questo privilegio non
sia stata trovata alcuna traccia. L'importante è che lo si sia creduto e che
questa opinione si sia diffusa.
Sulle strade d'europa
Molto vari potevano essere i motivi per cui si affrontava il lungo viaggio:
per il desiderio di chiedere sulla tomba del santo la guarigione da una
malattia, per sciogliere un voto pronunciato in un momento di bisogno o di
pericolo, per devozione, o semplicemente per il desiderio di viaggiare, una
motivazione questa che spesso era intrecciata con le altre. A calcare le
strade potevano, poi, essere pellegrini inviati in penitenza a Compostella
dalla sentenza di un tribunale ecclesiastico o anche da quella di un
tribunale civile, come si verificò a un certo punto nei Paesi Bassi, in
Germania, in Polonia o in Boemia. Da un certo momento fecero la loro
comparsa anche pellegrini che compivano il viaggio, dietro finanziamento, al
posto di altri, che quel viaggio non erano in -grado di affrontare o che
avevano promesso di farlo in un momento della loro vita e ora, giunti sul
limitare dell'esistenza, si accorgevano con rammarico e preoccupazione di
non avere rispettato l'impegno.
Per mare e per terra
Conosciamo bene quali fossero i Paesi da cui provenivano i pellegrini,
grazie ai molti studi che sono stati condotti in proposito e anche alle
notizie riscontrabili nelle opere più diverse. Per quanto quest'area
geografica non raggiungesse l'estensione iperbolica di cui parla il Liber
Sancti lacobi, si può dire che Compostella venne raggiunta da pellegrini
provenienti da tutto quello che, sino all'avvento della Riforma protestante,
era il mondo cattolico. Sostanzialmente lontana se ne tenne invece la
cristianità orientale, che aveva i propri luoghi santi e i propri
pellegrinaggi (unica destinazione comune a tutti i cristiani restarono
sempre, com'è naturale, Gerusalemme e la Terrasanta). Coloro che si
mettevano in viaggio per Compostella appartenevano ai più diversi strati
sociali, ma più numerosi erano gli ecclesiastici e i membri della nobiltà.
Portare a termine una simile impresa, dati i tempi e i costi che richiedeva
e di cui diremo fra poco, non era infatti cosa facile per chi vivesse del
proprio lavoro e avesse da mantenere una famiglia. Conosciamo anche bene
quanto fossero vari i modi del viaggiare. Intanto non era affatto diffusa
quanto si potrebbe pensare la figura del pellegrino solitario, non foss'altro
perché anche I'autoimposizione, attraverso la solitudine, di una penitenza
ulteriore difficilmente poteva essere sempre mantenuta lungo le strade,
negli ospedali o nei luoghi di accoglienza a pagamento. Più diffuso era il
viaggio in coppia, in piccoli nuclei, di familiari e amici, e anche in
grandi gruppi, organizzati quasi in forma moderna, attorno a qualche figura
che godeva di prestigio o aveva già fatto il viaggio. Fra i pellegrini non
mancavano le donne, che furono comunque, nel complesso, meno numerose degli
uomini.
Si viaggiava a piedi, ma anche a cavallo, o alternando l'uno all'altro modo,
magari affittando temporaneamente una cavalcatura. Si poteva compiere anche
parte del viaggio via mare, sbarcando, ad esempio, a Barcellona oppure a
Bordeaux o a La Coruna, e proseguendo poi via terra a piedi o in sella. Del
grande porto catalano si servivano, ad esempio, i pellegrini dell'Italia
centrale e meridionale, di La Coruna gli Inglesi, gli Irlandesi, i Tedeschi
del Nord e gli Scandinavi. I tempi di viaggio via terra erano lunghissimi e
richiedevano talvolta mesi, tra andata e ritorno, quando si partisse dalla
Germania interna o dall'Italia centrale. Le imbarcazioni, che non si
arrestavano neppure nelle ore notturne, erano molto più veloci di chi
marciava a piedi o viaggiava in sella, ma in questo caso c'era da correre
l'alea del mare cattivo, o dell'avversità dei venti o delle loro improvvise
cadute. I costi del viaggio, per quel poco che se ne sa, equivalevano
talvolta al compenso che un artigiano o un lavoratore manuale era in grado
di percepire nel corso di molti mesi. Non si deve pensare, infatti, che
l'accoglienza all'interno degli ospedali, che punteggiavano le strade,
potesse sopperire in tutto ai bisogni di chi viaggiava.
Ad accogliere il pellegrino di passaggio potevano essere i privati, gli
alberghi o gli ospedali. La prima di queste possibilità è la meno
documentata e avveniva sempre per via indiretta, vale a dire come una delle
forme di carità cristiana consigliate dalla Chiesa. Nulla ci impedisce,
però, di credere che, talvolta, chi accoglieva il pellegrino presso di sé lo
facesse dietro corresponsione di un compenso, magari modico.
Sugli alberghi le notizie diventano, invece, più numerose a partire da un
certo momento, anche perché questo asilo a pagamento venne affermandosi
proprio in connessione con la crescente animazione delle strade e con la più
fitta circolazione degli individui, fenomeni a cui i pellegrini dettero il
loro contributo, ma che appaiono, più in generale, connessi con lo sviluppo
complessivo della vita economica e degli scambi che si verificò in Europa a
partire alme-no dall'XI secolo.
Diritto d'asilo
L'ospedale era invece la manifestazione più tipica della carità nei riguardi
del pellegrino. Intanto si deve dire che l'ospedale medievale se, nella sua
forma tradizionale, non ignorava del tutto la cura, magari elementare, da
prestare all'ammalato, si caratterizzava soprattutto per l'assistenza da
prestare al vecchio, al povero, al bisognoso, e appunto al pellegrino di
passaggio, che era anch'egli, almeno temporaneamente, un povero volontario e
un fratello bisognoso di aiuto e di protezione in Paesi lontani dal suo e
pieni di insidie. Del resto queste caratteristiche originarie non furono del
tutto dimenticate, neppure quando in molte città europee vennero
sviluppandosi o rafforzandosi i caratteri per così dire moderni degli
ospedali come luogo di cura.
Comunque quello che a noi qui interessa è ricordare soprattutto gli ospedali
che si collocavano sulle strade o che mantennero in ogni caso una spiccata
connotazione "viaria", fossero essi piccoli o piccolissimi, dotati di uno o
di pochi letti, oppure grandi e capienti come quello notissimo e famoso di
Roncisvalle. Un tetto, un letto o anche soltanto un giaciglio per la notte,
un fuoco per riscaldarsi, qualche cosa da mangiare costituivano i conforti
materiali che venivano offerti al pellegrino. A completarli venivano la
pratica simbolicamente cristiana della lavanda dei piedi, la partecipazione
alla preghiera nell'ospedale o in una cappella annessa, la certezza di
disporre del necessario conforto religioso nel caso ci si trovasse in punto
di morte. Per questo loro carattere di manifestazione della carità, alla
fondazione, alla dotazione e al sostegno degli ospedali si dedicarono
conseguentemente la Chiesa (vescovi, capitoli, monasteri) e, per suo
impulso, i monarchi, i principi, i nobili, le città e le corporazioni
urbane, i privati cittadini.
Se viaggiare voleva dire anche scoprire Paesi e genti nuove, comportava pure
pericoli e disagi. Dei secondi ricorderemo soltanto, anche perché spesso
documentati dalle fonti più diverse, quelli che si incontravano davanti agli
alberghi o al loro interno, per le insistenze e le false promesse degli osti
ai potenziali clienti, per gli imbrogli che essi perpetravano a danno di
quelli che avevano scelto di pernottare presso di loro – e che potevano
riguardare le misure, i pesi, la qualità scadente del vino e delle pietanze,
la biada fornita ai cavalli, il cambio delle monete e altro ancora – come
con vivace ricchezza di particolari ci informa ancora una volta il Liber
Soncti lacobi. Sempre negli alberghi, c'era una grande promiscuità e,
data la consuetudine del tempo di dormire in più d'uno su un medesimo letto,
si doveva sopportare talvolta la vicinanza di uno sconosciuto nel corso
della notte. Se, invece, si viaggiava a bordo di una nave, lo si faceva
soffrendo le pene del mal di mare e una terribile promiscuità, che
costringeva talvolta ad adagiarsi in un cantuccio in mezzo a una ressa di
propri simili.
C'erano, poi, sia in mare che sulle strade di terra, ben più inquietanti
pericoli, diffusi e di diversa natura. Per quanto riguarda i viaggi dei
pellegrini iacopei a bordo di navi, siamo a conoscenza di un certo numero di
naufragi, ma anche di attacchi più o meno riusciti da parte dei pirati. Dei
viaggi via terra, le fonti del tempo testimoniano le morti dei pellegrini
assiderati sulle montagne coperte di neve, gli attacchi dei lupi, e più
ancora quelli dei briganti che popolavano tante contrade d'Europa, ma che si
facevano più numerosi e audaci nelle zone boscose e meno popolate, come
l'Appennino, I'Aubrac o i monti d'Oca.
Preoccupazione costante del pellegrino, come del resto di qualsiasi
viandante, era dunque quella di stare sempre con gli occhi ben aperti e con
l'orecchio teso, pronto a individuare o a informarsi su un passaggio
pericoloso della strada, o ancora a individuare in un compagno di viaggio un
delinquente o un truffatore mascherato. Anche perché le strade, proprio
sotto la veste venerabile del pellegrino (e questo fatto non poté che
renderla col tempo un po' meno venerata e un po' più sospetta), vennero a
conoscere sempre più tutta una folla di "falsi bordoni", di malviventi, di
scrocconi, di gente dalla dubbia vita, personaggi poco raccomandabili che si
fingevano appunto pellegrini per imbrogliare e danneggiare il prossimo.
Monumento
al pellegrino, a Puente de la Reina, dove si riunivano i sentieri aragonese
e navarro.
Non è facile dire quale sia stata l'età d'oro del pellegrinaggio iacopeo, anche perché non sempre è chiaro negli studi quale sia il metro di giudizio adottato, se quello di una sua più o meno accentuata purezza di motivi, che è, d'altra parte, cosa sempre difficile da soppesare, oppure quello di una valutazione del numero dei pellegrini, che è invece, come abbiamo visto, una cosa sostanzialmente impossibile. Si pensa, tuttavia, che secoli di grande fortuna siano stati I'XI, il XII e forse anche il XIII, mentre nei due secoli successivi si sarebbe manifestata una certa decadenza, se non forse nel numero dei pellegrini certo nello spirito del viaggio, a seguito della diffusione dei pellegrinaggi su commissione e di quello a seguito di condanne civili di cui abbiamo detto. Facilmente d'accordo si è invece sul fatto che la Riforma protestante abbia sottratto a questa pratica una buona fetta di popolazioni europee, una volta molto generose nell'affrontare il lungo viaggio verso la Galizia, come i Tedeschi, gli Scandinavi o gli Inglesi.Un nuovo attacco il pellegrinaggio subì nel "secolo dei lumi" (fra i cattolici il concilio di Trento ne aveva infatti pienamente confermato la legittimità) e non mi pare si possa confondere l'attuale interesse per il pellegrinaggio a Santiago con un reale recupero della sua spiritualità in ambiti sociali significativi. Esso è infatti cosa diversa da quell'interessamento storiografico larghissimo di cui è stato detto all'inizio e anche da quelle ricadute turistiche, magari di un turismo culturale e di qualità, legittimamente presenti soprattutto in Spagna, ma che non sempre ben si combinano con una riscoperta religiosa.
Pellegrino dei giorni nostri davanti alla porta del Perdono
nella chiesa di Santiago, a Villafranca del Bierzo.
La
salvezza in una conchiglia
La conchiglia di San Giacomo è, in primo luogo, per il pellegrino la
dimostrazione del difficile e lungo viaggio compiuto. Egli infatti, come
ricorda il sermone Veneranda dies (si veda al capitolo seguente), a
pellegrinaggio avvenuto, la prende a Santiago e se la applica sull'abito e,
una volta a casa, la mostra con soddisfazione a familiari e conoscenti,
usandola come una sorta di reliquia da attivare al momento della malattia.
L'autore del sermone per designarla parla di «vera», probabile derivazione
di veneria, termine usato da Plinio per la conchiglia da cui si immagina
nasca Venere, ovvero il Pecten marimus. Nel Liber Sancti Iacobi la
conchiglia, a due valve, ha valore allegorico e denota un modello di
comportamento per i pellegrini: raffigura, infatti, una mano che si apre
nelle opere buone. Dunque il pellegrino deve essere generoso e fare
elemosina, mantenendosi modesto, casto e sobrio. Per coloro che tornano da
Compostella la conchiglia riportata è, quindi, il ricordo perenne del
precetto della carità da non perdere mai di vista. Ma la conchiglia è anche
simbolo di rigenerazione e la sua immagine, in rapporto con il sacramento
del Battesimo, ritorna tanto negli scrittori di varie epoche, quanto
nell'arte. In Iacopo da Varagine, ad esempio, si legge che Cristo viene
battezzato da Giovanni con le acque contenute in una conchiglia Nella
sagrestia vecchia di S. Lorenzo a Firenze il fonte battesimale del
Rossellino (fine sec. XV) è sormontato da una conchiglia. Alla conchiglia
intesa come salvezza ed emblema di una nuova vita, che attende il fedele
dopo il viaggio di rigenerazione, si ricongiunge la raffigurazione di Cristo
nella condizione di pellegrino. Nel chiostro di Santo Domingo de Silos (metà
sec. XII), il Salvatore appare vestito di una tunica e con una borsa
contrassegnata da una conchiglia e la cui cinghia ha nella parte finale
altre quattro conchigliette.

Nel culto di San
Giacomo, la conchiglia costituisce anche un chiaro riferimento alla morte e
alla resurrezione, come nel miracolo dell'uomo salvato dal naufragio che la
mattina si sveglia coperto di conchiglie.
All'iconografia originaria del San Giacomo apostolo si sostituisce
parzialmente, in conseguenza del pellegrinaggio, quella del santo in veste
di pellegrino: il santo si identifica così con il luogo meta del viaggio di
espiazione. Tuttavia, alla rappresentazione del santo come pellegrino,
simbolicamente denotata da bordone, scarsella, conchiglia e grande cappello,
si arriva molto lentamente. Infatti nel primo terzo del XII secolo,
all'apice del pellegrinaggio a Compostella, nel portale de las Platerias
della cattedrale cittadina Giacomo è raffigurato come apostolo fra gli altri
apostoli, senza alcuna sua specificità particolare, tranne la bellezza e la
nobiltà del viso e del corpo. Può darsi invece, come qualcuno ha pensato,
che il bastone a forma di tau su cui poggia le mani l'apostolo sul Portico
della Gloria, mentre seduto accoglie i pellegrini che entrano in chiesa, sia
un richiamo al pellegrinaggio, ma è più probabile che esso indichi invece la
sua funzione di evangelizzatore, di apostolo e di vescovo.
Progressivamente, comunque, l'immagine del San Giacomo pellegrino si
diffonde dalla Spagna, alla Francia, agli altri Paesi europei. Ma
l'iconografia ci offre ulteriori particolari interessanti e variazioni sulla
raffigurazione del santo. Così, nel portale centrale e in quello meridionale
della cattedrale francese di Chartres, fra gli attributi di Giacomo figura,
insieme alla scarsella (emblema qui del pellegrinaggio terreno dell'uomo),
la spada che evoca il martirio. Il binomio è particolare, in quanto sola, la
spada caratterizzerà la figura del santo nel Nord della Francia, mentre
scarsella e bordonéla denoteranno nella zona aquitana.
Santiago matamoros, vincitore dei mori, rappresentato sul
portale principale del convento di S.Marco a Leon.
Insieme all'iconografia del santo pellegrino ve ne è poi un'altra direttamente connessa con la sua funzione nazionale di protettore della cristianità e di collaboratore particolare nella lotta contro i musulmani. Il santo viene rappresentato come un guerriero feudale armato e a cavallo, colui che conduce le truppe cristiane alla riconquista, e viene denominato il matamoros. Nella storia del pellegrinaggio a Compostella, un posto particolare occupa la figura di Carlomagno, come ben testimonia la cronaca dello Pseudo-Turpino cioè l'Historia Karoli Magni et Rotholandi. Nell'XI secolo, sia i pellegrini che si recano nella città di San Giacomo sia i cavalieri stranieri accorsi in Spagna per combattere contro i musulmani incontrano numero-se tracce del passaggio di Carlomagno nel Meridione francese e in Spagna. Progréssivamente, quindi, si inizia a vedere nell'imperatore (e in chi lo ha seguitò) il salvatore della Penisola iberica, colui che ha evangelizzato la Spagna con la forza delle armi e la lotta ai musulmani e che, per primo, ha aperto la strada per Compostella rendendola sicura.

Busto
reliquiario di Carlomagno, in argento, oro e smalti; opera tedesca del XIV
secolo. Aquisgrana, Tesoro della Cattedrale.
Nella cronaca del
chierico francofilo, che si dice l'arcivescovo Turpino, contemporaneo di
Carlomagno, l'imperatore appare appunto antesignano sia della crociata
antimustilmana sia del pellegrinaggio alla tomba dell'apostolo. Il fine
prin-.cipale dell'opera è di propagandare insieme la guerra santa spagnola e
il pellegrinaggio. Nell'Historia, San Giacomo appare in sogno a Carlomagno e
lo sprona a recarsi in Spagna, mostrandogli il cammino di stelle che dal
mare di Frisia lo porterà in Galizia, dov'è il suo corpo e dove, dopo la
liberazione per mano dello stesso Carlo dai musulmani, le genti di ogni
Paese andranno in pellegrinaggio fino alla fine dei secoli.
Una precisa immagine di quello che dovrebbe essere il pellegrino ideale ci
viene offerta dal sermone Veneranda dies contenuto nel Liber Santi
l'acobi. Il testo ha valore propagandistico e si discosta, così,
abbastanza dalla realtà del pellegrinaggio fatta di un'umanità alquanto
variegata che si mette in cammino per i luoghi santi, Nel sermone, prima di
partire, il pellegrino concede il perdono a chi lo ha offeso e chiede il
permesso di andare a quelli a cui è legittimamente legato. Dà poi
disposizioni a chi rimane di distribuire in elemosine i suoi averi ai
bisognosi. Come gli apostoli, egli non deve avere con sé denaro, se non per
donarlo ai poveri. Tutti pellegrini sono una sola anima e avranno perciò
tutto in comune. Non saranno ben vestiti, né si muoveranno a cavallo, perché
San Pietro giunse a Roma scalzo e senza denaro. Non è un vero pellegrino chi
non consegna le elemosine avute da un compagno morto per strada, così come
chi si abbandona all'ubriachezza e alla lussuria. Durante tutto il cammino i
pellegrini si racconteranno aneddoti edificanti sui santi ed eviteranno
qualsiasi discussione. Buon pellegrino è quello che assiste alla Messa
almeno la domenica e i giorni di festa, senza fretta di ripartire. La
preghiera costante aiuta a sopportare con pazienza le avversità incontrate
in viaggio.
Fu un'idea del vescovo
Per pià di un motivo, Diego Gelmirez, vescovo, poi arcivescovo di Santiago,
è da considerarsi uno fra gli uomini più notevoli della prima metà del XII
secolo. In gran parte è a lui che si devono l'affermazione del
pellegrinaggio, lo sviluppo della città, la dignità arcivescovile della
Chiesa di Compostella. E’ lui che conduce sostanzialmente a termine la
costruzione della chiesa romanica sulla tomba di San Giacomo (altri due
edifici sacri l'avevano preceduta nel coreo dei secoli) e che si richiama
ripetutamente alla condizione straordinaria di Compostella quale città
apostolica. L'intera sua opera è finalizzata al consolidamento del prestigio
e della grandezza della Chiesa e della signoria compostellane. Gelmirez
esercita notevoli poteri sulla città e sul territorio circostante e si crea
perfino una propria marina, avvalendosi degli esperti del Mediterraneo già
famosi per la crociata e le imprese contro i musulmani. Grazie anche allo
sviluppo del pellegrinaggio, le entrate e le ricchezze della Chiesa si
moltiplicano, e Gelmirez può portare a settantadue il numero dei canonici
della cattedrale provvedendo al loro mantenimento. L'oro e l'argento di cui
dispone, versato al papa e alla Curia romana, saranno utili al vescovo per
ottenere l'innalzamento di Santiago a sede arcivescovile. Ma la crescita di
prestigio della Chiesa di Compostella e la dignità arcivescovile si devono
anche all'abilità politica di Gelmirez e all'appoggio che ottiene dal
potente abate di Cluny e dal re di Castiglia. La stessa Historia
Compostellana pare sia nata per idea di Gelmirez o di un ecclesiastico a
lui vicino e gli autori, tra 1107 e 1149, sono comunque un gruppo di
religiosi legati all'arcivescovo. L'Historia non a caso ha per scopo
principale il racconto delle imprese di Gelmirez e l'esaltazione della
grandezza della Chiesa compostellana e dei suoi meritati successi.
L 'esistenza e la fioritura della città di Santiago di Compostella sono
indissolubilmente legate alla scoperta della tomba dell'apostolo Giacomo, al
suo culto e al pellegrinaggio. La città diventa il centro religioso, ma
anche economico e politico, più importante della Galizia. Dal ritrovamento
della tomba del santo si sviluppa dunque l'urbanizzazione intorno agli
edifici sacri costruiti via via sul luogo della scoperta. Entro 1'XI secolo
il pellegrinaggio ha già assunto una dimensione europea. In parallelo, prima
del 1065, viene realizzata la seconda e ultima cinta muraria di Compostella
e nel 1075 inizia la costruzione della nuova cattedrale romanica.
L'importanza del centro urbano è confermata dal trasferimento a Compostella
del vescovo dall'antica Iria Flavia e, successivamente, dall'innalzamento
della sua sede ad arcivescovato. Per volontà dei monarchi la città diventa
il fulcro di una signoria vasta e potente, capoluogo quindi non solo
religioso ed ecclesiastico anche politico. Notevoli sono le ricchezze e le
entrate della Chiesa locale, come pure, eccezionali i poteri signorili del
vescovo — che in caso di guerra scende in campo alla testa delle proprie
truppe — sulla città e il territorio dipendente dalla Chiesa. Economicamente
la città beneficia innanzitutto dei prodotti e dei redditi delle terre del
vescovo e del capitolo, ed è luogo di scambio giornaliero per gli abitanti
dei dintorni. Ma il pellegrinaggio e la presenza di stranieri porta alla
crescita di attività come quelle del calzolaio, del fabbro, del cambiatore
di monete, dell'albergatore, persino del fabbricante e del venditore di
conchiglie di metallo, piombo e stagno, che vengono via via a far
concorrenza e a sostituire quelle tradizionali.
Collocato in un passaggio tanto obbligato quanto difficoltoso, per la
solitudine faticosa del percorso e per le montagne e le gole incombenti,
l'ospedale di Roncisvalle svolge una funzione basilare per il pellegrino che
si trova ad attraversare il passo pirenaico. Nel suo atto di fondazione
(1127-1132) si parla delle «molte migliaia di pellegrini morti, alcuni
soffocati dalle tormente di neve, molti altri assaliti e divorati vivi dai
lupi». L'ospedale, nonostante sia posta tra i monti spesso innevati e
avvolti da dense nebbie e su un terreno abbastanza povero, riesce fin
dall'inizio ad accogliere e vettovagliare i poveri, gli ammalati, i
pellegrini che si fermano alla sua porta. Retta da una comunità di canonici
agostiniani, questa struttura si caratterizza appunto per ampiezza e
disponibilità di mezzi. Già sulla porta di entrata c'è un incaricato che
offre del pane a chi è per via e ne fa richiesta,: A chi poi entra, prima
cosa si lavano i piedi e la testa, si fanno barba e capelli, si accomodano
le scarpe consumate. Il lavaggio dei piedi dei pellegrini è fondamentale per
chi gestisce un ospedale: ricorda simbolicamente Gesù che lava i piedi agli
apostoli e si configura come un gesto di carità e umiltà, oltre che come
mezzo igienico e per dare ristoro a chi ha camminato per ore e ore.
L'alimentazione fornita ai viandanti e ai pellegrini comprende generalmente
pane, legumi, verdura, frutta anche fatta venire da lontano. L'ospedale si
prende poi cura degli ammalati, posti su morbidi e comodi letti in ambienti
divisi per sesso e illuminati di notte. Quando qualche pellegrino muore
riceve qui anche una degna sepoltura. Ma al di là dei servizi, per così
dire, di tipo materiale, pur se prestati per carità cristiana, gli ospedali
in genere non trascurano l'anima di chi li si ferma. Poveri e pellegrini
infatti possono beneficiare di servizi religiosi e specificamente della
Messa domenicale in una cappella dell'ospedale o in una chiesa annessa o
vicina all'edificio.
Qualche nome di donna figura già fra i primi pellegrini dell'XI-XII secolo.
Intorno al 1065 il conte Sigfrido di Sponheim, pellegrino in Terrasanta
insieme alla moglie, nel viaggio di ritorno trova la morte, ma la donna
prosegue il viaggio fino alla Galizia per adempiere un voto formulato in
quell'occasione. Nel 1112 va a Santiago, con il marito e altri compagni,
Santa Paolina, che già in precedenza aveva compiuto diversi pellegrinaggi.
Fra le donne pellegrine le sante sono tutt'altro che rare: è il caso della
pisana Santa Bona, per tutta la vita "accompagnatrice" di pellegrini, e di
Santa Brigida, che dalla lontana Scandinavia si muove, verso la metà del
Trecento, alla volta di Compostella dove già erano stati il nonno e il
padre. Tuttavia, oltre alle sante, altre figure femminili si recano alla
tomba dell'apostolo e così Santiago diventa il luogo prescelto da nobildonne
e regine, ma contemporaneamente la meta di pazze e invasate dal demonio, che
sperano nella guarigione, o di donne mandate in pellegrinaggio per condanna.
Diverso il caso della madre di Santa Chiara, appartenente a una famiglia
dell'aristocrazia e sposa di un uomo della sua stessa condizione, che si
poté concedere svariati e lunghi pellegrinaggi; tra cui quello a Santiago.
Ma come viaggiano tutte queste pellegrine, considerando che certo per loro
il pericolo è maggiore rispetto a quello che corrono gli uomini? Raramente
si mettono in cammino da sole e anche le più nobili e le regine sono spesso
a fianco del marito o, comunque, seguite da una scorta. Si viaggia quindi in
coppia o meglio ancora in gruppo, come testimonia in una lettera il Petrarca
che nel 1353 incontra in prossimità di Aix-en-Provence un folto gruppo di
matrone romane dirette a Compostella. Riguardo alla paura per i pericoli del
viaggio, emblematico è il caso dell'inglese Margery Kempe. Nonostante il
matrimonio e i quattordici figli la donna, sempre col consenso del consorte,
diventa una vera esperta in materia di pellegrinaggi in Terrasanta come a
Santiago, Roma, Assisi. Ma quando, nel 1436, inizia a dettare il racconto di
quei viaggi emerge ossessivamente, sotto forma di incubi a sfondo erotico,
il terrore per il rischio di poter essere violentata per strada; paura
peraltro che trova riscontro nella realtà di casi certamente non
infrequenti, anche di pellegrine che fanno il cammino insieme al marito.
Tra i disagi, le fatiche e i timori del viaggio del pellegrino, un posto
particolare occupa l'impatto con la montagna, le cui solitudini, talvolta
innevate, e il cui aspetto incombente e minaccioso terrorizzano gli uomini
del Medioevo. Spaventano i pellegrini i pericoli naturali come quelli umani:
le valli anguste, i paesaggi aspri e rocciosi, i precipizi, le possibili
frane, i passi coperti da una coltre di neve, la fitta boscaglia, la
presenza del lupo, i possibili attacchi dei briganti facilitati dai luoghi
impervi e deserti. In un ritornello della Chanson de Roland così è
tratteggiato il paesaggio intorno a Roncisvalle: «son alti i monti, fosche
le vallate, scure le rocce, sinistre le gole». La presenza di boschi
fittissimi e folti rende i luoghi montani particolarmente adatti per gli
agguati dei briganti, che di solito avvengono in posti battezzati con
espressioni quali "malo passo„; siti solitari, gole e valichi che il
pellegrino deve di necessità attraversare. Così avviene sull'Appennino, sui
monti dell'Aubrac, sui monti d'Oca tra Belorado e Burgos. L'assalto,
improvviso, a scopo di rapina, a volte si conclude con la morte del
disgraziato, che viaggia con l'assillo perenne di tenersi cucito addosso o
nel fondo del bagaglio il denaro necessario per le spese di viaggio.
Per i pellegrini che si accingono a raggiungere Compostella, come per chi
intraprende il viaggio di ritorna, i pericoli e il rischio di non arrivare
sono grandi. Frequenti gli incidenti e gli assalti dei briganti, per non
parlare del freddo, della neve, della pioggia, della calura estiva che
insieme alla fatica del viaggiare provocano spesso indisposizioni e febbri
non sempre curabili dalla medicina del tempo. Numerosi sono appunto i
testamenti di chi si mette per strada. Disposizioni legislative del León e
della Castiglia prevedono addirittura una specie di regolamentazione
riguardo agli averi del pellegrino morto in cammino, che ha il diritto di
decidere dei suoi beni libero da condizionamenti. I compagni di viaggio,
compaesani di chi muore senza aver fatto testamento, si devono occupare del
funerale e della sepoltura, come della spartizione dei suoi averi. Ma, se il
defunto viaggiava da solo, sepoltura e destinazione dei beni spettano a chi
lo ha ospitato, o al prete o al vescovo di quel luogo.
Diverso il caso raccontatoci nel 1385 dal testamento della contessa di
Montalto, in Calabria, a cui un suo scudiero, prima di mettersi in cammino
per Compostella, aveva affidato una certa somma. Dello scudiero non si erano
avute poi più notizie e la contessa stabilisce, fra le sue ultime volontà,
di distribuire in elemosine, a vantaggio dell'anima dell'uomo, la somma da
lui consegnatale. Qualora egli torni o compaia un erede, questi riceverà una
somma dello stesso valore, mentre quella data in elemosina andrà a beneficio
dell'anima della contessa. Altri pellegrini non giungono a Compostella o non
tornano a casa per scelta propria e per motivi anche piacevoli. Così avviene
a Guido Cavalcanti che si innamora a Tolosa della giovane da lui chiamata
Amandetta. Così al fratello illegittimo di Salimbene da Parma, "maestro"
Giovanni, che di ritorno da Santiago si ferma lui pure a Tolosa e ci resta,
prendendone la cittadinanza e trovandovi moglie. Testimonianze, l'una e
l'altra, di come ogni luogo e terra possano attrarre per qualsivoglia
ragione coloro che vi transitano.
LUOGHI MINORI
BEATA VERGINE DI MONTSERRAT
- Montserrat
Nella Catalogna, a 40 km da Barcellona, a ridosso di Montserrat, il
"monte segato", sorge
il santuario della Beata Vergine, che risale all'XI secolo, quando
l'abate Oliba eresse sul posto un monastero benedettino. Il paesaggio
naturale estremamente austero offre già di per sé un'irresistibile
attrattiva alla preghiera e alla riflessione. Infatti Montserrat è una
montagna, che s'innalza quasi in modo verticale dalle pianure al centro
della Catalogna e presenta la sua mole inconfondibile, lunga circa 10 km e
larga 5, di picchi caratteristici di una bellezza originale, in cui i
pellegrini ravvisano altrettanti monaci in preghiera. La statua della
Madonna, di colore scuro, detta affettuosamente "Morenita" (Moretta),
è un'artistica opera d'intaglio in legno policromo; è seduta su un trono
d'argento laminato d'oro e di pietre preziose; ha sulle sue ginocchia il
Bambino Gesù che benedice con la mano destra e con la sinistra sostiene il
globo terrestre; porta sul capo un diadema e sulla mano destra anch'ella
regge un globo, mentre con la sinistra, in un gesto pieno di tenerezza e
insieme di rispetto, stringe a sé e protegge il divino Figliolo.
La tradizione vuole che essa sia stata trovata ab immemorabili da
alcuni pastori in una grotta della montagna. La primitiva cappella divenne
in breve tempo insufficiente a contenere i pellegrini, per cui ne venne
costruita una nuova più ampia, in stile romanico, nel 1300; ma, nel secolo
XVI, anch'essa fu sostituita da una chiesa di vastissime proporzioni. Nel
Medioevo, i pellegrini di S. Giacomo di Compostella raccontavano lungo il
loro cammino i miracoli della Vergine del santuario di Montserrat e il re
di Castiglia, Alfonso X il Saggio o l'Astronomo (1221-1284), consacrò sei
delle sue Càntigas de Santa Maria a sei miracoli della "Morenica".
Nel 1400 il santuario raggiunse il massimo splendore e la sua fama si estese
in tutta l'Europa, prima con le conquiste della corona catalano-aragonese,
poi con la dinastia imperiale spagnola. Dopo la scoperta dell'America,
un monaco di Montserrat, Bernardo Boil, delegato del papa presso Colombo, ne
fu il primo missionario nel Nuovo Mondo.
Grazie a queste ramificazioni a portata universale, la Vergine Nera
di Catalogna fu invocata in più di 150 chiese e cappelle d'Italia, in numerosi altari e chiese
della Boemia, dell'Austria e della Polonia, nelle prime chiese cristiane del
Messico, del Cile e del Perù. Nel corso dei secoli, il santuario ha
registrato pellegrini insigni per valori e meriti religiosi, sociali,
politici e letterari.
Tra i più illustri, a prescindere da Colombo, figurano i nomi dei conti di
Barcellona, dei re d'Aragona e di Spagna, del re di Francia Luigi XIV,
dell'imperatore Ferdinando III d'Austria; dei papi: Benedetto XIII, Giulio
II, Alessandro VI, Adriano VI e Giovanni Paolo II; degli scrittori e poeti:
Cervantes, Lope de Vega, Goethe, Schiller, Humbolt, Verdaguer, Mistral,
Tickness, Wagner, Chesterton, Claudel e il dottor Fleming, che offrì al
santuario una delle sue prime colture di penicillina; dei santi: Pietro
Nolasco, Raimondo di Peñafort, Giovanni de Matha, Vincenzo Ferrer, Francesco
Borgia, Luigi Gonzaga, Giuseppe Calasanzio, Pietro Claver, Benedetto Labre,
Antonio Maria Claret. Ma la figura più rappresentativa di tutte è quella di
S. Ignazio di Loyola che, cavaliere convertito, venne a Montserrat per
deporre la sua spada ai piedi della Vergine, passarvi una veglia d'armi e
cominciarvi la sua nuova vita sotto la direzione di don Chanon, confessore
del santuario. Naturalmente, nel corso della storia, si sono verificate
varie battute d'arresto nell'affluenza dei pellegrini per le fluttuazioni
della politica, le guerre, le invasioni, gli incendi e le distruzioni. Nel
1811, con la "guerra del Francese", chiesa e monastero furono
completamente distrutti dai soldati di Napoleone, e i monaci costretti a
fuggire; durante la guerra civile spagnola (1936-1939), 23 monaci
furono massacrati.
Oggi il santuario, ricostruito sontuosamente e attorniato da un vastissimo
complesso di edifici in gran parte adibiti per l'alloggio dei pellegrini, è
di nuovo conosciuto in tutte le parti del mondo, poiché i suoi monaci sono
sparsi in monasteri, di cui 3 in Europa, 3 in America ed 1 in Estremo
Oriente. Le più diverse città della terra hanno cappelle ed altari dedicati
alla Vergine Bruna, come: Parigi, New York, Bombay, Gerusalemme,
Vienna, L'Avana, Manila, Buenos Aires, Tokio, Roma.Per i Catalani,
Montserrat è diventato un simbolo patriottico, una casa di famiglia per
tutti, un luogo d'incontro, dove ogni differenza sociale scompare ai piedi
della loro Madre e Patrona.
È veramente suggestivo seguire i pellegrini che compiono la salita della
montagna a piedi, la cui devozione si manifesta col canto del Rosario e nel
percorso della Via Crucis, e la cui gioia esplode, dopo la concentrazione
inferiore, in colazioni al sacco sotto gli alberi, in escursioni, in giochi
e talvolta in danze di "sardane"', accompagnate dalle "virolai",
una delle canzoni più care al cuore dei Catalani, inno del santuario, grido
di giubilo e preghiera di speranza, il cui ritornello supplica: "Rosa
d'aprile, Morena della sierra, Stella di Montserrat, , Illumina la terra
catalana, , Guidaci fino al cielo". Anniversari, giubilei, lauree,
fidanzamenti, feste di famiglia vengono a celebrarsi nel santuario, come
proclama un vecchio detto popolare: "Non vi può essere buona famiglia
senza un viaggio a Montserrat". Inoltre, molti genitori vi portano i
loro figli per l'Escolana, una vera e propria scuola musicale, un
piccolo collegio monastico di fanciulli consacrati al servizio dell'altare,
che ha dato nel corso dei secoli maestri di cappella, organisti, compositori
e strumentisti celebri. Il santuario è attorniato da un vastissimo complesso
di edifici, fra cui anche degli eremitaggi per l'alloggio dei pellegrini.
Sono meritatamente celebri anche la vasta e prestigiosa biblioteca e
l'antica "schola cantorum". Secondo le ultime statistiche, ogni anno,
pellegrini e turisti superano il milione.

BEATA VERGINE DEL PILAR -
Saragozza
Il più antico di Spagna e forse della cristianità è il santuario della
Beata Vergine
del Pilar a
Saragozza. Secondo la leggenda, la cappella primitiva sarebbe stata
costruita da S. Giacomo il Maggiore verso l'anno 40, in ricordo della
prodigiosa "Venuta" della Vergine da Gerusalemme a Saragozza per
confortare l'apostolo deluso dei risultati negativi della sua predicazione.
Il "Pilar" è la colonna di alabastro su cui la Vergine avrebbe
posato i piedi. Alcuni mistici, come il carmelitano Ruzzola, la venerabile
Maria d'Agreda e Caterina Emmerich, confermarono questa antica tradizione
secondo le loro rivelazioni e visioni, ma il primo documento scritto che la
riporta risale al 1200. Tuttavia, resta il fatto che la chiesa di "Sancta
Maria intra muros" a Saragozza esisteva già prima della invasione araba,
avvenuta nel 711. E il monaco Aimoinus, giunto in Spagna nell'855 alla
ricerca delle reliquie di S. Vincenzo, scrisse che "la chiesa dedicata alla
Vergine era a Saragozza, la madre di tutte le chiese della città, e che S.
Vincenzo vi aveva esercitato le funzioni di diacono al tempo del vescovo
Valerio".
Nel 1118 Saragozza, liberata dal dominio dei musulmani, ritornò capitale del
regno di Aragona e nel 1294 Santa Maria del Pilar venne restaurata per
accogliere schiere sempre più numerose di pellegrini. Al tempo
dell'unificazione della Spagna (sec. XV) per opera del re di Aragona
Ferdinando il Cattolico e della regina Isabella di Castiglia, sua sposa, il
culto della Madonna del Pilar si affermò in campo nazionale e con la
scoperta dell'America raggiunse anche il Nuovo Mondo, in quanto nell'anno
1492 avveniva la cacciata definitiva dei Saraceni dalla Spagna, la caravella
di Colombo si chiamava "Santa Maria" e la data della scoperta coincideva con
la data della festa del Pilar, il 12 ottobre.
Forse per queste circostanze, nel 1958, la festa "pilarica" del 12 ottobre
fu dichiarata festa della hispanidad, cioè della Spagna e di tutte le
nazioni di lingua e cultura spagnola. Ma nel 1640 un miracolo spettacolare
rese ancora più celebre il santuario. Un giovane di 17 anni, Miguel-Juan
Pellicer di Calanda, conducendo un giorno un carro aggiogato a due muli,
cadde dalla cavalcatura e andò a finire sotto una ruota del carro, che gli
spezzò e gli schiacciò nel mezzo la tibia della gamba destra. Trasportato in
ospedale per le cure del caso, si ritenne urgente amputargli la gamba a
circa quattro dita dalla rotula. Prima dell'operazione, l'infelice si era
recato al santuario del Pilar per farvi le sue devozioni e ricevervi i
sacramenti. Dopo
l'intervento, vi era tornato per ringraziare la Madonna di averlo conservato
in vita. Ma, non potendo più lavorare, Miguel-Juan si era unito agli altri
mendicanti che domandavano l'elemosina all'ingresso della basilica. Nel
frattempo, ogni volta che veniva rinnovato l'olio delle 77 lampade
d'argento, accese nella cappella della Vergine, egli vi strofinava le sue
piaghe, benché il chirurgo glielo avesse sconsigliato in quanto l'olio
ritardava la cicatrizzazione del moncherino. Tornato a Calanda, riuscì con
la gamba di legno e una gruccia ad andar mendicando nei paesi vicini. Ma, il
29 marzo 1640, rientrò a casa sua e, a sera, dopo aver invocato, come di
solito, la Vergine del Pilar, si addormentò. Al mattino, svegliandosi, si
ritrovò con due gambe ed avvertì così i suoi genitori che la gamba destra,
amputata da due anni e cinque mesi, era segnata al polpaccio dalle cicatrici
di prima dell'infortunio.
I membri della Commissione d'inchiesta, nominata dall'arcivescovo, con loro
grande meraviglia non trovarono la gamba sepolta nel cimitero dell'ospedale.
La fama del miracolo corse per tutta la Spagna e fu causa della
realizzazione del grandioso santuario attuale, iniziato nel 1681 e
consacrato il 10 ottobre 1872. In stile barocco, la costruzione a forma
rettangolare divisa a tre navate e riccamente decorata e affrescata da
Velázquez, Francisco de Goya, Ramon e Francisco Bayen, è lunga 135 m e larga
59, ha 4 torri e 11 cupole, di cui quella di mezzo è la più grande
ed è alta 80 metri. All'inizio della navata centrale è situata la "santa
cappella", dove si venera una piccola statua della Vergine col Bambino
del secolo XIV, che poggia i piedi sul "Pilar" ricoperto di bronzo e
argento, e che viene rivestita con manti diversi a seconda dei tempi
liturgici e delle circostanze. Questa immagine fu incoronata il 20 maggio
1905, con una corona tempestata da circa 10 mila perle preziose, e benedetta
dal papa S. Pio X.
La Madonna del Pilar è la Patrona di Spagna e da secoli attrae masse di
pellegrini di ogni classe sociale: dai più umili contadini ai più grandi re
di Spagna, da Ferdinando il Cattolico a Juan Carlos, dal cardinale di Retz
nel 1654 al papa Giovanni Paolo II nel 1982. Molte famiglie danno il nome di
Pilar o Pilarica alle loro ragazze e tengono ad averne la sacra
immagine in casa; numerosi altari e cappelle, dedicati alla Madonna del
Pilar, si trovano nella Spagna e nell'America Latina. Forse non mente quel
canto popolare il cui ritornello a suon di nacchere ripete: "Es la Virgen
del Pilar, La que màs altares tiene , y no hay un buen español , Que en su
pecho no la lleve" (È la Vergine del Pilar, Quella che ha più altari, Né si
trova uno spagnolo, Che non la porti nel cuore). I pellegrinaggi al
santuario sono ininterrotti lungo tutto l'arco dell'anno e si svolgono con
la partecipazione alla santa Messa, alla recita del Rosario, con canti
mariani e con il bacio alla colonna sulla piccola parte scoperta, che, a
causa di questa devozione, presenta un marcato solco. II Museo del Pilar,
custodito nella "Sacristìa de la Virgen", è ricchissimo di oggetti preziosi,
tra cui "i manti" della statua, spesso richiesti da illustri moribondi
desiderosi di "morire sotto il manto del Pilar", come il re Alfonso XIII,
morto in esilio a Roma nel 1941.

NOSTRA SIGNORA DELLA
RUGIADA (ROCIO) - Almonte
Il santuario del Rocío (rugiada), secondo una tradizione orale,
sarebbe sorto in seguito alla scoperta di un'immagine della Vergine,
rinvenuta da un cacciatore e dai suoi cani. Ma, secondo gli storici, sarebbe
stato fatto costruire
nella seconda metà del 1200 dal re Alfonso X il Saggio. Di questo re,
chiamato "giullare di Maria" e autore delle "Càntigas de Santa Maria", si sa
che amava andare a caccia con i suoi cortigiani in questa pianura, allora
maremma, e che era solito innalzare eremi in onore di Santa Maria nei luoghi
in cui passava. Infatti, l'immagine risale alla fine del secolo XIII, poiché
sotto le vesti si rileva l'originale stile gotico della statua. Il nome di
Santa Maria de las Rocinas è dovuto al ruscello di "Las Rocinas"
che scorreva nel luogo.
La credibilità storica di queste origini è avvalorata più tardi, nel 1340,
dal "Libro di Monteria" di Alfonso XI, che ricorda l'eremo di
Nostra Signora de las Rocinas come podere regale ambito per la caccia
dei cinghiali. Dopo il secolo XVII, con il cambiamento del titolo in
"Nostra Signora del Rodo" e con la proclamazione a "Patrona di
Almonte", la devozione si estese per i villaggi e i paesi vicini,
particolarmente nelle città di Huelva e di Siviglia. La pietà popolare si
esprimeva nel ricordo affettuoso a Maria per superare malattie, epidemie e
mali di ogni genere, e nella gratitudine con cantici, danze e pellegrinaggi
a piedi, su carri trainati da buoi o a cavallo. Nel 1919 l'immagine fu
incoronata per decreto del Capitolo Vaticano dal cardinale Almaraz.
Nel 1961, per la continua crescita dell'affluenza dei pellegrini, fu
iniziata la costruzione di un nuovo santuario che sarà tra breve inaugurato.
Le confraternite affiliate, che nel 1993 erano ufficialmente 90, ogni
domenica si recano a turno al santuario e partecipano immancabilmente alla
festa spettacolare di Pentecoste, per il milione di persone che vi giungono,
e ad agosto al Rocío Chico, in ricordo della protezione di
Maria durante l'invasione napoleonica del 1813. Il santuario di Nostra
Signora del Rocío è il luogo di pellegrinaggio più importante della
Spagna meridionale. Giovanni Paolo II, il 14 giugno 1993, si recò in visita
al santuario e fu felice di salutare sull'immensa spianata antistante ad
esso i "rocieros" e la massa di pellegrini convenuta da tutta la Spagna

NOSTRA SIGNORA DI ARANZAZU -
Aranzazu
Aranzazu, una
località della regione basca, a mezza strada tra Bilbao e la Francia, appare
nella storia verso il 1469. Un giovane pastore, Rodrigo de Balzategui,
mentre un sabato custodiva le capre sul monte Alona, a nord di Aranzazu,
vide lungo il pendio, sopra un cespuglio di spini, una piccola statua di
pietra, alta 36 cm, che rappresentava una Madonna seduta con il Bambino sul
ginocchio destro, e accanto una grossa campanella. Sorpreso, il pastore
esclamò: "Arantzan zu?", cioè: "Tu, su questi spini?", da cui il nome
di Aranzazu dato al luogo della scoperta e alla Madonna. Riavutosi
dallo stupore, egli si precipitò al paese per raccontarvi la sua avventura,
ma trovò i compaesani in devota processione per impetrare la pioggia. Il
giovane li invitò a recarsi dalla "piccola Santa" del cespuglio, che avrebbe
fatto piovere; ma sulle prime fu trattato da visionario; poi vi andarono e
costruirono una specie di capanna con fronde per la sacra immagine, accesero
dei fuochi in suo onore e cantarono inni mariani. La pioggia non si fece
attendere e fu così abbondante che meravigliò tutti dopo tanta siccità.
In ringraziamento tornarono sul luogo per costruirvi un oratorio di pietre a
secco, coperto da sterpaglie alla maniera degli ovili. La generosità di una
ricca e santa donna, Giovanna d'Arriaran, permise qualche anno dopo la
costruzione del santuario e di un monastero, che fu occupato dai frati
Minori Francescani nel 1511. I pellegrini vi giunsero numerosi anche dalla
Francia e, col passare degli anni, si notarono personalità di grande fama
mondiale, come S. Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, il re Filippo
III di Spagna, il navigatore Elcano, il primo che fece il giro del mondo.
Tre incendi e ricostruzioni si succedettero dal 1553 al 1834, ma la pietà
mariana popolare non conobbe soste: nelle ore difficili moltitudini di
pellegrini salivano al santuario a piedi scalzi, a volte in ginocchio,
digiuni per partecipare alle veglie notturne consacrate alle confessioni.
La Vergine, da parte sua, moltiplicava i suoi miracoli: guarigioni di
malati, risurrezioni di morti, tempeste sedate, naufragi scampati, ossessi
liberati, conversioni
insperate. Il 6 giugno 1886 l'immagine fu incoronata con decreto del
Capitolo Vaticano e il 23 gennaio 1918 Nostra Signora di Aranzazu fu
proclamata Patrona principale della regione basca.
Attualmente, con la nuova chiesa del 1950 e le varie costruzioni annesse, il
santuario è un grande centro di pellegrinaggio, di religiosità e di cultura:
assistenza ai pellegrini soprattutto da maggio a ottobre, casa di esercizi
spirituali, seminario per studenti francescani di filosofia e teologia.
Nostra Signora di Aranzazu ha chiese, cappelle, altari, arciconfraternite in
varie nazioni e città del mondo, come Argentina, Brasile, Uruguay, Cuba,
Filippine e perfino nella Cina, nelle quali si usa recitare ogni giorno dai
devoti più fervorosi l'antico ufficio della "Benedicta", composto da
3 antifone, 3 salmi, 3 lezioni bibliche, 2 responsori e la Salve Regina.

NOSTRA SIGNORA DI COVADONGA
- Covadonga
La Vergine
di Covadonga è
venerata tra i monti delle Asturie ed è chiamata familiarmente
dalla pietà popolare "Santina di Covadonga". Si tratta di uno dei
luoghi più celebri dell'epopea spagnola, perché fra quei boschi e quelle
rocce si combatté una delle prime battaglie della "Reconquista. Le origini
del culto si fanno risalire agli inizi della "Reconquista" delle
terre di Spagna occupate dai Mori. Pelagio, re delle Asturie (+ 737),
era salito a Covadonga e si era addentrato fra rocce e boschi per battere i
nemici. Inseguendo un soldato arabo fin dentro una grotta, aveva là trovato
un eremita che lo pregò di non uccidere il nemico per amore della Vergine
venerata in quella grotta. La vittoria che ne seguì (718) fu attribuita alla
Vergine e la grotta divenne luogo di pellegrinaggio.
La costruzione della chiesa costituì un serio problema per un punto così
ripido e inaccessibile, ma ci si riuscì con la soddisfazione di tutti, che
la ritennero opera di angeli.
Ma nel 1777 un terribile incendio distrusse tutto e, a causa dell'invasione
napoleonica, la ricostruzione potè essere iniziata solo nel 1874 con alcuni
spostamenti, che resero il monte santo di Covadonga uno dei santuari più
stupendi del mondo con varie cappelle e grotte, "rivestite dal Creatore di
tanta avvenenza", come si espresse Giovanni Paolo II nella sua visita al
santuario il 21 agosto 1989. L'immagine di Nostra Signora, "piccola e
nobile", ha il Bambino in braccio e nella mano destra un fiore d'oro. Oggi
Covadonga è un grande luogo di pellegrinaggio per tanta gente che va alla
ricerca di Dio e ha fiducia d'incontrarlo nella solitudine e nel silenzio
sotto lo sguardo amorevole della Vergine Maria.

NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE
- Guadalupe
Fino al tardo Medioevo e al periodo della conquista dell'America fu uno dei
santuari mariani più venerati della Spagna, ed è proprio per questo che
diede il nome all'ormai più celebre santuario messicano.
Il santuario di Nostra Signora di Guadalupe
è situato su una collina, a circa 650 m d'altitudine, e
appartiene alla provincia di Caceres. La sua storia è molto antica ed ha del
leggendario per la sacra immagine della Vergine col Bambino in braccio, che
sarebbe stata scolpita da S. Luca e per varie mani, dopo Bisanzio e Roma,
sarebbe arrivata all'arcivescovo S. Leonardo di Siviglia.
Durante l'invasione dei Mori (sec. VIII) fu messa in salvo, nascondendola
sotterra presso il ruscello Guadalupe, dove rimase per ben cinque secoli,
fin quando il pastore Gil Cordeiro, in seguito ad un'apparizione della
Vergine, la ritrovò e la ripose in venerazione in una piccola cappella. Nel
1337 Alfonso XI (1311-1350), re di Castiglia e di Leon, iniziò la
costruzione del santuario e di un monastero nelle adiacenze. I due edifici
furono ben presto ingranditi e il santuario divenne il più frequentato di
Spagna. Il 14 febbraio 1493, Cristoforo Colombo inviò davanti alla
prodigiosa immagine un gruppo di suoi marinai per sciogliere un voto da lui
fatto durante uno dei tanti pericoli incontrati nella sua prima traversata
atlantica.
Nel 1500 l'interno del santuario fu affrescato e decorato, impiegando molto
oro proveniente dalle Americhe e con l'opera dei maggiori artisti italiani,
tra cui Michelangelo per un crocifisso che gli viene attribuito. Nel 1879,
per la sua importanza artistica, la sua storia e la numerosa affluenza dei
pellegrini, il santuario fu dichiarato monumento nazionale. Guadalupe,
rimasta sostanzialmente intatta, è una delle testimonianze più complete
della fede e dell'arte del periodo più fiorente della Spagna.

NOSTRA SIGNORA DEI RE –
Siviglia
E’ la patrona di questa
città, che in Spagna conserva le tradizioni di culto mariano più
caratteristiche e appassionate. L'immensa cattedrale di Siviglia, il
cui interno è diviso in 5 navate, appare una città di Maria, poiché ben 25
Madonne sono venerate nelle 27 cappelle. Ma Nostra Signora dei Re è
il gioiello maggiore, dove si conserva la tomba del re S. Ferdinando,
conquistatore di Siviglia e fondatore dell'Andalusia.
L'immagine della Vergine, seduta, dall'aspetto maestoso e regale, con il
Bambino sopra le ginocchia, risale al secolo XIII e si ritiene di origine
francese, probabilmente dono del re S. Luigi di Francia a suo cugino
Ferdinando III. E' la patrona di Siviglia e della sua arcidiocesi. Si tratta
di uno dei primi esempi di statue eseguite appositamente per essere
rivestite: è infatti un manichino smontabile di legno, con rifiniti solo i
volti di Maria, del Bimbo e le mani. Ma le immagini mariane venerate a
Siviglia sono tante; particolarmente care sono le Addolorate che partecipano
alla celebre processione del venerdì santo.
La più cara, oggetto di amore appassionato, è Nostra Signora della Speranza,
chiamata affettuosamente «la Macarena» (dal nome del quartiere dove è
venerata). Il popolo venera Nostra Signora dei Re con una devozione
particolare, come risulta dalla processione che si celebra ogni anno il 15
agosto, festa dell'Assunta. Nel giugno 1993 Giovanni Paolo II, pellegrino a
Siviglia per il Congresso eucaristico, vide portata in processione solenne
l'immagine della "Virgen de los Reyes" e la invocò perché come "Stella
dell'evangelizzazione" guidasse la grande famiglia spagnola all'incontro
con suo Figlio nel mistero eucaristico.
